Riflessioni azzurre del rospo

18 Settembre 2015 di Oscar Eleni

Oscar Eleni costretto dal frastuono televisivo a seguire Giacomo Poretti al Santuario della Cornabusa: il più bello d’Italia, diceva il Papa buono, perché costruito da Dio e non dall’uomo. Bisogno di riflessione in una grotta silenziosa, andando dietro al “peperino” del famoso Trio con Aldo e Giacomo che una volta Enzino Lefebre, compagno indimenticato, nel gioco e nel lavoro, portò sotto il tendone del Trussardi dove quei tre geniali ottennero il miracolo: nel frastuono inutile parlare, meglio mimare. Straordinari. Lo ricordiamo anche adesso come colpo da manager campione, accadeva a Milano prima che ci fosse la luce di Armani, fortunatamente luce ben  alimentata da un portafoglio ricco di re Giorgio, ce lo facciamo venire in mente adesso che non conosce più il nostro nome quello che era, e resterà, per sempre, anche con la cera nelle orecchie, mai con il prosciutto sugli occhi, il nostro amore. Lo abbiamo già scritto tante volte: non ci conosce più per colpa dei tempi, dell’età, forse, del diverso sentire e vedere, schivando la montagna Cappellari, dietro e  dentro il Lido che sembra poter creare attrito fra un Comune sordo e una societàda 10 mila spettatori fissi,montagna che contiene tali e tanti risultati da non doverla neppure presentare ai nuovi babilonesi sempre un po’ invidiosi.

Fuga dagli imbonitori catodici, non è vero che per vendere bene si deve mistificare tutto, facendo diventare prodigi gesti tecnici che si pretendono da professionisti superpagati che stanno in palestra, purtroppo per molti anche malvolentieri, molte ore. Record di ascolti meritato. Vediamo se vi crederanno ancora. Noi non credevamo all’Orwell  anglo-indiano del Champaran quando voleva convincerci con le riflessioni del rospo che non puoi liberarti del grande fratello. Chi urla di più, gridavano al mercato boario, la vacca è sua. Ci riescono sempre. Fanno diventare tutti eroi, fratelli nel regno dei beati, vedono la luce dove c’è soltanto penombra. Una sbornia e, come diceva quel cinese, l’uomo rivela la sua natura quando cede all’ira, quando si ubriaca e quando mette mano alla borsa. Per chi ne ha prese tante, una in più non è peccato. Ce li siamo goduti, ce li godiamo gli Europei di SKY. Qualcuno piace più di altri, non siamo tutti Veltroni in sala video pur riconoscendo la genialità dell’etichetta su certi prodotti del campo, ma l’Europeo è stato servito bene, niente da dire. Bravi a riprendersi quel basket che avevano ripudiato con la puzzetta sotto al naso prima di farsi scippare la Champions calcistica. Non è questo il problema. Si scappa da quella natura verbosa che ha voluto dare illusioni ai savi come ai pazzi, perché i primi non fossero infelici con la loro saggezza. Insomma stiamo con Schopenhauer, anticipati dal Direttore di Indiscreto che si è scatenato cercando lo scalpo del Pianigiani che proprio non lo convince, quando ci ricorda che il medico, soprattutto se pietoso, vede l’uomo in tutta la sua debolezza, l’avvocato in tutta la sua cattiveria e il predicatore in tutta la sua stupidità.

