L’anno dello Squalo

20 Settembre 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
“Ad un certo punto pensavo di morire sulla bici”. Se esistesse la pietà per i ciclisti, la Bola del Mundo non dovrebbe esserci; invece gli ultimi tre chilometri, una striscia di cemento in mezzo alle pietraie, sono l’ultimo biglietto (il più costoso) verso la gloria della Vuelta 2010. Vincenzo Nibali da Messina, di rosso vestito, viene attaccato dal carneade trentacinquenne Mosquera; a due e mezzo dall’arrivo temiamo la beffa di un primato strappato per pochi secondi poi, con l’intelligenza e la classe di un campione vero, lo Squalo (in progressione) ricuce metodicamente lo strappo. “Ezequiel està totalmente fundido”.  Anche i telecronisti iberici comprendono il ricongiungimento prossimo, in un cordone sanitario (?) di folla (mai visto tanto pubblico nelle edizioni settembrine): finisce con i due sfiniti, il viso sporco come i minatori di Lercara Friddi e la spartizione del bottino. A Ezechiele la tappa, a Vincenzo la Vuelta.
Enzino pedala che è una meraviglia anche sotto sforzo; a vederlo seduto, raccolto sul mezzo, ci ha ricordato il Gianni Motta dei dì gloriosi o uno Jan Ullrich meno strapotente. Ha vinto esibendo regolarità e sale in zucca, ben lontano dagli exploit sulfurei dei colleghi del passato; malgrado l’incidente a Igor Anton (l’unico con Vam da supereroe..) è la camisa roja più logica di queste tre settimane di corrida. A venticinque anni raccoglie il secondo podio consecutivo in una grande corsa a tappe, dopo una stagione intensa che ne ha mostrato i progressi tecnici; la continuità ad alto livello lo pone nell’elite contemporanea.
E’ un’impresa storica per lo sport italiano perchè, prima di lui, nessun siciliano era arrivato nell’empireo degli sfregaselle; metafora moderna dell’emigrante meridionale, il Nibali da ragazzo partì dal messinese inseguendo il suo sogno. Messo sul velocipede da papà Salvatore, che un dì lo portò sull’Etna a faticare, e adottato dalla famiglia Franceschini in quel di Mastromarco, la frazione di Lamporecchio che lo accolse giovanissimo. Del fuoriclasse in erba ebbe subito tutte le caratteristiche, fin dalla sua rivelazione nell’ultimo anno da juniores: bronzo nella prova iridata a cronometro di Zolder, 2002, pochi giorni dopo la vittoria nel piccolo Tour di quella categoria, ovvero il Giro della Lunigiana, e l’affermazione prepotente (a inizio estate) nel campionato italiano di Asolo. Per uno scherzo del destino, proprio lo stesso luogo che ne ha visto il gesto tecnico più impressionante (per adesso..) della carriera professionistica: la fuga solitaria al Giro, dopo una picchiata alla Steve Podborski, dalla vetta del Monte Grappa fino al traguardo.
La capacità istintiva di guidare le due ruote è una caratteristica della scuola toscana (Magni, Nencini, Moser, Cipollini, etc.): le doti da discesista e acrobata si sommano alla cilindrata del motore (notevole) e a una cabeza rara per un giovinastro di quella età. Gli occhi e il viso antichissimi, il naso triste come una salita, specchiano l’orgoglio della dimenticata Zancle: la maturità di Nibali, quella di un uomo tenace e timido, non ne farà mai un personaggio del circo mediatico. Lo Squalo dello Stretto sarà invece solamente il traghettatore di un movimento, quello italiano, in crisi di vocazioni e talenti; porterà avanti anche la questione meridionale nello sport tricolore, tristemente privo di strutture adeguate al di sotto della Capitale. Un altro Pietro Mennea, magari meno pirandelliano ma maledettamente efficace.
Tutto il resto non ha sorpreso: la gara anonima di Andy Schleck, l’ennesimo tourannosauro monouso, si è ravvivata unicamente per la sua espulsione (decisa da Rijs) in seguito a un’allegra uscita serale nella movida.
Il fratello Frank ha ribadito i limiti tecnici conosciuti, mentre Purito Rodriguez si è confermato l’iberico più continuo della stagione. Buone notizie sono arrivate dalle nuove leve: Peter Velits (terzo nella generale) e Nicholas Roche sembrano pronti per il grande salto.
L’altro Giro di Spagna, quello del plotone con il pensiero rivolto a down under, ha marchiato la rivalità nascente tra le due ruote veloci del gruppo: l’americano Tyler Farrar, prototipo zabelliano, è lo sfidante ufficiale di Cannonball Cavendish, il britannico che ha raccolto l’eredità di Petacchi come ras dello sprint. L’arrivo di Mark a Burgos, quando ha saltato di venti centimetri la fettuccia bianca (!), è stato il momento più folle della competizione iberica assieme alle fucilate di Philippe Gilbert a Malaga e a Toledo: splendidi momenti agonistici che candidano il vallone come favorito d’obbligo a Melbourne. L’Italia ormai outsider, dopo vent’anni nel ruolo di faro della corsa, schiererà Pippo Pozzato da prima punta; il suo ritiro, cento chilometri dopo la partenza della penultima tappa, non ci è sembrato un bel viatico per l’Australia. L’appuntamento, per tutti, è a Domenica 3 Ottobre.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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