Prima e dopo Mourinho

6 Maggio 2010 di Libeccio

di Libeccio
L’italiano già studiato,  il rumore dei nemici, i cinque comandamenti, la stima degli esclusi e la percezione di un ruolo.

1. Magari l’Inter a fine stagione potrà esporre in bacheca soltanto la Coppetta (o Coppa, dipende se la tua squadra l’ha vinta o no) Italia vinta ieri sera su un campo dove è stata consentita da Rizzoli una sorta di caccia all’uomo, ma proprio per questo ci sentiamo di scrivere questo pezzo adesso. Dopo la gara di champions con il Barca abbiamo assistito alla celebrazione urbi et orbi di Josè Mourinho, con l’esagerazione che da sempre è il nostro marchio di fabbrica (Vinci e sei un grande, non vinci e sei un fallito). Anche chi in Italia lo odia ha dovuto fare buon viso e cattivo gioco. Magari con qualche velata allusione alla qualità del gioco dell’Inter espressa in quell’occasione. Noi vorremmo analizzare sinteticamente l’esperienza di Mourinho in Italia, a partire dal fatto che si è presentato nella prima conferenza stampa e già parlava in un italiano più corretto di quello di molti allenatori italiani. Già questo denotava la sua capacità camaleontica e di adeguamento alla realtà, oltre che una manifestazione di rispetto altissimo per la squadra, i tifosi e il paese che lo stava ospitando per la sua nuova avventura sportiva.
2. Altra questione chiave: il suo modo di comunicare. Sicuramente a senso unico (“amo sentire il rumore dei nemici”), trasversale ad ogni parrocchia, verticale ed orizzontale insieme (già su di lui sono state scritte una manciata di tesi di laurea). Un linguaggio apolide in grado di raggiungere tutti con una forza ed efficacia mediatica come pochi altri al mondo e parliamo anche di leader politici carismatici. Adesso eviteremo di riportare alcuni esempi di questa comunicazione, su tutti valendo quella che parlava di “prostituzione intellettuale” di molti giornalisti italici. Come dargli torto anche a leggere certi commenti giustificazionisti sul fantastico gesto di Totti di ieri sera? Di molti allenatori si possono dire in anticipo i temi poi toccati in conferenza stampa. Mai di Mourinho. Mourinho sorprende sempre.
3. Josè Mourinho è uno che ami o odi. Non ci sono vie di mezzo. Il suo arrivo all’Inter oltretutto coincide con aspettative mostruose che avrebbero intimorito chiunque. Il campionato italiano praticamente dovuto e poi provare a far vincere (neanche, anche soltanto avvicinarsi ad una semifinale) all’Inter l’Europa che conta, cosa che non accadeva più da circa mezzo secolo o giù di lì. Come dire: robetta. Il suo lavoro parte da qui e da qui comincia a ridisegnare la squadra: ordina che la rosa sia sfoltita e certi rami storici tagliati senza pietà. Definisce i suoi 5 comandamenti: 1. La squadra sopra a tutto, 2. Fare la cosa migliore anche nel momento peggiore, 3. Avere compattezza e spirito di sacrificio, 4. Rispettare le regole esistenti, 5. Qui comando io e voi mi seguite con convinzione, chi non è d’accordo si accomodi fuori. Inquadra gli assi portanti (Julio Cesar, Maicon e Samuel, Zanetti e Cambiasso, Ibrahimovic) e intorno a questi costruisce il resto nel giro di un anno (Lucio, Milito, Motta, Sneijder). Ogni innesto è finalizzato a far salire consapevolezza, tenuta psico-tecnica e convinzione dei propri mezzi in una logica di gruppo. Autoconsapevolezza, per dirla con una parola sola.
4. La squadra in larga misura se ne innamora. Anche quelli che giocano pochissimo (Materazzi, Muntari, Toldo, Cordoba). Anche quelli che vengono mandati in tribuna per un mese a causa di un movimento sbagliato o di una consegna non rispettata (Cruz e Cordoba). E’ inflessibile, pignolo in modo maniacale. Capace di stare una nottata intera con i suoi principali collaboratori per inquadrare “basicamente” una piccola ma nevralgica zona di campo dell’avversario di turno. Studiando decine e decine di volte le variabili da analizzare e le contromosse da effettuare. Per poi, sul pullman che porta allo stadio e alla gara, aggiungere una nuova variabile e sgridare lo staff per mancanza di attenzione. Ma ottenendo come risultato una concentrazione mostruosa, quella che l’Inter riesce a mettere in ogni gara.
5. Altro capolavoro: il fatto che all’Inter sempre di più sia lui soltanto a parlare e a decidere sulle questioni importanti (vedi caso Balotelli). Anche Moratti ha capito la qualità dell’uomo e del professionista e si è autoimposto il rispetto delle regole comuni. Ogni decisione di JM è stata sostenuta dalla società come mai era accaduto in passato. Ora il potere che ha accumulato all’Inter è già enorme e ancora più grande sarò a fine stagione se centra almeno uno dei due obiettivi ancora aperti. Moratti è convinto a mettere nelle sue mani l’intera società, con un ruolo simile a quello svolto da Sir Alex Ferguson. E JM sarà ben contento di allungare la sua esperienza all’Inter dove si trova in grande sintonia con tutti (poche e comunque non rilevanti le eccezioni). Non sappiamo cosa voi pensiate di Josè Mourinho. Ma come non essergli grati per aver abolito dalle sue conferenze stampa tutto il trito armamentario dell’allenatore italico a base di: “Stiamo bene e sono convinto che faremo bene, siamo concentrati sulla gara e convinti dei nostri mezzi, loro attaccavano bene i nostri spazi e noi eravamo in difficoltà a ripartire”. Insomma il calcio prima di Special One. Perchè ogni stagione c’è un allenatore che vince lo scudetto (e non è ancora detto che quest’anno Mourinho lo vinca), spesso ci sono allenatori che innovano tatticamente (e il 4-3-3 flessibile, o il 4-2-3-1, non sono un’esclusiva del portoghese), ma molto raramente salta fuori qualcuno che cambi nel pubblico e negli addetti ai lavori la percezione della sua professione.
Libeccio

(in esclusiva per Indiscreto)

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