Repesa ha un problema

12 Dicembre 2015 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dalla cucina giapponese della signora Toku, fra profumo di ciliegi e marmellata di fagioli, perché nella confusione generata dalla “supercompetenza” hanno scambiato il basket per uno sport di ricette e si sono dimenticati che potrebbe essere un bellissimo film se ogni inteprete sapesse capire il proprio ruolo. L’Europa che conta ci ha sbattuto la porta in faccia. Sassari fuori con zero vittorie, anche se manca ancora una partita, e tante decisioni prese  razionalmente” che fanno rimpiangere quelle di quando cervello e cuore lavoravano insieme. Uno senza l’altro ci darebbe robot da curva, quella litania di rumori scambiata per tifo, per sesto, dodicesimo uomo, quando, in realtà è soltanto esibizione della propria insicurezza e, purtroppo, impreparazione sportiva. Venisse uno da un altro mondo e cercasse di capire lo sport dei terraioli saprebbe orientarsi soltanto seguendo il canto libero da pregiudizi delle tribune. Per questo qualsiasi manifestazione sportiva in Inghilterra riesce bene, mentre altrove siamo alla caccia per le strade, al letame, alle carote, al blocco della ragione.

Tornando alla palla al cesto, verdetto negativo anche per l’Emporio Armani e chi ne sa una più del portinaio sta spostando il processo ad una squadra mal fatta sulla sensazione di pancia delle partite giocate da Milano con o senza capitan Fracassa, l’Alessandro Gentile che non avrebbe mai dovuto iniziare dall’America dopo l’Europeo come onestamente ammette Repesa, prendendosi colpe che dovrebbero essere almeno divise con la società che oggi, almeno da noi, pensa di essere nell’eccellenza perchè comanda su quasi tutto. Purtroppo non sulla testa degli arbitri quando vanno al monitor per rivedere azioni dubbie. Vorrebbero farci bere l’acqua dei robot per stabilire se l’Emporio sia meglio o peggio senza MegaAlexandros. La squadra costruita su misura per non togliere la palla dalle mani del principe che ci gioca volentieri. Bene, molto spesso. Benino, altre volte. In maniera testarda nei momenti chiave, come capita agli unti dal signore e ai protetti dalla grande famiglia del “Caro sei il più bravo, va tutto bene, sono gli altri…”. Litania che intossica, come ripetono da sempre al povero Balotelli, come hanno inciucchito tanti talenti di qualità perduti nel coro delle curve che li eleggeva campioni, numeri uno, prima che fosse il campo a dirlo veramente. Insomma romanzi scritti troppo in fretta, senza badare alla sostanza e al pudore quando si inizia ogni discorso dicendo che siamo davanti ad un grandissimo. O pebbacco, direbbe Abatantuono. Chi metterebbe mai in discussione che Alessandro Gentile sia fra i migliori fichi del bigoncio nell’Italietta non ammessa al mondiale, in area ripescaggio per un’Olimpiade che manca dal 2004, dell’Emporio che nel suo fragrante profumo di ricchezza e stile ha portato a casa uno scudetto e tantissime delusioni? Ora nasceranno le Leopolde per stabilire se Ale è più forte del Danilo Gallinari che spopola a Denver, più bravo del Belinelli con anello che aspetta l’alba a Sacramento. La conta finisce qui nel paese dei balocchi dove  i giocatori italiani sono nel serraglio e non ne usciranno facilmente anche se la Lega otterrà il benedetto sei più sei a prescindere da passaporti fasulli.

Se volessero davvero dimostrare che qui ci sono tanti bravi giocatori messi in fondo alle rotazioni per colpa di allenatori pavidi, dirigenti ottusi, allora la partita delle presunte stelle che si giocherà a Trento dovrebbe essere organizzata con questo spirito: all’ottantenne Peterson gli stranieri, al Bianchini di Torre Pallavicina, luglio del’43, notti di guerra, una squadra con soli italiani. Lasciate perdere la baggianata dei voti. Abbiate il coraggio voi federali, voi legaioli, di metterlo insieme questo varietà. Sarebbe anche fare un favore a Messina che così potrebbe valutare lo stato mentale degli azzurrabili da portare verso Rio. Non fermiamoci alle beghe del paese, dove si diventa permalosi appena uno elogia il Magri, criticato, comunque, all’interno del suo mondo volley cominciando dal Mosna trentino, per aver ottenuto un’altra organizzazione mondiale, quella per il torneo maschile accidenti, quando altri (il basket?) devono fare salti mortali per avere un preolimpico. Pensiero libero e bello del gigante Dallera. Certo che la concorrenza europea della pallavolo sembra niente in confronto a quella del basket, ma è inutile cercare rifugi. La gente applaude ciò che vede, non quello che avresti voluto fare e non sei riuscito  a finire.

L’Emporio non è una cosa riuscita anche se dovesse vincere coppa Italia, scudetto e la seconda coppa europea. Oh, se vince tutto questo altro che stagione riuscita. No. Chi veste Armani, dicono nelle pubblicità conosciute  a memoria dai roteatori di turiboli, sta sul semplice, ma nell’eccellenza. Ecco, l’eurolega dell’ULEB è il mondo dove dovrebbe fare storia, non su pianeti minori. Ma se avevate detto che lo sport non è per sfilate da top model, che è mondo a parte, difficile, misterioso per chi non lo ha frequentato, pericoloso per chi pensa di essere in azienda e valuta il personale, tanto diverso dal giocatore con paturnie e famiglie. Certo. Per questo bisognerebbe arrivarci dopo averlo respirato, studiato, sofferto davvero e non è come avere soldatini sempre nuovi da rompere alla prima delusione se a Waterloo piove.

