Perché gli Spurs si complimentano

21 Giugno 2013 di Stefano Olivari

Le emozioni per garasette della Finals NBA sono ancora così vive che non riusciamo a scriverne: cosa si può aggiungere a una partita e a una serie così? La disperazione di Duncan dopo il gancio del pareggio fallito quando lo marcava Battier, le scelte perfette di LBJ che ormai gioca per storia, il rispetto fra i protagonisti, addirittura la commozione di Stern durante la premiazione, mille altri dettagli da brivido: un elenco sarebbe solo ribadire l’ovvio, ma ci ripromettiamo di ribadire l’ovvio già nei prossimi giorni (è il nostro mestiere, nel caso della pallacanestro anche un piacere). Una cosa però la vorremmo aggiungere subito, dopo sette partite piene di errori arbitrali anche gravi (tipo quello che in caso di vittoria Spurs in garasette avrebbe potuto far invalidare il risultato), non solo a livello di singoli fischi ma anche di metro, con un abuso di fischi per situazioni di contatto a rimbalzo, il genere di chiamata tanto caro agli arbitri europei insieme al blocco in movimento (che va bene sia per compensare che per mazzolare). La base del basket NBA non è l’essere giocato dai migliori del mondo, facciamo 90 dei primi 100, ma la credibilità. Che non significa essere onesti, ma almeno sembrarlo. E sembrare onesti fa tutta la differenza del mondo, agli occhi del pubblico e dei protagonisti. Una credibilità che non è calata dal cielo ma che è fondata sulla pari importanza politica (che non significa ‘di mercato’, perché Oklahoma City non sarà mai Los Angeles) delle 30 franchigie e sui meccanismi mille volte ricordati. Poi può anche darsi che il newyorkese purosangue Stern avrebbe apprezzato nel suo trentennio da commissioner un titolo dei Knicks, ma la statistica dice zero su trenta. Così come l’uomo di marketing Stern avrebbe dato nel 2009 una gamba per avere la finale generazionale Kobe versus LeBron: sarebbero bastati due fischi chirurgici nella finale di conference, invece in finale con i Lakers andarono gli Orlando Magic. Il paragone con il basket italiano e le polemiche anti-Siena tirate fuori dai suoi avversari di turno (Milano, Varese, Roma, negli anni scorsi Cantù) va fatto ed è ben più importante del merito delle varie vicende (il morbido procuratore federale Alabiso è un ultras della Mens Sana? Minucci condiziona le scelte della Lega? Il campo di Siena è da squalifica fissa? Il Montepaschi ha ricusato certi telecronisti di Sky e Rai?). Il punto è che una squadra che vinto gli ultimi sette campionati, quindi qualcosa di buono deve avere fatto, non riceve non diciamo i complimenti ma nemmeno il rispetto degli avversari battuti. Situazione che si sarebbe materializzata anche da parte di Siena con Siena battuta, chiaramente. Mosche bianche sono di solito gli allenatori, cioé gli unici che di solito (non solo nel basket) conoscono davvero la materia: basta paragonare le parole di Vitucci e Calvani, a mente fredda, con quelle dei loro dirigenti. Di solito risolviamo queste discussioni con frasi tipo ‘Il basket italiano fa così schifo che si può guardare solo se si è molto tifosi’. Le immagini televisive scaccia-pubblico di Pistoia-Brescia, finale di LegaDue, possono confermare la battuta: sembravano di una Domenica Sportiva anni Ottanta ed il livello del gioco era oltretutto molto peggiore (e non siamo sempre la colpa alla sentenza Bosman o al pick and roll). Però… però continuiamo a credere che questo gioco sia superiore a tutti gli altri, pur essendo meno nobile dell’atletica, meno onesto del tennis, meno popolare del calcio, eccetera. E che abbia una base fortissima di appassionati interessati al gioco in sé, gente che non si dovrebbe perdere. Tutti gli altri vanno al palazzetto se la squadra vince, nelle grandi città, o se non ce n’è una di calcio decente in quelle piccole. E’ un pubblico con cui non si va da alcuna parte.

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