Ci hanno preso per minchioni e gli stessi che gridano disperati alla sfiga dell’ultimo tiro mancato contro la Lituania erano intorno al fuoco di Alexander Platz quando dovevano consolare i tedeschi eliminati per un tiro andato bene. Chi corre sempre in soccorso di quelli che stanno sul bigoncio poi è anche smemorato. Giusto dire che dagli errori si impara. Soprattutto i giovani. Certo bisognerebbe anche cercare, come al processo di Norimberga, la vera natura di certi giocatori e di certi errori che si ripetono nel tempo. Non ci sono colpevoli singoli in partite perdute, così come non ce non ci sono eroi che possano fare da soli in quelle vinte, neppure il Pau Gasol che ci ha fatto godere davvero  inventando con un quarantello la moderna strage francese di D’Ascq, anche perché fra tutte le previsioni mancate su questi Giochi per andare ai Giochi, avevamo azzeccato una cosa: i francesi e la loro nuova grandeur cestistica rischiavano tanto. Polveriera dove tutti parlavano e nessuno ascoltava, soprattutto il povero Collet tradito, alla fine, da ParkerDiaw, soffocati dalla strategia di don Sergio Scariolo che, ormai è dimostrato, deve occuparsi soprattutto di selezioni nazionali, quando può riassumere tutto il suo sapere e le qualità come allenatore in poco tempo: portare la Spagna alla finale e all’Olimpiade è stato un capolavoro perché a Berlino gli uomini in rosso lo erano per davvero: di energie, motivazioni, con salute anche precaria. Si sono salvati bene dal rancido e hanno preso  quello che sognavano tanti altri. Ma ne riparleremo dopo la finale, ridendo del fatto che nelle medaglie di cartone assegnate ad Azzurra family c’è anche quella di aver  lasciato dietro la Croazia che i serbi beffardamente chiamano Jugoslavia B, scalando nell’alfabeto per tutte le altre squadre nate dalla diaspora slava.

Ma torniamo ai nostri  Azzurri che, come si sapeva, non si temeva, hanno dimostrato di essere una buona squadra, ma  certo non la più forte di sempre presentata  dall’Italia al mondo dei cestomanti. Dicono che ci siano margini di miglioramento. È probabile. Accidenti vanno al campo, ogni giorno, per essere più bravi. Un anno di ricerca per avere al preolimpico gli uomini che ci possano portare verso Rio. Sentiamo tappi saltare da bottigliette di gazzosa per questo piano B portato a termine, siamo arrivati pari alla Grecia. Diciamo quinti? Volete dire quinti? Va bene. Non riusciamo a capire da dove nasca questo ottimismo, sapendo che al preolimpico  cercheranno di infilarsi anche la Turchia, brava soltanto all’esordio, e la Russia, pessima, per non parlare della Germania che secondo il nostro cittì è da considerare già potenza nuova del basket soltanto perché sta organizzando meglio di noi la sua attività.

Attività nazionale che non deve aiutare molto se due finalisti per lo scudetto sono stati considerati non ideonei a dare almeno respiro a chi era viola di fatica. Se Luca Vitali fosse stato sano di certo Della Valle sarebbe stato a casa e forse anche Polonara, perché era molto più simpatico Poeta. Lo abbiamo capito. Ci sono le prove. I due non hanno fatto male nei pochi minuti concessi, però erano soltanto tollerati come sventolatori di asciugamano. Si impara tanto anche così, ma l’impressione è che il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare. Malattia della famosa scuola italiota. Ci viene in mente che il Pianigiani ha vinto tantissimi titoli nelle giovanili, ma nessuno ci sa dire il nome di un suo giocatore lanciato al vertice quando ha cominciato a vincere scudetti. Datome? Maturato altrove, da altri. Persino Aradori, che adesso sembra uno dei pretoriani preferiti, quando era a Siena smaniava e non era sempre fra quelli che passavano ore in venerazione del piccolo principe lupaiolo. Comunque sia. Gloria a loro. Ce lo dicono dallo studio SKY, dalle dirette SKY, ce lo spiegano quasi tutti quelli che erano sul posto. Qualcuno, per la verità, ragionando bene da solo, ha preso qualche distanza.

