Pechino 1936

8 Agosto 2008 di Stefano Olivari

La Cina fa paura, in molti sensi. E più si mostra rassicurante più fa paura. Non basta una bambina di cinque anni che canta e qualche fuoco d’artificio da sagra dell’uva per cancellare la sensazione di muscoli esibiti che si è avvertita in tutta la cerimonia di apertura: la geometrica potenza degli ordinatissimi suonatori di tamburo (con una bacchetta che ricordava la mitica trekking light) e le bandiere (anche quella olimpica!) portate da militari che marciavano con il passo dell’oca sono stati momenti di culto assoluto, che magari fra 40 anni gli storici potranno analizzare con più competenza e lucidità di noi. Che ci limitiamo ad osservare una coreografia che non sarebbe dispiaciuta a Leni Riefenstahl ed il fatto che le icone globali siano in definitiva molto poche: indicatore infallibile di popolarità la reazione all’apparizione delle facce sui maxischermi. Assenti i calciatori ‘veri’, emozione hanno suscitato Kobe Bryant, Dirk Nowitzki, Federer, Nadal, ovviamente Yao Ming che però in quanto cinese non vale. Con tutto il rispetto per portabandiera canoisti e pugili (rivisto il mito ottantesco Alexis Arguello, alfiere del Nicaragua), significa che uscire dal tifo nazionalistico è difficile anche quando ci si accosta ad una manifestazione con le migliori intenzioni. NBA, grande tennis, se ci fosse anche grande calcio: quasi tutto il resto è per cultori delle singole materie.
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