Ossigeno nel riformatorio

16 Novembre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
La quarta parte della biografia di Drazen Petrovic. Una sola stagione in Acb e l’Nba escape verso la terra promessa: malgrado lo scetticismo yankee, dopo il primo impatto durissimo, ebbe successo anche in quella Sternville. Almeno sette anni prima dell’espansione totale che ne avrebbe diluito il talento complessivo, ma elevato le entrate milionarie.

I due astronauti che colonizzarono il sole dell’intero sistema basket furono le guardie che, l’anno precedente a Seul, si contesero l’oro olimpico che concluse la dittatura americana.  Se Petro si ritrovò in un’armata da anello a Portland, quarto-quinto elemento in un backcourt impossibile (Drexler, Porter, Ainge, etc.), Sarunas Marciulonis fece mirabilie nella nellieball più bella di sempre. Tarzan, condividendo minuti e responsabilità con califfi del calibro di Chris Mullin, Mitch Richmond, Tim Hardaway, Latrell Sprewell, mostrò un’adattabilità superiore rispetto al fuoriclasse di Sebenico.  Fu già un osservatore acuto come mister Sandro Gamba, in tempi non sospetti, a far notare lo stile bionico (afrolituano!) del grande Saras.

Petrovic invece, malgrado un’Nba Finals da panchinaro, dovette aspettare l’occasione giusta; ma nessun europeo, prima e dopo di lui, vantò la determinazione e l’etica lavorativa del Mozart dei canestri. Ci volle il suo ego smisurato per sopportare il sacrificio di quel periodo; in un ambiente diffidente, ipercompetitivo, impietoso verso una matricola venticinquenne forestiera. Arrivò l’opportunità di New Jersey, nel 1990, e Drazen non se la fece scappare: iniziò piano piano a guadagnare spazio e fiducia all’interno di un combo (?) che passò alla storia. Il Turmoil Team.

Prendete il primo passo da ghepardo del newyorchese Kenny Anderson, capitato dalla parte sbagliata del tunnel, circondato dalla posse di parenti e amici. La pigrizia molesta di Chris Morris, potenzialmente (nei cinque minuti buoni) un’iradiddio contemplabile solamente in quella lega. Una guardia-ala con le mani alla Pearl Monroe e le braccia alla Reed che gli consentivano un atletismo alieno. Lo stesso che, trasformatosi in Mister Hyde, rese impossibile qualsiasi sogno da contender dei Nets; aggiungiamo all’insalata mista il Club des Hashishins di Benoit Benjamin e Dwayne Schintzius.

Infine il capotribù, Derrick Coleman, Geronimo allucinato del legno: più grande talento dei lunghi negli ultimi trent’anni, un quattro con l’ingombro volumetrico e la fisicità a rimbalzo e in difesa di un cinque. Ala grande provvista di partenza dal palleggio e agilità di un tre, mano baciata dallo Spirito Santo per tirare e passare la gonfia. Ingovernabile caratterialmente, un mutante anarcoide che deflagrò la franchigia riducendola a una barzelletta itinerante. Mai visto in forma, sempre tendente alla pinguedine, una volta (in preseason) si presentò dal giemme Willis Reed con un libretto degli assegni già compilato: spiegò al glorioso ex pivot dei Knicks, scandalizzato, che avrebbe pianificato una serie di assenze dagli allenamenti… E vi risparmiamo, nel bestiario di DC, i particolari di una denuncia per aver urinato nelle piantine di un albergo très chic e altre storielle da principe della generazione X.

In quel riformatorio Petro, uno stakanovista dai polpastrelli fatati, rappresentò ossigeno puro per gli allenatori; con Bill Fitch prima e Chuck Daly poi divenne uno specialista offensivo letale.
Girando tra i blocchi o creandosi un tiro dal palleggio, sempre più qualitativo ed essenziale nell’azione. L’uso magistrale del piede perno, raffinatissimo, ne ampliava a dismisura l’arsenale di fuoco. Il caricamento e l’esecuzione velocissimi e implacabili, il rilascio compatto e mortifero; senza più l’obbligo di monopolizzare la scena, interpretava al meglio la partita e la sua lettura. Nella specialità, in un ruolo scomodo a causa della concorrenza infinita, entrò nei ranghi nobiliari dell’empireo.

Lasciando stare gli scherzi della natura (Jordan, Drexler e Richmond) si collocò assieme a Joe Dumars e Steve Smith nell’eccellenza del tiratore di striscia. Ovvero la mano calda che viene cavalcata dal playmaker per celebrare un parziale spezzapartita; Drazen meglio di un Reggie Miller o un Dale Ellis, meno abili nel crearsi da soli l’area vitale (con il passo d’arretramento) per la conclusione. Un esempio straordinario lo fornì una sera di Gennaio del 1993, quando contro Houston esplose nel career high di 44 punti: era un Petro dieci volte più forte di quello che ammirammo nelle coppe continentali, più maturo e chirurgico. Nel 1993, malgrado la convocazione mancata all’All Star Game, fu premiato con il terzo quintetto assoluto: fu naturalmente il primo europeo a fregiarsi di tale onore e quell’inclusione (a posteriori) ci indica il rispetto guadagnato negli States. (fine quarta parte – continua)

Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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