Comunque sia pagelle per Azzurra che intenerisce i cuori e, come dicono sulla Gazza degli orgasmi, ha fatto interessare al basket molti che neppure lo conoscevano, anche se sulla stessa carta abbiamo letto dal vicedirettore che questo Europeo senza medaglie è, probabilmente, un risultato mancato. Lui dice anche delusione, ma con sfumature di grigio e di rosa, ovviamente. Per noi è andata come pensavamo se guardiamo al risultato finale, non certo per come si sono svolti i fatti fra Berlino e il passo di Calais. Non è colpa del bayon se abbiamo sbagliato l’approccio contro la Turchia. Responsabili? Boh. Petrucci era nero, ma il sorriso da ser Biss ci ha fatto capire che eravamo noi a dover essere ricoverati, prima del tempo, al Rinco Sur. Anche se non dimentichiamo che lo stesso Petrucci del Circeo come segretario FIP cacciò il Gamba dei miracoli a Stoccarda due anni dopo l’oro di Nantes, certo per aver puntato su Bianchini, e qualche anno dopo lo ricacciò da presidente FIP per Ettorre Messina, ma di sicuro non sarà facile capirne l’umore per un po’ di tempo. Partitaccia con gli elfi islandesi, risolta a tre minuti dalla fine. Hanno dato fastidio a tutti quegli “eroici” figli dei ghiacci, ma anche in questo caso la testa era molto meno pronta delle gambe curate dal Cuzzolin speakeasy. Passata bene la nottata ecco la luce. Partitona contro la Spagna. Adesso ci diranno che abbiamo strabattuto una finalista europea, sapendo che a Berlino i loro guai erano tanti, di testa, di muscoli, mentre l’Italia, secondo incantesimi inspiegabili a bordo delle grandi navi federali, ha visto sistemarsi molte cose con l’infortunio di Gigi Datome. Come? Non è stato un danno? Enorme. Lui meritava di esserci come protagonista, ma qualcosa schricchiolava nella divisione del pane e dei pesci, sapete come vanno le cose con un solo pallone. Comunque sia eccoci in sala parto per dare voti, ultima risorsa prima che ci portino come oche alla Fattoria degli Animali.

10 All’ITALIA di GALLINARI, perché quando hai uno come lui nel gruppo tutto sembra più bello e più facile, anche quando con schiettezza da graffignanese doc dice che si è rotto le balle di perdere. Il destino potrebbe lasciarlo senza tituli a fine carriera. Fate che torni per il preolimpico: se lo farà lui ci saranno tutti, persino il Bargnani che col Gallo rideva e faceva meraviglie.

9 A PETRUCCI per come ha girato ogni tipo di frittata uscendone nel migliore dei modi, felice come in quelle barzellette sul divertimento cinese che consisterebbe nel mancare la martellata sui testicoli per avere godimento. Ora si prepara a chiedere di tutto e di più al sistema, cominciando con la messa cantata nel salone d’onore del Coni per la presentazione della stagione di Lega Nazionale, un paciugo di formula, ma anche un’illusoria cantera per il vero basket italiano, il giorno prima della messa in campagna della Lega di serie A radunata in una villa bolognese.

8 A BARGNANI perché ci ha smentito in tutto, anche se non è vero che capiscono poco di basket quelli che lo considerano un pesce in barile. Protagonista in ogni senso, persino recuperando dal fastidio al polpaccio, il coro diceva lacerazione al polpaccio, con una grinta che nella NBA non gli riconoscono. Ha fatto cose da mago, gli piace che lo chiamino così e si capisce che se stuzzichi il narcisismo trovi, magari, anche l’uomo.

7,5 Ad Alessandro GENTILE perché avevamo bisogno del nostro D’Artagnan quando è uscito di scena DATOME (9 a tutti gli effetti e con affetto per essere rimasto nel gruppo anche zoppicando). Per la gente che stravede quando Rodomonte veste la maglia Armani le sue prodezze non sono state una sorpresa. Cazzimma guascona. Forse anche l’errore finale con i lituani, era già accaduto contro Sassari. Crescerà ancora. Ci resta un dubbio evidenziato dalle lavagne del cielo affidate a Paola Ellisse: con lui ogni tipo di attacco comincia tardi.

6 e mezzo, tendente all’otto: BELINELLI per i suoi lampi da campione NBA indossando il vestito del titolare che lo spreme moltissimo. Non era al meglio della salute fisica, ma ha fatto gruppo, è stato proprio bravo.

Adesso andiamo in ordine sparso.

DELLA VALLE 6: Per aver accettato di essere il mozzo a bordo, anche stuzzicando Belinelli ed Aradori nella gare di fine allenamento.