Comunque andiamo ai voti per questa eurolega finita così male mentre  Pozzecco, Mrsic e il figlio di Repesa festeggiano la “prima storica “ ammissione fra le migliori sedici del vecchio mondo dove le unghie del Real Madrid forse salveranno i detentori nell’ultima giornata. Bella storia quella del Cedevita. Ma, cara gente, Zagabria, il Cibona vi ricordano niente? C’era Novosel alla Petrovic arena, c’era il fratello di Drazen, il geniale Aco che mandò nei matti il Meneghin olimpico che brucò la Nazionale a Los Angeles. c’erano i padri dei giovani che oggi difendono la squadra dove Gelsomino ha seminato così bene senza potersi portare via quella meraviglia del figlio diciannovenne di Arapovic che al Forum e nella partita decisiva purtroppo c’era. Come dice proprio Repesa, Milano è fuori non per la vittoria pirresca di Zagabria, ma per quello che ha sbagliato prima quando la comandava Gentile.

DINAMO SASSARI

5 Alla squadra e a chi l’ ha costruita

5 A Sacchetti per non aver capito che Iago era già nell’isola ai tempi delle tre grandi vittorie. Gelosia e presunzione. Peccato di gruppo scegliendo gente che non aveva davvero occhi da tigre, ma mano mammola.

6 A Calvani per il coraggio, ma 4 se ascolta la “competenza” che annuncia la guarigione per una squadra che certo gioca in maniera più razionale, prevedibile, ma ha perso l’incanto e non lo ritroverà più se i Logan  saranno così tristi e al guinzaglio.

6 Per Alexander anche se sembra sempre un giocatore prestato da altri in attesa che guarisca davvero.

6.5 Per EYENGA che ha il fuoco dentro.

6 speciale per i reduci Brian SACCHETTI e DEVECCHI.

4 a VARNADO e anche ad HAYNES. Scelte sbagliate, più di del PETWAY delusione.

EMPORIO ARMANI

5 Alla società che pensava di aver purificato lo spogliatoio mettendo intorno  a Gentile soltanto fedelissimi pretoriani. Non è mai stato così. Le squadre costruite intorno ad un campione hanno vinto raramente: persino, soprattutto, la Bologna del favoloso Lombardi, un giovanotto che prima di Ale super era stato messo nel quintetto ideale alle Olimpiadi di Roma e non aveva ancora vent’anni.

5 A  SIMON perché aveva illuso il suo estimatore Repesa che a 30 anni avrebbe cambiato carattere. Conosce il gioco, sublime in certe cose, pessimo in altre. Cominciando dalle scelte.

6.5 Ad Alessandro GENTILE perché senza di lui la squadra sembra non avere un senso, anche se spesso non ce l’ha anche quando lui gioca: benissimo per quasi tutti, bene per essere sinceri, non in maniera convincente quando l’attacco  comincia e finisce da lui che regala le brioche in momenti dove chi guarda al cronometro se la fa già sotto. La discussione è questa. Sul talento chi metterebbe becco? Ci provò Buzzavo con il padre quando erano a Treviso chiedendo se la difesa era fondamentale contemplato nella crescita: “ Non ne serve molta se fai spesso canestro…” Già. Dipende da quando lo fai.

6.5 a MCLEAN anche se il calo fisico e mentale a Zagabria dopo l’inizio così concreto ci fa venire in mente tutte le altre partite dell’Emporio finite male, da maratoneti senza stricnina in vista del traguardo.

5.5 Per HUMMEL che ci rendeva nervosi per quel suo passato in NBA a Minnesota: chi, quello lì tiratore da piano  di sopra? Poi è arrivata la partita di  Zagabria: se è quello coltivatelo meglio, liberate la sua mente, il resto sembra esserci.

6 A JENKINS il falloso e CERELLA il pasionario. Mettono tutto quello che hanno. Non sono fenomeni, ma sono uomini.

5.5 in crescita per il CINCIARINI che fa una grande fatica a farsi ascoltare, a dirigere l’orchestra dove il primo violino ha tante esigenze, molte giuste, altre esagerate. Anche per lui serviva riposo prima della vera mischia, diciamo che è vittima del fuoco amico di una programmazione societaria che ha tenuto conto di tutto, meno che della salute psicofisica del suo personale.

4 A LAFAYETTE perché le poche partite riuscite sono oscurate dalla sua idea sbagliata di gioco nella squadra.

5 A Stanko BARAC che proprio non ce la fa ad essere il centro di gravità per difese dinamiche.

6 A MACVAN che sa di basket, di vita, ma, purtroppo, è venuto a mancare quando serviva. Lui ha testa e anche tecnica, non dinamismo da bersagliere.

5 Al carissimo REPESA che meriterebbe un 10 per aver confessato l’errore nel valutare i tempi di recupero per giocatori stressati dall’estate nelle nazionali, per aver forzato seguendo la programmazione, senza avere voce in capitolo, sembra, per imporre confronti e isole di decontaminazione. Gli uomini scelti da lui e dalla società, un vanto (fino a ieri?) dei dirigenti (“tutto viene deciso insieme”) non sono quelli giusti e non vada dietro a quelli che credono di nascondere tutto fra i cachinni di chi vede un Emporio dal gioco più armonico senza Gentile. Sono trucchi. Esiste un problema squadra. Lo risolva lui. Con Gentile al centro del sistema, si capisce.

Share this article