L’Italia di Mancini e il mito dei giovani

29 Marzo 2019 di Stefano Olivari

La Nazionale italiana ha battuto 2-0 la Finlandia e 6-0 il Liechtenstein. Cioè una squadra modestissima, numero 59 del ranking FIFA, e una improponibile (181), entrambe degne di qualificazioni europee scontate in quasi tutti i gironi. Ma sembra che stiamo assistendo a un nuovo Rinascimento, a pochi mesi dal pessimismo cosmico del post-Ventura in cui sembrava che nessun italiano sapesse più giocare a calcio e che dovessimo copiare il modello tedesco, francese, canadese, ugandese. Come mai questa virata mediatica? Pare che il mondo si sia innamorato di Kean (strepitoso ieri suo padre alla Zanzara), Barella e Zaniolo, e che anche chi è più maturo abbia ancora tantissimo da dare…

Per chi legge i giornali sportivi dalla metà degli anni Settanta il fenomeno non è sorprendente. Un nuovo commissario tecnico di solito arriva dopo il fallimento o comunque un cattivo risultato del precedente, anche se non sempre è così: Zoff arrivò dopo i quarti di finale mondiali di Maldini, Trapattoni dopo il secondo posto europeo di Zoff, Donadoni dopo la vittoria mondiale di Lippi… Solo quelli che arrivano dopo un fallimento vero e proprio possono beneficiare di questa retorica sui giovani, che prolunga la naturale luna di miele. Fu così per l’accoppiata Bernardini-Bearzot, il cui mandato non era di qualificarsi alla fase finale degli Europei (cosa all’epoca difficilissima, non si era al cani e porci di adesso), ma di lanciare più giovani possibile. Missione compiuta, con esiti che tutti ricordano quando la Nazionale passò nelle mani del solo Bearzot.

Dopo il triste mondiale messicano Azeglio Vicini nel 1986 ebbe lo stesso compito, con però maggiori obblighi di risultato. E anche il Sacchi 1991 fu salutato all’insegna del ‘Finalmente si respira aria nuova’ anche se poi le poche cose buone le fece aggrappandosi ai campioni che già l’avevano fatto vincere nel Milan. Cesare Maldini sfruttò l’onda lunga di tre titoli Under 21 ed effettivamente lanciò giovani di spessore notevole, da Buffon a Vieri, mentre Zoff, Trapattoni e Lippi più o meno gestirono l’esistente, per parlare bene di loro i giornalisti non avevano bisogno del pretesto dei giovani. Dopo il fallimento del Lippi bis aria nuova con Prandelli, una delle grandi occasioni perse dell’Italia (sarebbe bastato organizzare meglio il ritiro in Brasile), Conte e Ventura, per il quale all’inizio sono state scritte cose simili a quelle che leggiamo adesso per Mancini. E quindi? Questa Italia magari è piena di fuoriclasse potenziali che Mancini farà esplodere, ma non capiamo cosa sia cambiato in sei mesi nel nostro calcio in generale visto che i pochi azzurri protagonisti in contesti di alto livello (Chiellini, Bonucci, Verratti, Jorginho) c’erano anche prima di Mancini.

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