L’incompiuta di Carlton Myers

24 Marzo 2011 di Stefano Olivari

Carlton Myers avrebbe potuto fare di più? Come tutti: Carl Lewis, Einstein, Leonardo da Vinci, Mozart, l’inevitabile giornalista con il romanzo del secolo nel cassetto. Quindi anche lui avrebbe potuto fare e vincere di più, se non avesse vissuto i suoi anni migliori in una Scavolini ridimensionata e in una Fortitudo ricca e maledetta. E se Dominique Wilkins non avesse commesso quel fallo su Danilovic. E se…
Mercoledì prossimo annuncerà il ritiro dal basket giocato, nel giorno del suo quarantesimo compleanno, lasciandoci una certezza anche senza la retorica del ‘tutti fenomeni’ quando si parla del passato: senza contare i tre ragazzi NBA, Myers è stato insieme a Gianmarco Pozzecco l’ultimo esponente del basket italiano ad essere personaggio anche al di fuori dell’orticello degli appassionati che poi sono gli stessi di trent’anni fa, generando antipatie e rancori ma anche tanto interesse. I vari record (quello degli 87 punti, anche se in A2, il più famoso) e le poche ma grandi vittorie (il primo scudetto Fortitudo nel 2000, qualche coppetta e l’oro europeo con la meravigliosa nazionale del 1999 allenata da Tanjevic) valgono almeno quanto il suo modo di giocare: da guardia esplosiva che attacca il canestro, non da percentualista perimetrale, da punto di riferimento in quasi ogni squadra dove ha giocato. Dalla Pesaro di Bianchini che trascinò alla finale scudetto del 1994 contro la Virtus Bologna fino alla sua ultima Rimini passando per le grandi stagioni nella Fortitudo di Seragnoli che aveva budget da alta Eurolega. Sempre con i palloni pesanti in mano, senza nascondersi.
Sul piano tecnico gli è mancato soprattutto un tiro da tre continuo, su quello dell’immagine una chance NBA che comunque nemmeno ha cercato, su quello umano forse una buona uscita dalla Nazionale. L’ultima grande manifestazione disputata è stata l’Olimpiade 2000 dove l’Italia di Tanjevic sarebbe stata da medaglia d’argento ma arrivò quinta, ma con la testa più sgombra avrebbe potuto senz’altro far parte del periodo migliore di Recalcati: quello dell’eroico bronzo europeo 2003 (la finale per il terzo posto contro la Francia del giovane Tony Parker è forse la partita più emozionante della storia azzurra) e dell’argento di Atene. Un grande che non ha avuto bisogno della NBA (tantomeno la NBA ha avuto bisogno di lui, va detto) per conquistarsi titoli di giornale anche quando dalla metà degli anni Novanta il basket ha smesso di essere uno sport di moda.  
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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