L’Italia che picchia l’arbitro

27 Settembre 2011 di Libeccio

di Libeccio
A Torre del Greco, in una gara di calcio di terza categoria, a seguito di una decisione contestata, un giocatore di 33 anni ha aggredito l’arbitro diciannovenne con una tempesta di pugni causandone la perdita dei sensi. Sempre nel napoletano tempo addietro era accaduta una cosa simile. Molti chilometri più a Nord (zona di Faenza): durante una gara di seconda categoria una decisione dell’arbitro scatena la reazione di alcuni giocatori che lo aggrediscono e lo malmenano. Diversi centinaia di chilometri più a Sud e lo stesso episodio accade durante una gara della promozione locale (Agrigento). Anche qui l’arbitro viene picchiato a seguito di una decisione difforme dai desiderata della squadra di casa. In provincia di Lecco durante una partita dei Pulcini si genera una rissa generale tra i genitori dopo la decisione contestata dell’arbitro. A stento i carabinieri riescono a sedare la cosa. La gara viene interrotta. Si registrano alcuni feriti che saranno medicati nel vicino pronto soccorso.

C’è un fenomeno nascosto e drammatico, di cui raramente si da notizia e generalmente sono notizie di “colore” del genere che suscitano commenti sarcastici. Parliamo del fenomeno sempre più frequente degli arbitri di calcio aggrediti ad ogni livello di categoria, soprattutto nelle serie minori dove limitato o inesistente è il livello di attenzione mediatico. Secondo dati resi noti dalla Figc sono stati circa 600 l’anno scorso gli arbitri aggrediti. Un esercito muto che difficilmente può dire la sua per paura di ulteriori ritorsioni o temendo uno stop di carriera. C’è da tenere presente che molto spesso non si arriva al comportamento violento vero e proprio o alla aggressione diretta. Su certi campi è sufficiente far conoscere all’arbitro appena giunto “il punto di vista” della squadra di casa, affinchè si adegui.
In Italia ogni anno si giocano circa 570 mila partite ufficiali e in ognuna di esse c’è un arbitro che rischia non poco: anche ferite gravi, anche menomazioni permanenti.
Frequentemente ad opera degli stessi calciatori in campo, degli allenatori in panchina, dei dirigenti accompagnatori delle società, dei tifosi in genere, dei genitori o parenti dei ragazzi che giocano. I regolamenti già prevedono alcune sanzioni per i tesserati che si rendono protagonisti di azioni violente o intimidatorie nei confronti degli arbitri, la cosa però pare non bastare. Proprio per cercare di arginare ciò che oramai sembra una stanca litania, la Figc ha deciso che dall’anno prossimo per le società che si macchieranno della colpa di aggredire o intimidire un arbitro, scatterà la non gratuità della prestazione dell’arbitro medesimo che quindi da quel momento (e sine die) sarà a pagamento per gli incontri della società sanzionata. Sembra poca cosa ai fini di scoraggiare in modo forte il fenomeno, ma comunque si aggiunge alle sanzioni pecuniarie già esistenti per i tesserati e alle eventuali azioni legali per il risarcimento dei danno che i diretti interessati (con l’appoggio della Federazione) possono intentare contro coloro che hanno assunto i comportamenti violenti.
Oltre alle radiazioni, alla squalifica per 5 anni, alle pene pecuniarie e alla richiesta di risarcimento con azione sia civile che penale, occorrerebbe sviluppare una più attenta azione culturale
a partire dai livelli più bassi (parliamo sia di campionati dilettanti che dell’età di coloro che assumono tali comportamenti violenti) per seminare una concezione dello sport che è anche l’unica che lo sport può avere (rispetto dell’avversario, delle regole che sono alla base del gioco, dell’arbitro come super partes e garante per ognuno dei contendenti in campo). Ovviamente la cultura cambia nell’arco di decenni, difficile vedere risultati entro tempi umani.
Ancora peggiore è la situazione dei calciatori aggrediti da altri calciatori o da tifosi ospiti e dall’entourage della squadra di casa o dai parenti.
Anche in questo caso si spazia dalla aggressione vera e propria alla intimidazione preventiva che comunque produce effetti nella prestazione del calciatore fatto oggetto di tale azione. In questo caso le denunce sono anche più difficili e rare, considerato che così facendo il calciatore si espone a ritorsioni che difficilmente le istituzioni possono contrastare efficacemente.
Anche lo sport è diventato molte altre cose dalla sua idea e pratica di partenza e forse questo è nella logica dei tempi duri che viviamo.
Soprattutto il calcio che è nel Dna del popolo italiano anche per gli immensi interessi che muove. Soprattutto nel calcio il risultato è l’unico e assoluto obiettivo che tutto permea e tutto a sé stesso riconduce. Tutto questo non è per dire ingenuamente che gli arbitri sono sempre in buona fede: non è vero, come non è vero per qualsiasi altra categoria di persone. Corrotti e delinquenti non mancano mai, l’importante è trovarli. E’ solo che il calciatore, il dirigente, l’allenatore (corrotti o non corrotti che siano) non vengono linciati a prescindere come invece avviene per gli arbitri.

Libeccio

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