Per un pugno di diritti

31 Marzo 2011 di Stefano Olivari

Il pugno di De Laurentiis a Lotito, dato al ristorante mentre si parlava di spartizione di diritti televisivi, è più simpatico di quelli che si danno in campo sotto pressione davanti a ottantamila belve urlanti in stile pubblico di Capua con Spartacus?
Sembrerebbe di sì, di sicuro il dogma del presidente che non sbaglia mai è valido sia nelle metropoli che nei paeselli dove il massimo sbocco professionale è diventare addetto stampa del club di cui già di fatto sei addetto stampa. La sostanza della lite è stata però più interessante della lotta, con Galliani-Richard Steele a fare da arbitro. Perché riguarda il nervo scoperto di molti dirigenti e anche di molti appassionati del genere ‘chi ce l’ha più lungo’, cioé il bacino di utenza. Della montagna di soldi che quest’anno le televisioni versano al calcio di serie A (poco più di 800 milioni di euro), il 40% sarà diviso in parti uguali, il 30% in base ai risultati sportivi e il 30% proprio in base al bacino di utenza. E visto che le solite note asseriscono di interessare all’80% degli italiani, la battaglia vera è proprio su quest’ultimo 30%.
Per un sesto si è tenuto conto degli abitanti del comune del club: dato oggettivo, sì, ma che penalizza chi ha una tifoseria diffusa in tutta Italia (in particolare la Juventus) e favorisce chi rappresenta una città grande ma con pochi tifosi residenti altrove (tipicamente la Roma e la Fiorentina). E allora la lotta si è spostata su quell’ultimo 25%, per cui si è arrivati alle indagini demoscopiche di cui si è parlato un po’ ovunque. Peccato che a seconda dell’azienda scelta i risultati cambino di molto, soprattutto nel rapporto fra le grandi tradizionali. Non è solo una questione di conteggio, chiedendo banalmente a un campione si spera rappresentativo ‘A quale squadra tieni?’, ma del solito cialtronissimo target.  Quello che riempie le edicole di riviste per avere addominali scolpiti e il vino sempre giusto per accendere una serata (ma chi si ammazza in palestra e poi beve alcol che voglia di trombare avrà?). 
L’Inter avrebbe vantaggi dal peso maggiore dato al potenziale di spesa e dalla collocazione geografica, il Milan dalla considerazione maggiore del pubblico femminile e di certe fasce di età (chi è stato bambino a fine anni Ottanta-inizio Novanta, per sintetizzare), la Roma dalla propensione all’acquisto (una vecchia battaglia di Sensi padre, che una volta in Lega portò uno studio di marketing da cui risultava che i relativamente pochi tifosi della Roma valevano almeno tre quarti di quelli della Juventus), la Juve dalla semplice somma algebrica dei suoi milioni di sostenitori dalle Alpi al Lilibeo. Per l’Inter della situazione la differenza fra il sondaggio migliore e quello peggiore può valere dai 15 ai 20 milioni di euro. Soldi da buttare subito nel cesso con il Ganso di turno, ma questo è un altro discorso. E quindi come se ne esce? Abbiamo letto che la Lega ha chiesto a 13 istituti (Doxa, Niesen, eccetera) di produrre proposte di sondaggio, fra cui verranno scelte le più convincenti. Non si sa quando né come. Il tour di addio degli A-ha si chiamava ‘Ending on a high note’. Ecco, non sarebbe il nome giusto per quello di Beretta.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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