Melli europeo senza nefrite

14 Novembre 2015 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dal monastero catalano di Santa Maria di Poblet fra boschi di pioppi: un posto dove vige la regola del silenzio per non disturbare il sonno eterno di re e regine. Ci siamo andati vestendo il saio della povertà, per meditare sulla settimana in bianco delle società italiane di basket impegnate nei tornei europei. Una vittoria, nella coppetta FIBA, di Cantù con gli ultimi di Kapfenberg. Sette sconfitte. Tutte nette, dolorose, emblematiche. Caro Messina, fai bene a brindare con Petrucci per i 100 milioni che il governo ha stanziato per impianti sportivi in periferia. Servirà un lavoro profondo alla base, ma cari voi, se i dirigenti che pilotano la “rinascita” sono questi, gente che ha bisogno di filtri fra chi paga, amministra, sceglie e la prima squadra, allora poveri tutti. Siamo alla nefrite, lo streptococco ha invaso i filtri, si prende quando hai gli orecchioni. Orecchie grandi per sentire tutto, vendicarsi con tutti, mai per ascoltare davvero cosa accade ai giocatori lussuosamente ingaggiati. La nefrite si cura con sale, su ogni ferita, potassio, serve al cervello, proteine che non sempore sono il denaro.

Non siamo con il presidente del calcio Chieti che porta la truppa in campo all’alba per far capire dove sta la sofferenza. Siamo più per il metodo Boniciolli che alla Fortitudo ha instaurato il più economico regime “a letto senza cena”, altro che cenoni alla Mihajlovic o alla Mancini. Certo la cena di squadra era uno dei modi per far convivere tante anime diverse. L’Olimpia dell’età aurea, con Peterson e Cappellari, aveva scelto il Torchietto. Arrivò un furbacchione con un seguito da principe, voleva che tutti mangiassero gratuitamente a quella mensa. Gli dissero no. Lui cambiò quartiere e ristorante. Fine di tutto. Lui gira ancora intorno a questo basket, ha un grande potere, una spalla che pensa e piazza. Tutti guadagnano. Tutti felici.

Caro Messina che sei nel regno del beato Steph Curry, non preoccuparti troppo se arrivano immagini, notizie, del finale con tanti italiani in campo, ad esempio, per Reggio Emilia. Da filtrare, valutando la volata scudetto persa l’anno scorso. Certo anche il vecchio Lavrinovic ci ha messo del suo, ma Della Valle, Stefano Gentile, Aradori, Polonara, hanno mostrato cosa pensano del basket di oggi: non importa allenarsi, vivere insieme, quando la barca affonda ognuno per sé. Se la salvano si sentono eroi gratificati, nel glossario televisivo tutto diventa stupefacente (anche un tiro libero), sbagliando, be’, quell’allenatore non fa chiarezza. A Reggio Emilia, l’anno scorso, per tanto tempo era discussa la gestione tecnica. Fortunato Menetti che in questa stagione del lusso Lavrinovic dal vivaio gli è arrivato in panca e, per fortuna, anche sul campo, il diciasettenne lituano Strautins.

Altri suoi colleghi la vivono peggio. Non avendo un vivaio serio, eppure Milano ci spende, ha messo al comando dei grandissimi come Pozzecco in passato e, ora, Nando Gentile, chiedono a babbo Natale, il padrone insomma, di cambiare, rinforzare.

Nemmeno più la Virtus ha un vivaio di livello. Messina ha persino chiesto a Giordano Consolini, stranamente e volontariamente, diranno loro, messo un po’ da parte nella struttura delle Vu Nere ricapitalizzata, ma non certo migliorata facendo fuori un Villalta, di fargli da nocchiero quando tornerà per lavorare con Dalmonte e Fioretti. Se il frutto di tutto questo sono Imbrò, Gaddefors che voleva andare nella NBA e il Fontecchio di oggi c’è da prendere paura, come dicemmo a Lignano per i ragazzi di Sacripanti. Fontecchio a cui, anche dopo certe prestazioni, si chiede pazienza (a lui?), porca vacca, perché chi gli vuol male prepara una nuova una prova per andare nel mondo che conta, quello dove Bargnani ci dice di essere in progresso anche se Brooklin è in fondo a tutto, dove Gallinari fa veramente il gallo, lui è la luce che Azzurra deve conservare, dove Belinelli smazza per i re di Sacramento, ma sembrano tutti dei paggi da cucina rustica.

Non si preoccupino in federazione, a San Antonio. Il basket italiano non è quello modesto delle coppe europee. Certo c’è da avvilirsi un po’ se nella massima competizione, l’Eurolega dove, visti i palazzi, le squadre, lo sperpero, sia la FIBA che la rinnovata ULEB dei rilanci milionari pensano che un posto basti e potrebbe pure avanzare per l’italietta stregata in vista del preolimpico a Torino dove ci sarà sempre, purtroppo per gli artisti convocati, una palla soltanto e il matematico dice che se hai quindici, venti secondi per attaccare e uno dei tuoi cerca la sorpresa nella palla o petrolio sul legno duro, sognando di perforarlo in palleggio, tenendosela fino quasi alla sirena, scaricando, per non macchiare le sue di statistiche, polpette velenose che gente senza personalità fa arrivare difficilmente al ferro, allora saranno lacrime.

