Ottimisti come Carolina Kostner

17 Agosto 2015 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dall’altipiano di Asiago dove Carolina Kostner ci ha detto, con la sua arte, che non sarà mai messa in catene da puzzapiedi, da bigotti e bigottine, libera e bella ancora una volta, pronta a fuggire come moschettiera del vero vivere. Unica vittima della caccia alle streghe che fa diventare persino saggio uno squalificato come il presidente della federatletica mondiale Diack a fine corsa sui viali di Pechino: se non crediamo a quello che vediamo, allora lo sport è morto. Certo ci si mettono in tanti per cercare di ammazzare questo modo di vivere, sognare, soffrire, gioire. Chi vende, chi bara, chi trucca, chi si droga, chi fa mercimonio delle golosità umane sfruttando piccirilli e picciridde. Noi vorremmo resistere e lo abbiamo urlato a Carolina mentre volteggiava sul ghiaccio dove è caduta tante volte, ma dal quale si è sempre rialzata anche quando l’ex presidente del Coni, oggi tornato, fortunatamente per questo sport, alla guida del basket, disse che non era una campionessa. Be’, lui ogni tanto prende qualche cantonata. Adesso, per esempio insiste con questa teoria di poter presentare ai prossimi europei la miglior Italia di sempre.

Certo, fa come quel tipo che nel Far West vendeva magiche medicine per curare dalle emorroidi al mal di gola: qualcuno ci crederà e comprerà la merce. Per la verità questo martellamento che non ci aveva mai convinto sembra aver fatto breccia nella testolina dei ragazzi che la rana-lupo Simone Pianigiani sta portando oltre le rapide del fiume delle banalità, nella speranza che nel traghettare la ciurma non si dimentichi mai di avere nel gruppo tanti scorpioni. A Tbilisi abbiamo visto, seppure contro avversari che sembravano modesti, qualcosa che deve farci sperare sul passaggio del primo turno a Berlino, perché questo basket con finti pivot, non avendone di qualità meglio inventarsi qualcosa, con giocatori Fregoli che indossano volentieri il vestito più utile per la recita, potrebbe davvero sorprendere le sorelle toste del girone tedesco. Anche perché se noi abbiamo tanti scorpioni in azzurro, non bisogna credere o dimenticare che le altre siano tutte squadre composte da vergini con candidi manti. Eh no. Pure loro hanno scorpioni nella tana, giocatori presuntuosi che non amano tutti i loro compagni.

Dalla Georgia senza furore, ma con qualcosa di nuovo da presentare al mercato di chi scommette sull’Italia da sbarco a Mindanao, pronta per stupire e, magari, anche per qualficarsi subito alle Olimpiadi di Rio, anche se ci andrebbe bene pure il torneo di ripescaggio concesso a chi arriverà dal terzo al settimo, ottavo posto nelle finali di Lilla. Siamo contenti di aver gridato al lupo prima che cappuccetto azzurro si facesse mangiare una manina, la critica dovrebbe servire a questo: motivare, stimolare, creare un nemico da combattere come ci disse un giorno, ringraziando, un grande giocatore che non avevamo sempre trattato benissimo. Vaglielo a spiegare a certa gente e a certi clan che si illudono di essere onnipotenti non avendo mai letto cosa accadde fra i Borgia e persino in casa del Magnifico di Firenze e persino a Versailles dal Re Sole che non era poi sempre illuminato, comunque sia meglio viaggiare con la paura, sapendo che al timone c’è gente di qualità, convinti che i capitani Datome e Gallinari hanno saggezza per portare tutti in salvo senza che sia avvelenato il traghettatore.

Certo esiste sempre il pericolo che questo treno a vapore si fermi anche alla stazione del compiacimento, ci saranno ancora i tornei di Capodistria e Trieste a tenere alto il senso di ansia, insomma a farci temere quello che è capitato alla povera badante milanese di viale Tunisia aggredita dai gatti dei vicini che doveva accudire e che hanno cominciato a graffiarla quando ha portato loro il cibo. Meglio così. Le nazionali italiane in pericolo, con poca credibilità, hanno sempre fatto grandi risultati e l’aruspice sull’altipiano di Asiago ci ha detto che Berlino e Lilla, intesa come Francia, ci hanno sempre dato senape a grani e il sole del successo se è vero che gruppi, obbiettivamente, migliori di questo hanno vinto l’europeo a Nantes ’83 e Parigi-Bercy ’99.

Credere non è più un peccato e allora ci faremo una ragione anche se il Pianigiani ci darà il buongiorno, prima di partire per Berlino, annunciando che lascerà a casa Pascolo, peccato, Della Valle, una visione poco illuminata del vero futuro nel ruolo di regia, Cervi o Cusin, che, in effetti, spostano poco e niente, tenendoci in sospeso col quarto eliminato perché bisogna sempre girare con il ferro da cavallo in tasca marciando così spediti verso un grande avvenimento e bisognerebbe avere la fortuna mancata, ad esempio, quando andammo a Capodistria, nell’europeo passato, giocando bene all’inizio, finendo sulle ginocchia alla fine perchè non c’era una squadra con dieci elementi di qualità come oggi. Sì, dieci buoni li abbiamo e anche undicesimo e dodicesimo potrebbero dare una mano. Contare su di noi e sulla confusione negli altri treni a vapore dell’europeo. Insomma ottimismo, magari senza la golosità presidenziali, anche se bisogna riconoscere al sindaco del Circeo che ha messo nella zuppa tutti filtri che potevano far tenere in valigia a Cenerentola il vestito giusto anche per i balli che contano, pronta a spernacchiare noi e i fibaioli chi hanno messo l’Italia in una fascia di competenza assurda se dobbiamo considerare Estonia, Lettonia e Georgia mangiate nelle difficili colazioni di Tbilisi sotto lo sguardo corrucciato di vecchi staliniani.

Illudersi farebbe male. Non vedere che il lavoro nel gruppo e sul campo sta funzionando in maniera eccellente sarebbe da presuntuosi e sciocchi, dopo aver capito come eravamo, senza i tre della NBA, nella Trento soffocante. Una squadra è in mare. Se vedranno Moby Dick saremo felici per loro e contenti cper Achab Petrucci, ma anche per questo Melville Pianigiani che sogna il rinascimento dopo aver ingoiato palate di granchi quando (per giusta ambizione?), urlò al mondo io volo da solo, adesso è all’apogeo del suo modo di concepire sistema e amicizie, staccandosi dalla casa senese dove era nato e diventato capo branco da scudetti, tanti e in fila.

Post scriptum: siamo avviliti per il furto di rame che rende inagibile il Pala Maggiò a Caserta. Ora se una città non riesce a difendere quello che fu un capolavoro geniale, culla di una bella società e di una grande squadra, perché poi dovrebbe disperarsi quando chi rema da solo urlerà di non poterne più? Vale per tanti, per quasi tutti. O le cose si fanno insieme, si lavora per andare avanti o è meglio farsi da parte. Certo non come il Toti che ora si trova fra l’incudine del progetti giovanili seri Stella Azzurra e il martello della nuova arca romana dove è andato a dirigere le operazioni tecniche Attilio Caja. Un’alleanza avrebbe ridato a Roma qualcosa che serviva alla città, ma soprattutto al basket. Se l’illuminato di cui parlono tutti, nobile nel gesto di fare un passo indietro è questo Toti, allora chiediamo scusa. Ci siamo confusi.

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