Mamba number five

18 Giugno 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Finisce con lo Staples in festa, dopo quarantotto minuti in apnea come in una sfida tra Maiorca e Mayol, l’odissea 2010 di Sternville. Constatato che anche in America le madri dei cretini sono sempre incinta (quei fischi a Bill Russell durante la premiazione…), gara7 si consegna per sfinimento alla squadra tecnicamente più logica malgrado uno scenario tattico totalmente ribaltato.
Dopo gara2 la difesa di Thibodeau ha dominato la sfida, modificando le dinamiche della contesa; trattasi in effetti di consuetudine moderna dell’Nba: dall’arrivo dei Bad Boys (1988) l’inerzia della propria metà campo ha storicamente smantellato anche le produzioni offensive più clamorose. E’ stato così anche per i Bulls della seconda tripletta, che con le regole attuali costringerebbero al ciapanò la concorrenza di oggi, e per gli Spurs dall’organizzazione difensiva più sofisticata (avere quel Duncan là sotto..). La bella della scorsa notte è stata uno spettacolo burlesque, in salsa lotta nel fango, che un Dennis Rodman avrebbe adorato: non a caso il più rodmaniano di tutti per intensità e affronto muscolare, non per neuroni cestistici naturalmente, ne è uscito come l’uomo chiave. L’Artest battezzato dalla cinica troupe biancoverde ha tenuto a galla, anche con una marcatura super su Pierce, la nave da crociera gialloviola; sul più tredici verde (il numero che ossessiona questa disamina), a metà terzo quarto, è poi arrivato il momento dell’altro deviante dell’AAU di Queensbridge.
Lamar Odom, spaiato da Ron Ron di soli sette giorni nella data di nascita, ha regalato un po’ di grecale fresco a una nave fin lì pronta a interpretare il ruolo scomodo del Titanic:
il suo tredici di attivo nel plus minus, frutto del suo pensare basket da point forward, è la statistica più importante della sfida assieme al differenziale rimbalzi che ha sorriso ai Bryanteers, un altro (maledetto per i bostoniani) tredici… La tonnara allestita da un fenomenale Garnett aveva aggiunto pressione all’assillo ibseniano del Mamba, alle prese con una marcatura perfetta dell’ensamble trifoglio e con la tipica rarefazione dell’aria dell’Everest cestistico. Nulla di sorprendente se, nella pallacanestro recente, i più adatti al doom metal della settima sono sempre stati i lunghi (Olajuwon, per esempio); ma la circolazione di palla e il tiro frontale, certe notti, riescono difficili come una Roubaix controvento e con la pioggia. E’ d’altronde inumano chiedere lucidità a due compagini giunte alla duecentoundicesima partita complessiva da fine Ottobre 2009; le lacrime del metrosessuale catalano alla sirena (18 rimbalzi in saccoccia) spiegano molto dello sforzo psicofisico del confronto. Qualcosa che potrebbe anche incidere sulla scelta imminente di Phil Jackson, all’undicesimo anello di una carriera da guru della panca, e che prepara un dolcissimo Sunset Boulevard per i guerrieri di Doc Rivers.
Con il senno di poi, il bandierone numero diciotto al Td Garden è stato ammainato nell’assurda gara3; analizzando la settima, sarebbero bastati due canestri nel momento del rientro Lakers nell’ultima frazione.
Forse una tripla di Ray Allen, gigantesco (a trentacinque anni!) in funzione di kobestopper, o un assolo fortunato di PP avrebbero spento gli ardori di El Ei: essendo antitaliani per principio (perchè amiamo troppo il Bel Paese), vorremmo sottolineare la grandezza del combo perdente; un KG da antologia del gioco, il regista dell’assalto difensivo e l’unico con percentuali decenti in attacco dell’intera partita, e un Rondo indecifrabile nella sua unicità. Non sappiamo se sia un playmaker, a noi ricorda una combinazione Nfl tra quarterback e cornerback, ma rimane un giocatore con momenti di assoluto dominio tecnico. E non finiremo mai di sorprenderci del cuore di Big Baby e dello scienziato pazzo Rasheed, uno che se solo avesse voluto avrebbe dominato il mondo…
Laureati all’Università di dietrologia comparata, l’assenza di Kendrick Perkins è stata coperta con uno spirito ammirevole;
ma questa Gang Green, con i gomiti del 43 a togliere spazio ai Gasol sotto le plance, avrebbe ripetuto l’impresa di quarantun’anni fa: la mancanza di controprove ci conforta del nostro teorema. L’incompiuta dei riversiani è comunque struggente, gozzaniana, ma non ci fa dimenticare la follia apparente di uno sport bellissimo: la finalissima è stata, nei limiti del suo climax guerresco, uno spot per Stern e la sua formidabile macchina d’intrattenimento. Le altre due serie dei playoffs da sottolineare sono state Spurs-Mavs e Suns-Lakers; altre hanno mostrato pochi bagliori degne di annotazioni, ma tra qualche anno potremmo riscoprire come un prequel Thunder-Lakers o l’inizio di uno psicodramma in Celtics-Cavs (i dolori del giovane Lebron). Come disse nel 2008 un profetico “Chuck” Barkley, i Lacustri saranno da corsa per almeno un lustro; rimangono dunque un paio di stagioni al massimo, confidando nell’immortalità nietszchiana del 24, per puntare al consolidamento della dinastia. L’unica certezza è che il cielo sempre più blu di Sternville, nel breve, sarà modificato geneticamente dalle scelte degli agenti liberi importanti: in attesa di capire se i nuvoloni all’orizzonte, nell’estate 2011, faranno piovere una serrata che ci rende meteopatici.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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