Mancini e Allegri, diversamente aziendalisti

14 Dicembre 2015 di Stefano Olivari

Inter e Juventus hanno davvero deciso di rilanciare l’editoria sportiva, perché quello che si sta profilando all’orizzonte è l’ennesimo duello di una sfida infinita che riguarda non soltanto questioni calcistiche, visto che banalmente ogni squadra del mondo ha i suoi tifosi, ma anche modi diversi di essere italiani (tralasciamo il discorso Asia dove la serie è seguita da due, forse quattro e qualcuno dice nove, miliardi di persone). Perché il calcio non è soltanto calcio, il segreto di Pulcinella del suo successo è proprio questo: diversamente sarebbe seguito come i pur rispettabili fioretto e pallamano. Su Erick Thohir ci siamo sbagliati totalmente. Eravamo convinti fosse l’uomo che avrebbe dovuto i risanare i bilanci dell’Inter, per conto suo e di Moratti, a scapito dei risultati del campo, con uno scenario da Udinese di lusso. Invece sta accadendo l’esatto contrario: i conti sono sempre un disastro, parzialmente mascherato da artifici contabili perizie discutibili, ma la squadra costruita con molti meno soldi che in passato è di una solidità impressionante. Merito dell’allenatore e quindi anche di chi lo ha scelto, a partire da Thohir e senza andare lontano da Moratti. Mancini è l’unico tecnico italiano che abbia davvero voce in capitolo in materia di calciomercato, magari altri a seconda del carisma e del potere contrattuale possono strappare qualche ‘loro’ giocatore, ma soltanto lui ha la licenza totale di fare e disfare, al di sotto ovviamente di un tetto ben preciso. Mai come quest’anno, nonostante abbia già vinto tanto, sta dimostrando di essere nell’elìte della sua professione. In senso aziendale all’opposto sta Allegri, allenatore ideale di un club che storicamente ha sempre considerato i suoi allenatori, anche grandi allenatori, dipendenti-funzionari come tanti: intelligente l’anno scorso nel non disfare il lavoro di Conte, impermeabile quest’anno alle critiche di chi non capiva come mai la squadra bianconera non fosse subito al massimo dopo aver perso i suoi tre trascinatori e avere tanti nuovi da inserire (un mese fa Allegri era l’autolesionista che non capiva Dybala). Se Mancini è direttamente l’azienda, Allegri ne è comunque un ottimo rappresentante. Ma cosa volevamo dire, al di là del citare due allenatori che per motivi diversi ammiriamo? Che per qualche misteriosa e anche meno misteriosa ragione i grandi club, a parte qualche anno di transizione, rimangono grandi a prescindere dagli errori propri e dai meriti degli altri (scriviamo nel presente perché magari lo scudetto lo vincerà la Roma con la Fiorentina seconda, ma il sito non si può fermare fino a maggio). È un bene? Secondo molte teorie economiche sì, secondo noi no. Non è per fare la NBA dei poveri, ma non capiremo mai come si possa partecipare a un campionato senza poter sognare, nemmeno con un orizzonte di dieci anni, di poterlo vincere. È più facile essere re quando i sudditi sono felici di rimanere sudditi. Continua sul Guerin Sportivo.

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