Lo stile di Dino Viola

18 Marzo 2011 di Stefano Olivari

 di Stefano Olivari
Il figlio del presidente della Roma dello scudetto 1982-83 ha parlato del modo in cui nel 1984 furono dati 100 milioni di lire all’arbitro Vautrot per facilitare il passaggio della Roma alla finale di Coppa Campioni. Fatti in parte già noti, ma soprende sempre il modo in cui gli addetti ai lavori considerino normale l’accaduto…

Riccardo Viola, figlio dell’ex presidente romanista Dino, ai microfoni di Mediaset Premium non ha usato giri di parole parlando dello scandalo di Roma-Dundee del 25 aprile 1984. Semifinale di Coppa dei Campioni, con i giallorossi che rimontano lo 0-2 dell’andata, vincendo per 3-0 e qualificandosi per la finale di Roma poi persa ai rigori contro il Liverpool. Nel 1986 la Corte Federale assolve tutti i protagonisti di quello scandalo, ma solo per sopraggiunta prescrizione e specificando di «aver riscontrato un comportamento gravemente censurabile messo in opera dall’ingegner Viola: non può quindi dichiarare caduta l’incolpazione contestata ai signori Landini e Viola in merito al passaggio della somma di 100 milioni». Dopo 27 anni Riccardo Viola, a quei tempi dirigente della Roma e non solo figlio di Dino, ha quindi ri-raccontato la sua versione dei fatti: «Arriva il signor Landini, dirigente del Genoa, parla con mio padre e gli dice: Vautrot è un amico e attraverso un altro mio amico si può arrivare a lui. Ma bisogna dare all’arbitro 100 milioni di lire. Noi rispondiamo: che sicurezza abbiamo che Vautrot prenda questi soldi? Ci si accorda per un segnale convenzionale che avvenga, sotto gli occhi di tutti, durante un incontro, alla vigilia del match. Noi organizziamo una cena con l’arbitro e chiediamo un segnale che effettivamente dimostri che qualcosa di vero in tutto questo c’è. Nel corso della cena arriva un cameriere che si rivolge all’arbitro e dice: ‘Il signor Vautrot al telefono’. Quello era il segnale. Quando Vautrot dopo essersi assentato ritorna al tavolo, ci dice: ‘Ha chiamato l’amico Paolo e mi ha detto di salutarvi. Allora io mi alzo, chiamo papà e gli dico: ‘Messaggio arrivato’». Domanda: chi sarà mai l’amico Paolo? Risposta di Viola: «Chi fosse l’amico Paolo non l’abbiamo mai saputo. Papà domandava a tutti e in quel periodo c’erano solo due possibili Paolo, Casarin e Bergamo. Lui parlò con entrambi, ma finì che entrambi si accusarono a vicenda». Nell’ordine, se abbiamo capito bene: 1) Un dirigente di una squadra che c’entra zero con la partita in questione si offre per taroccarla; 2) Dino Viola, quello che viene ricordato come un grande presidente, decide di comprare l’arbitro e l’unico suo problema etico è verificare che Vautrot quei soldi li prenda veramente; 3) La partita finisce come la Roma vuole, con il primo gol (di Pruzzo) viziato da un fuorigioco di Bruno Conti e il terzo che è un rigore (giusto, almeno a nostra memoria: un fallo su Pruzzo) segnato da Di Bartolomei; 4) Casarin e Bergamo che non denunciano Viola ma si accusano a vicenda; 5) Dino Viola viene tuttora ricordato come un grande presidente, un modello di gestione calcistica e di stile; 6) Tocco di classe: all’epoca Viola è senatore della Democrazia Cristiana, corrente andreottiana. La cosa peggiore è che tutti i personaggi della vicenda si comportano come se questa contrattazione per chi vive nel calcio italiano sia normale. Insomma, l’importante è che i soldi arrivino a destinazione.

Stefano Olivari
(pubblicato sul Guerin Sportivo)

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