ARADORI 7: UN altro di quelli che ci hanno dimostrato di stare bene sul carrello dei bolliti. All’inizio pensavamo che con tanti tiratori in squadra sarebbe stato meglio arruolare un mediano da lavoro sporco. Eravamo delusi dalla sua stagione da viandante chiusa con partitacce a Venezia nei play off. È andato in crescendo, ci ha tolto da guai islandesi, è stato bravo.

CUSIN 6.5: Non era facile fare il vaso di coccio in mezzo a quei  compagni famosi. Ci ha messo il suo,  aveva il piglio del titolare  a Cremona, non il magone del centro che doveva conquistarsi un posto nella squadra che poi è diventata campione d’Italia. Da convegno per psicanalisti dello sport.

MELLI 6: Soltanto perché non ha ancora capito quale sarà davvero la sua bella storia nel grande basket: lui è uomo per trincee, deve diventare un mezzo Reyes, non fare il principino che nella tonnara picchia, ma poi se c’è da bere a palazzo alza il mignolo. Speriamo che la Germania gli dia nuova consapevolezza di se stesso. Serve ruvido, ne è capace, non con il cachemirino dell’insoddisfatto.

CINCIARINI 6.5: Ha diretto come sapeva, come poteva. Avendo cuore ha dato a tutti un esempio di come ci si batte sapendo di avere al fianco gente esigente. Aveva bisogno di ritrovare qualcosa. Intanto è diventato padre non soltanto nella vita civile, poi anche nel gioco ci ha visto meglio che nella finale scudetto.

HACKETT 6.5: Per la parte da zorro, quella in maschera dove lasciava la sua sigla dolorosa su tutte le braccia nemiche. Più difesa che attacco, scelta volontaria del ruolo e se alla fine era  davvero addolorato di lasciare la nuova family vuol dire che abbiamo acquistato un giocatore  importanate per luglio, nella speranza che ad Atene non  si smarrisca nella via dell’Ouzo.

POLONARA 6: Gli hanno dato  briciole e le ha mangiate educatamente. Lo avremmo utilizzato molto di più perché se è vero che siamo ancor alla prima media tecnica, si poteva pensare che Menetti lo avesse almeno portato verso il liceo ed è stato così. Pianigiani che stima soltanto quelli che lavorano con lui non ha pensato allo stesso modo. Credergli è giusto. Lui vede e provvede. Ma ci resta il dubbio.

PIANIGIANI 7: Tutto quello che aveva promesso ha mantenuto, come dicono i regnanti nel momento in cui prendono la corona. Insomma ci aveva garantito che avrebbe presentato una buona squadra. Lo ha fatto. Risultato inferiore alle attese e alle combinazioni favorevoli che ci sono state presentate dalla sorte? Non ci sembra. Fortuna e sfortuna ben combinate, con il guaio Datome. Poi l’onestà intellettuale di non cercare scuse banali davanti ai consolatori imbonitori che maledivano il tiro mancato con la Lituania: per un tiro fuori dalle medaglie, per uno andato bene ammessi alla seconda fase.

DALMONTE E FIORETTI 6.5: Angeli della notte che hanno perso il sentimento su  ogni tipo d’immagine, di studio dell’artiglieria nemica. Bravi come assistenti, senza bisogno di fare la scenetta del poliziotto buono e cattivo. Stesso voto per i preparatori diretti da Cuzzolin a cui diamo 8 per esistere, anche se parla così poco fuori dal castello di Toranaga.

STAFF DI AZZURRA 7: Petrucci ha cantato le lodi dei “suoi” medici, fisioterapisti,, della squadra che ha lavorato con la Nazionale. Ci associamo anche se non abbiamo frequentato, grati comunque all’ufficio stampa per aver servito puntualmente chi era costretto dalla povertà dei tempi a sentire tutto da casa. Certo non potevano essere loro ad illuminarci quando c’erano dei dubbi all’ufficio facce che un tempo al bar Gattullo, non a SKY, era governato da Beppe Viola e Abatantuono. Sulle affinità non prorpio elettive fra presidente federale e commissario tecnico il tempo ci dirà qualcosa di più. Remember Stuttgart 1985.

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