Parando i guai

14 Giugno 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Il Mondiale dell’Italia non è finito, ma non è neppure veramente iniziato. Nell’uno a uno con il Paraguay la manovra azzurra è stata buona, con De Rossi e Montolivo quasi ai loro livelli, e alcuni singoli hanno brillato (bravo Pepe, fra cambi di fascia e intensità per 90 minuti), ma tutto il resto è stato scadente al di là dei pochissimi tiri in porta.
Fallito l’esperimento di Marchisio trequartista, solo volenteroso Iaquinta, un fantasma Gilardino. In difesa Cannavaro ha avuto la sfortuna di entrare nella foto del gol di Alcaraz, ma non è stato male, mentre Criscito ha avuto quella personalità che di solito gli manca. Un’Italia operaissima, insomma, che potrebbe prendere quota con Pirlo guarito e messo nella sua posizione giovanile. Nel primo tempo un solo tiro in porta, di Montolivo dopo una palla rubata, nel secondo qualche situazione creata di puro ardore (che non è una caratteristica secondaria). Stessimo parlando dell’Algeria, diremmo una modesta Algeria, ma invece è l’Italia e siamo obbligati a vedere segnali di crescita perché i futuri vincitori iniziano sempre male e anche Panatta nel 1976 aveva salvato 11 match point contro Warwick al Foro Italico e uno contro Hutka al Roland Garros. Continuando sulla via del bar, diciamo anche che come qualità siamo attaccati a quel che rimane di Camoranesi e Pirlo. Totti, Balotelli, Miccoli, Cassano: nessuno avrebbe vinto il Mondiale da solo, ma almeno uno dei quattro se preso con le maniere giuste avrebbe essere un’alternativa utile. Mentre scriviamo Lippi sta dicendo che il Paraguay non ha creato un solo pericolo e che per l’Italia questa è una vittoria mancata. Sarà. Per noi è stato un inizio sufficiente, che solo la scaramanzia può far vedere in positivo: un po’ come quando si diceva che gli asini a scuola avrebbero vinto nella vita.
Il Paraguay è stato molto meglio del previsto, con una formazione diversa dal previsto. Nell’aria l’esclusione di Santa Cruz, non ci si aspettava quella di Veron ma di sicuro la difesa biancorossa si è comportata bene.  Squadra cortissima con due punte forti e cattive nel senso migliore dell’espressione: Barrios fino a tre mesi fa era un cuore (e un passaporto) argentino, ma ha dato tutto, buono Vera sulla destra, Riveros e Caceres hanno lottato e picchiato però sono di cilindrata inferiore agli omologhi ‘nostri’. E quindi? Per la Slovacchia sarà dura.
Due idee chiare aveva il Giappone, tutte e due messe in pratica: ricerca continua delle fasce laterali, a costo di sbagliare tre aperture su quattro, e centrocampo foltissimo grazie anche allo spirito di sacrificio di Matsui (dal suo destro, fra l’altro, il cross per il gol-vittoria di Honda) e Okubo a sostegno dell’unica punta. Il Camerun era offensivo solo sulla carta, con un 4-3-3 con Eto’o a destra e votato al sacrificio per un nullo Webo e un Choupo Mouting senza posizione. Ha regalato un tempo, la squadra di Le Guen, e nel secondo non è andata al di là di un onesto ‘in the box’ da Third Division che ha esaltato il vigore e la precisione di Nakazawa e soprattutto di Tanaka. Il quarto d’ora finale, con gli africani che hanno messo in campo l’eterno Geremi e Idrissou, è stato il più emozionante ma il risultato ha per una volta premiato la squadra che ha cercato di costruire qualcosa. Inspiegabile l’accantonamento dei due migliori portieri giapponesi, Kawaguchi e Narazaki, in favore dello scenografico Kawashima, in un altro tipo di partita Okada avrebbe di sicuro impiegato Nakamura. 
L’Olanda ha rischiato pochissimo contro una Danimarca senza idee ma molto ordinata, insidiosa nelle ripartenze fino a quando Jorgensen ha avuto fiato e sempre puntuale nell’occupare gli spazi difensivi. Non c’è lavagna tattica che possa spiegare l’autogol di Simon Poulsen (in comproprietà con Agger) sul normale cross di Van Persie, da lì la squadra di Morten Olsen è scomparsa facendo salire di tono Sneijder (traversa colpita da un suo tiro deviato e assist per Elia da cui è nato il raddoppio di Kuyt) e permettendo a Robben di non rischiare infortuni prima degli ottavi di finale. Fino a quando la partita è stata in equilibrio la squadra di Van Marwijik ha costruito poco: troppo ansioso di tirare Sneijder, il solito fabbro De Jong, più ordinato ma non meno grintoso Van Bommel. Maggiori i pericoli creati da destra, con le iniziative di Kuyt, che da sinistra visto che Van der Vaart continuava ad accentrarsi e nella prateria lasciata aperta Van Bronckhorst non ne aveva più per inserirsi. Gli arancioni sono comunque usciti vivi da una situazione tatticamente bloccata, nella partita d’esordio questo può bastare. Nel primo tempo benissimo la Danimarca in difesa, poi l’affanno generale ha fatto commettere errori a raffica soprattutto a Kjaer. Visto solo nel finale il talentino Eriksen, di sicuro occorre inventare qualcosa perchè Rommedahl e Jorgensen (nel secondo tempo anche Gronkjaer) hanno un chilometraggio troppo elevato per sostenere adeguatamente Bendtner (che peraltro è scoppiato prima dei vecchi). Bene Christian Poulsen, comunque nessuno in questa Danimarca sembra avere un cambio di passo o anche solo la personalità per ribaltare i valori.
stefanolivari@gmail.com
(appuntamento a dopo Brasile-Corea del Nord)

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