E sì, avete letto bene, senza bisogno del filtro: in Eurolega le due italiane, i campioni di Sassari e gli aspiranti al titolo di Milano, hanno vinto una partita, l’Armani, su dieci. Ma non drammatizzate: il Real ha perso persino a Strasburgo, il CSKA si è fatto mettere nella retina dalla bellissima Malaga del Plaza che non fa sconti ai lavativi come quando lavorava in un carcere.

Fate come volete, però venite a nascondervi anche voi al Poblet. Facile, banale, vile, scoprire dopo che il torneo è molto più duro del campionato supertelevisivo di nonna nostra, ogni giorno una festa, ogni notte un evento quando arrivano i ragazzi di SKY, accorgersi che fare i bulli a casa non basta è troppo semplice, risolvere con i soldi del ricco mecenate o della comunità non è davvero etico. Se sapete lavorare e scegliete voi uomini e caporali, allora andate fino in fondo e diteci cosa siete capaci di tirare fuori da questi mercenari. Occupatevi almeno della vostra squadra. Del resto, di quello che c’è intorno bastano ed avanzano i filtri e gli spioni.

Dicevamo a Messina di stare tranquillo se è vero che all’Olympiakos hanno trovato il vino di resina adatto a far sorridere di nuovo il Daniel Hackett “cacciato” da Milano, se il Custer Trinchieri a Bamberg ha dato una barba nuova al Nicolò Melli che sembra rinato potendo giocare in una squadra dove non è obbligatorio fare soltanto la sponda per non rubare le caramelle ai cocchi di famiglia. Insomma sarebbero giocatori anche loro. A Milano non la pensavano così e allora via col tango, in nazionale più o meno la stessa cosa. Eh, caro Ettorre che sogni un passaggio in più. Sarà tanto averne almeno uno decente.

IL MALE DI MILANO? Era stato scritto subito, quando scelsero di costruire tutto intorno ad Alessandro Gentile che è giovane, resistente, ma non di ferro. Alla firma dei contratti molti accettarono di essere soltanto gregari. Dovevano garantire difesa e specchietti per allodole. Non succede spesso, perché non esiste soltanto Fioretti come mago del video. Anche altri ci perdono il sonno. Trovato l’antidoto ecco che il Fieramosca di Repesa scarica su altri, lo fa anche molto bene, in noi c’è sempre stata l’idea, l’illusione, che potesse pure fare il regista, ma questi gregarioni hanno perso l’istinto come succedeva anche ai tempi di Scariolo e Banchi che pure avevano seconde e terze punte d’attacco notevoli, ribelli che non capivano e non si adeguavano salvo al momento dei tiri miracolosi di Jerrells e Langford. Nella storia del mitico cavallo Seabiscuit l’allenatore disse al proprietario: prima deve tornare a credere di essere un cavallo. Ecco, Milano deve far credere a tutti che sono stati presi perché buoni giocatori. Va bene come scusa, il fatto degli allenamenti perduti e i ritardi nele mettere insieme il gruppo, ma la situazione sembra da ultimo ballo, l’ennesimo, sul solito Titanic superaccessoriato, staff giovane in sede, entusiasmo, idee. Basket, sport dove servono muscoli e fegato più delle scritte? Be’, passate domani. Prendere Sanders campione con Sassari aveva un senso ieri, oggi va bene per il campionato. Accidenti, dicono i filtri. Lo scudetto ci basta e avanza e magari pure la coppa Italia. Beati i credenti dicono a Poblet e nelle preghiere di Repesa c’è persino il possibile passaggio alla seconda fase catturando l’Efes. Buona fortuna vecchio Orco Shrek.

IL MALE DI SASSARI? Una squadra campione costretta da limiti di bilancio a rivedere il gruppo vincente può trovarsi nell’acqua fredda all’improvviso. Sacchetti ha cercato, sta cercando, di cambiare il suo modo di lavorare in palestra e sul campo. Sta cercando.Difficile possa riuscirci perché nei momenti di crisi torna il gioco della felicità dantoniniana e del prof Guerrieri: tirare appena c’è luce. Tutti. E no. Tutti in questa Sassari non possono permetterselo. Sarà forse questo il motivo dei cali improvvisi? Valutiamo i quintetti base e i cambi, la crisi viene quando mancano certi bilanciamenti e prendere uno come Haynes, dopo aver sopportato Dyson, vuol dire mettersi da soli sulla porta dell’inferno perché Petway Varnado sono lussi che non valgono ciò che pesano e sta diventando un problema e un lusso pure persino l’Alexander, bello, elegante, un gioiello, però di cristallo anche mentale, che comincia a scuotere un po’ troppo il testone come se fosse sempre colpa degli altri quando il suo avversario imperversa. Non sapendo le parti in commedia, lo chiedano a quelli di SKY, allora si esce fra i fischi. Non hanno le qualità di quelli del gioco libero e bello del triplete. Questi fingono di avere la faccia tosta e la mano giusta. Non è vero e non lo diciamo perché facciamo fatica capire che rinnovare un gruppo e un gioco richiede molto tempo, tanta armonia societaria, poca ansia. Forse è così, ma intanto la nave va.

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