L’uomo Tom Bradford

27 Febbraio 2008 di Stefano Olivari

Non si è ancora capito esattamente il programma di Barack Obama, a parte qualche ‘We can’ sparato a folle che vogliono disperatamente credere in qualcosa pur non sapendo in che cosa, ma è chiaro che gran parte del mondo dello spettacolo americano ha messo il faccione in suo favore, da Oprah Winfrey in giù. La povera Hillary ha la colpa di parlare di programmi (soprattutto sanità) e di rappresentare nell’immaginario collettivo la vecchia politica, come se la vuota demagogia e le camicie kennediane del suo avversario nelle primarie democratiche rappresentassero qualcosa di nuovo. Insomma, c’è da tremare considerando che gli Usa contano leggermente più dell’Italia e del Senegal. Su tutti i giornali si è letto chi sta con chi, ma la presa di posizione più sorprendente è stata quella di Kelly Hu, che sta facendo campagna per Obama. Sorprendente non perchè un’attrice non possa manifestare le proprie idee politiche, ma perché di Kelly Hu ci eravamo colpevolmente dimenticati. Ma sì, per l’eternità lei sarà Kaori, la ragazza orientale dello spot Philadelphia con Ricky Tognazzi, in cui storpiava il nome del formaggio (formaggio almeno per noi che siamo cresciuti a Tigre, per colpa dei palloni-regalo) nel modo in cui ci si aspetta che lo storpino i cinesi. Insomma, una cosa vagamente razzista e paternalista (Kaori era una ragazza alla pari, se non ricordiamo male), ma che ai suoi tempi passò per carina. Kelly Hu di orientale ha solo l’origine, ma è americana e anniottanta pura essendo nata ad Honolulu nel 1968, storica (in quanto prima di origini asiatiche) vincitrice di Miss Teen America nel 1985 e comprimaria in molte serie televisive. Il famoso spot non è roba Ottanta, ma ci serviva come pretesto per ricordare un’altra presa di posizione elettorale di un grande dimenticato, Dick Van Patten. Sì, il Tom Bradford della famiglia Bradford, il padre di quegli otto ragazzi californiani di fine Settanta-inizio Ottanta, il marito di Abby (che non era la madre, ma l’insegnante diventata seconda moglie), il giornalista del Sacramento Register, l’uomo che non si arrabbiava mai e riusciva a risolvere tutti i problemi con il dialogo. Ricordare gli otto ragazzi Bradford (titolo originale della serie: ‘Eight is enough’) è per noi più facile che ricordare i nomi delle Winx o dei sette nani: in ordine di età David, Mary, Susan, Joanie, Nancy, Elizabeth, Tommy, Nicholas. Ognuno con le sue storie, più credibili ed umane di quelle dei telefilm di oggi pieni di figli segreti, misteri terribili e travagli esistenziali: insomma, brutte copie di Twin Peaks. La cosa che ci ha sempre colpito della famiglia Bradford, approdata in Italia prima sulla Rai per poi passare sulle reti Fininvest (lo stesso percorso di Dallas) è che lì tutti studiavano o lavoravano, al contrario della maggior parte delle fiction in cui ognuno dalla mattina alla sera sta a pensare ai fatti suoi. Ma dicevamo di Dick Van Patten, ormai ottantenne, che anche dopo il ritiro dalla scene si prende a cuore le sorti dei suoi ‘figli’. Abbiamo letto su Vanity Fair che in più di un’occasione è intervenuto per sostenere finanziariamente o umanamente gli otto ‘Bradford’ in difficoltà nella vita reale. Già, perchè a quasi nessuno è andata bene: Lani O’Grady (Mary, la studentessa di medicina) è morta nel 2001 di overdose, Susan Richardson (Susan) ha avuto gravi problemi nervosi e si è in pratica ritirata dal mondo, Willie Aames (Tommy) è stato drogato-alcolizzato ma si sta riprendendo, gli altri ad andare bene sono scomparsi dalle scene e vivono non proprio nell’oro. E sapere che Tom è sempre lì a prendersi cura di loro ci ha commosso, non stiamo scherzando. Un ottimo attore, bambino prodigio a Broadway poi stella anche dei radio show e della televisione, ma anche un uomo buono. Ma la politica cosa c’entra? Ah sì, Dick Van Patten è stato uno dei pochi attori, insieme a Chuck Norris, a Stallone ed ovviamente a Schwarzenegger, a dichiarare il suo sostegno per John McCain, l’ormai sicuro candidato repubblicano alla presidenza. Almeno in questo è stato diverso da Tom Bradford, al 99 per 100 elettore democratico. Ma forse nemmeno lui avrebbe urlato come un invasato ‘We can’. Avrebbe cercato prima di capire per poi scrivere con calma, nello studio di casa, la sua rubrica sul giornale. Sempre perfetta, nonostante le interruzioni dovute ai problemi dei figli. Per noi che scriviamo tutto di fretta, senza nemmeno l’alibi dei figli, un vero mito.

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