Nascita di un tifoso

23 Marzo 2012 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Le grandi domande di Voyager, insieme a quella sulla rotta dei Templari partiti dal porto di La Rochelle per scampare alla persecuzione: perché siamo tifosi di una squadra invece che di un’altra? Domanda sorta leggendo, come sempre avidamente, un muro del calcio che presto, rullo di tamburi, avrà i commenti più recenti in alto evitando di farci smadonnare ogni volta. Ci riferiamo alla discussione a margine di quella, davvero lisergica, sulla redingote (qui nel Bronx l’abbiamo sempre chiamata soprabito). Insomma, perché tifiamo Inter invece di Juventus, Milan o Cavese? Di seguito il nostro schemino, senza la pretesa di fare la Nielsen dei poveri.
1) Si tifa per la squadra dei propri genitori, in particolare per quella del proprio padre, o del proprio gruppo di riferimento, ma fondamentalmente per quella del padre. Senza entrare in discorsi psicoanalitici o di comunicazione non verbale, è chiaro che il tifo per la squadra del genitore risponde a un bisogno di approvazione nella sua fase iniziale, per poi diventare qualcosa di relazionale (è l’unico argomento per cui padre e figlio non si pongono su piani diversi o conflittuali) ed infine, a babbo morto e non per modo di dire, qualcosa di nostalgico e di afferente ad una presunta età dell’oro. Un nucleo di purezza, che il manuale del giovane critico cinematografico definirebbe ‘Rosebud’. In questa categoria rientrano parecchie sottocategorie, prima fra tutte ‘La squadra vittoriosa nella prima partita che sono andato a vedere’, ma anche ‘La squadra della mia città’ e varie altre. Statistica personale: il 50% dei tifosi è di questo tipo. Noi stessi ne facciamo parte, perché nostro padre era interista e nonostante classi scolastiche e altri gruppi (basket, oratorio) inspiegabilmente monopolizzati da milanisti. La metà degli anni Settanta era di depressione per tutti…
2) Si tifa per la squadra più mediatizzata nel momento in cui si inizia a seguire il calcio, per le vittorie ma non solo: può essere merito del pompaggio mediatico di quella squadra, ma anche semplicemente di un campione che colpisca l’immaginazione. E’ il tipo di tifo che nel lungo periodo può cambiare i rapporti di forza. Statistica: 20% dei tifosi.
3) Si tifa contro la squadra dei propri genitori, sempre tenendo il padre come riferimento della situazione, o del proprio gruppo di riferimento, quindi scegliendo la rivale cittadina (tipo il Milan con un padre interista) o una squadra storicamente nemica (la Juventus per un bambino fiorentino). E’ il tifo dei ribelli light, di chi non mette in discussione i valori proposti dalla famiglia e dalla società ma cerca indolori isole di scontro su temi secondari come appunto il calcio. Statistica personale: il 10% dei tifosi.
4) Si tifa per vicinanza, familiare o da amici, ad altri tifosi. E’ il tifo derivato di chi magari in gioventù non tifava per nessuno o tifava per la squadra di famiglia ma senza seguire più di tanto il calcio. E’ il tifo di molte donne, così come quello di tipo 2. Statistica: 15%.
5) Si tifa per motivi ideologici una squadra che rappresenti determinati valori attraverso i suoi proprietari (esempio: Berlusconi) o più spesso attraverso allenatori o giocatori di grande impatto emotivo (esempio: Zeman). Statistica personale: 5%.
Vuole essere solo un gioco, basato sull’osservazione personale e sulle storie raccontate via mail da centinaia di persone. Mentre la parte seria, si fa per dire, del discorso, quella che ci fa arrabbiare inevitabilmente, è che non esiste una ‘diversità’ fra i tifosi delle varie squadre intesi come blocco, ma esiste invece una diversità ‘interna’ a seconda dell’intelligenza e della storia dei singoli. Poi su cazzate come ‘questa tifoseria è appassionata come nessuna altra’ o ‘nel dna di questo pubblico c’è il gusto per il bel calcio’ noi per primi ci campiamo, ma questo è un altro discorso. Rimane il fatto che l’unico antidoto al tifo sia il fatto che della materia ti importi di meno, perché nel corso della vita sono diventate più importanti altre cose. Alla fine l’unica certezza è che non si può iniziare a seguire il calcio, così come la politica o la musica, senza un punto di vista di vista forte riguardante una realtà che ci è vicina. Può anche nascere una passione cerebrale per il Barcellona o l’Arsenal, ma il tifo è un’altra cosa.


Twitter @StefanoOlivari

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