Nel nome del padre

26 Maggio 2008 di Stefano Olivari

Nel mondo giornalistico tutti millantano di essere amici di tutti, ma ovviamente non è vero. Nel caso del cronista calcistico la situazione è anche peggiore, perché di solito il giocatore (al contrario dell’attore che deve lanciare il film o del politico che deve mandare il suo messaggio) non ha bisogno di te, quindi l’amicizia di solito non c’è nemmeno a livello di finzione. Poche le eccezioni, per quanto ci riguarda solo una una: come i lettori della Settimana Sportiva sanno, si chiama Christian Chivu. L’idea non sarebbe quella di un’intervista post-scudetto (ci vantiamo di non averne lette, né sue né di altri), ma di provare a trasmettere i valori che ci hanno avvicinato. Un’idea che ci è nata vedendolo esultare nella serata dopo Parma-Inter. “Spero che mio padre, da lassù, sia fiero di suo figlio, di quello che ha fatto nella vita”, ci ha detto. Per la cronaca, a lui accadde quello che poi é successo a Lampard, nelle recenti semifinali della Champions. A due giorni dalla scomparsa del genitore decise di giocare, e fu il migliore in campo, contro lo Steaua. Sono tempi ormai lontani, ma per certi versi vicinissimi. Partiamo proprio da suo padre.

Pensi ancora a lui?
– Ci penso sempre, eccome. Non c’é più da dieci anni, ma continua a far parte della mia vita, giorno dopo giorno.
Cosa penserebbe di suo figlio, neo campione d’Italia?
– Come calciatore onestamente mi interessa poco, non lo so. Come uomo, forse sarebbe stato orgoglioso. Spero di essere rimasto il ragazzo educato e umile che lui ha cresciuto. Spero che veda e che si commuova perché suo figlio lotta ogni giorno per vincere, per giocare meglio, per costruirsi una carriera e una vita. L’ho fatto a 17 anni, lo faccio adesso, che ne ho dieci di più.
Forse avrebbe sofferto per la spalla…
A proposito, quante volte ti é uscita durante la stagione?
– Cinque volte. E cinque volte l’ho rimessa a posto.
Resisterai fino all’operazione?
– Chi lo può sapere? So solo che mi sta attaccata per miracolo, é tenuta legata da un solo tendine.
Ti chiamavano Swarovski, forse é il caso di cambiare il soprannome…
– Per me è uguale. So quanto soffro fisicamente, quanti sforzi faccio per stare in piedi, ma credetemi, quando Mancini mi manda in campo penso solo ad aiutare gli altri. Mai pensato al braccio, alla spalla, non ho alcun timore.
Parliamo degli aspetti positivi della vita e facciamo un passo indietro, alla domenica di Parma. Cosa ricordi?
– Nulla. Una grande tensione, ero assieme a Figo e Dacourt, in tribuna, proprio dietro la nostra panchina. Non sono in grado di mettere a fuoco alcunché, un pomeriggio pazzesco, come intensità.
Temevi di perdere lo scudetto?
– Nel 2002, quando ero all’Ajax, all’ultima di campionato avevamo un punto di vantaggio sul PSV e giocavamo fuori, contro il Nec Nijmegen. Vincemmo 2-0, il Psv fece 1-1. Sognavo si potesse ripetere, difatti si é ripetuto.
A chi lo dedichi?
– A me stesso. Per le scelte che ho fatto. Lo scudetto del prossimo anno lo dedicherò a qualcun altro.
Il momento più bello della stagione?
– A San Siro, quando ho alzato il trofeo. Un momento che auguro a tutti di vivere.
A cosa si pensa, in un momento del genere?
– E’ questo il punto, non si pensa a nulla, si é pieni, strapieni di felicità. Sei davvero felice, non é poco. E’ una sensazione fenomenale.
Momenti negativi, ce ne sono stati?
– Visti i continui infortuni, direi di si. Poi la serata contro il Liverpool, a San Siro.
Guardiola ti vuole al Barca.
– Scrivilo chiaro e tondo: mai, mai e poi mai lascerò l’Inter.
Lo dicono in tanti, poi…
– Mai. L’Inter é la mia vita. Ho sognato per anni di venire qui, difatti appena arrivato ho comprato casa.
Il fatto che giochi in almeno quattro ruoli ti esalta o ti penalizza?
– Lo sanno tutti che io preferisco giocare come centrale, ma non ho alcuna ambizione di diventare o di essere considerato uno dei più grandi difensori in circolazione. Gioco e mi alleno per vincere. A chi importa del resto? Sono utile, mi sento importante, vinco: esiste forse qualcoss d’altro?
Non é la stessa cosa giocare centrale oppure centrocampista di fascia…
– Mi sto abituando, ho imparato il ruolo, ho capito i ritmi diversi. All’inizio non era così. Con la nazionale, quando mi capitava di fare il centrocampista, ero leggermente in difficoltà perché non conoscevo bene il ruolo.
A proposito di nazionale, andrai all’Europeo, otto anni dopo. Differenze?
– Nel 2000 ero un bambino, per me era già un successo essere in Olanda e Belgio. Ero spensierato, senza alcuna responsabilità: ci pensavano Hagi, Dorinel Munteanu, gli altri vecchi. Ora é diverso, sono il capitano, tocca a me caricarmi i compagni sulle spalle.
Meglio allora o adesso?
– Adesso.
Un giocatore rumeno che consiglieresti alle italiane?
– Mirel Radoi. Ha 27 anni, é il capitano dello Steaua, gioca come me, centrale oppure centrocampista. Spero che gli altri non si offendano, ma lui mi pare il più adatto.
Maxwell andrà via, si dice.
– Non va da nessuna parte.
Un aggettivo per Mancini.
– Nessun aggettivo, parlano i risultati.
Per Ibra?
– Fisicamente e tecnicamente il più forte attaccante del mondo.
Balotelli?
– Idem, alla categoria giovani.
Fra un mese e mezzo ti sposi, dove vai in viaggio di nozze?
– Top secret, se no…
Cosa ti aspetti dalla prossima stagione?
– Vorrei ripeterla. Come risultati, non come infortuni.

Dominique Antognoni
dominiqueantognoni@yahoo.it

Share this article