L’età della kukkozia

9 Novembre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
2 – Continua la biografia di Drazen Petrovic, che nel 1984 passa al Cibona Zagabria: la squadra ideale per sfruttare il tiro da tre punti appena introdotto dalla Fiba di Stankovic…
L’applicazione maniacale, meccanica, del prediletto di babbo Jovan (funzionario della Milicija) si materializzò in una combo guard modernissima. Un metro e novantasette di eccellente dinamismo, il corredo tecnico di una point (ma non la mentalità) e la corazza di una shooting; solista bulimico della mitraglia, ondeggia minaccioso uno contro uno, irresistibile negli spazi brevi. Si guadagna la mattonella per la conclusione missando palleggi e finte; la capacità luciferina di scegliere, in una frazione di secondo, se tirare o scaricare ai compagni ne moltiplicava la pericolosità. Un campionissimo quantitativo, martellante, che capeggiò una nazionale di transizione verso il bronzo olimpico di Los Angeles ’84.
Quella estate divenne fondamentale per la pallacanestro sclavena perchè si verificarono due fatti decisivi: Drazen decise di raggiungere Aza al Cibona e Boris Stankovic cambiò la storia del gioco europeo, forse mondiale. Il deus ex machina della Fiba sdoganò la tripla morbida dai sei e venticinque, modificando le dinamiche del basket conosciuto fino a quel momento. Ne alterò il senso più profondo, alimentando l’irrazionalità della contesa (una roulette), affidata alla variabile impazzita della futura kukkozia. Favorì indiscutibilmente i suoi, gli slavi appartenenti a una scuola più balistica e meno ragionata, penalizzando gli altri. 
Quando si valuta l’eurobaloncesto dall’anno di Orwell in poi, ci si dimentica spesso del putsch di Stankovic. La mossa che rivoluzionò statisticamente il gioco (un trentatre per cento dall’arco vale il cinquanta secco da due) e che parificò la distanza per un torneo giovanile e la semifinale di un Mondiale: un nonsense abominevole, digerito e assimilato giocoforza da generazioni di appassionati.Perchè il tiro ignorante da sette metri vale, nella galleria degli aborti cestistici, una schiacciata eseguita in quarto tempo: trattasi comunque di antibasket all’ennesima potenza. La buona sorte crescente del movimento Jugo negli Ottanta dipese pure da quella regola, nonchè dal paradosso di non possedere una tendenza tattica certificata. La capacità di sfruttare il talento dinarico allo stato brado, senza l’onanismo mentale degli schemi che impazzano in parrocchie come la nostra.
A Zagabria la rinascita fu certificata dall’intelligenza di Mirko Novosel, che adattò alla perfezione il nuovo corso ai suoi moschettieri. Una pallacanestro semplice e di grande efficacia, che sfruttò la consistenza dei vari Knego, Cveticanin, Nakic, l’agonismo (..) degli Arapovic e la leadership assoluta dei fratelli Petrovic. Il ciclo, che cominciò con il campionato nazionale del 1984, divenne leggendario con l’arrivo del Mozart dei canestri: un altro titolo di Prima Divisione, tre Coppe di Jugoslavia, due Coppe Campioni e una Coppa delle Coppe.
L’uomo giusto al posto giusto, terrificante in alcuni parziali, divenne sinonimo del tremendismo zagebrino: l’esibizione più indimenticabile fu forse contro il Limoges, nel 1986, quando infilò dieci triple per un referto finale di 51 punti e 10 assist. Durante il primo tempo, all’improvviso, Drazen vide il canestro largo come una vasca da bagno: mise assieme, in piena trance agonistica, una serie di sette tiri da tre consecutivi.
Con il passare degli anni si sono dimenticate le caratteristiche ambientali che favorirono quei successi; il trionfo politico del segretario Fiba ebbe infatti ripercussioni evidenti anche nella gestione burocratica dei grigi. Il risultato della finale 1985 di Coppa Campioni fu determinato da tre fattori: i 36 del Diavolo di Sebenico; Novosel che si mise in tasca tatticamente Lolo Sainz; Monaco. Prima della partita, intuendo il buran contrario, il Real Madrid tentò di affrancarsi proponendo l’organizzazione della Coppa Intercontinentale. Ad Atene uno dei fischietti era il francese Mainini, connazionale del presidente Fiba Busnel: il classico giochettino di Stankovic che influenzò pesantemente il metro arbitrale. Martin, centro dei bianchi iberici, e Corbalan, leader maximo madrilista, ebbero gli stessi problemi di falli. 
Il metodo si ripetè, implacabile, anche l’anno dopo contro lo Zalgiris Kaunas. Il primo tempo fu la cibonata scientifica migliore di tutte, un capolavoro che oscurò altre grandi imprese federali (ricordate il ratto di Strasburgo ’81 ai danni della Virtus Bologna?). Nella prima frazione i sovietici furono smantellati da sedici personali che produssero ben venti tiri liberi, il confronto con il trattamento riservato agli jugoslavi fu stridente (otto falli croati e cinque gite dalla linea della carità per i lituani). Arvidas Sabonis, che quando riuscì a giocare si dimostrò inavvicinabile (27 punti e 14 rimbalzi), stette sul parquet appena 24 minuti prima di essere espulso nel secondo tempo. (fine seconda parte-continua)
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

La prima parte della biografia di Drazen Petrovic

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