L’addio senza dolore a Luisella Rubini

11 Agosto 2015 di Oscar Eleni

Caro direttore che passi il mese d’agosto a Milano, seguendo i consigli sublimi del Provera per scoprire mondi alcoolici e di gaudioso intrattenimento, sono costretto a chiederti spazio perché è morta Luisella Rubini, moglie dell’indimenticabile Cesare.

Ne scrivo ascoltando la campana della chiesa di Fontane, dove il battere del mezzogiorno dura cinque minuti, ai confini della Treviso che era regno per un grande, grandissimo sport e che adesso cerca di ritornare in vita, seguendo sempre il grande rugby, sognando con basket, dolorosamente diviso, anche se la De Longhi è costruita bene e alla Ghirada, nel regno Benetton e di Buzzavo, ci sono giovani di talento, accidenti perché non vanno a crescere con un maestro come Pillastrini, c’è ancora tanta vita, basterebbe vedere l’affollamento dei campi da basket, ci sono persino i cinesi che hanno scoperto un’isola che, fortunatamente, c’è.

Per una volta, caro Direttore, non siamo tristi per una morte che, senza credere nelle reincarnazioni, come ho detto mentre cacciavo inutilmente la zanzara e il perfido pappatacio che mi hanno succhiato sangue, ci sembra giusta. La Luisella doveva raggiungere il suo Cesare. Erano una coppia straordinaria. Lui che aveva paura soltanto delle punture e dei gatti, lei che fingeva di temere tutto perché il suo Artù potesse estrarre Exalibur e difenderla dai Malagant di questo mondo. Era divertente frequentare casa Rubini, colori, stile, vite separate, ma pensieri comuni.

Scrivo perché la nazionale di basket sta partendo per un torneo a Tbilisi, Georgia, terra dove è nato Stalin, perché proprio contro la Dinamo il Simmenthal, tutto italiano, Sardagna, meno di due metri, il ragno che catturava tutto contro gigantoni quando ancora i suoi occhi non lo tradivano crudelmente come oggi, fu la prima squadra italiana a battere chi rappresentava l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Un giorno storico e ci viene in mente proprio la combattiva Luisella quando andammo all’aeroporto di Linate per accogliere i vincitori. Corrado Vescovo suonava la balalaika comperata a Tbilisi, la squadra in coro salutava il quasi nulla mediatico, due, tre giornalisti. Proprio lei si scatenò: ” Un’impresa del genere che passa sotto silenzio, non c’è quasi nessuno, ma questi ragazzi sono stati eroi”. Vero. Rubini e la sua squadra di leoni che poi, nel ritorno al Palalido strapieno, nessuno sapeva che eravamo prigionieri dell’amianto, perse di un punto il doppio confronto, preparando comunque quello che sarebbe stata la prima coppa campioni vinta da una squadra italiana a Bologna qualche anno dopo, quando arrivò Bradley per affiancare Thoren, quando il giovane Iellini dimostrava di aver imparato l’arte dalla coppia più bella che abbia mai avuto una squadra vincente: l’angelo biondo Riminucci, che meriterebbe un ritiro di maglia solenne da quelli dell’Emporio, come del resto il professor Gianfranco Pieri, cresciuto sfidando la bora, un giorno sua madre bastone austroungarico per una giovane fra i settanta e gli ottanta, imbarcata a Trieste da Aldo Giordani, per andare a Lubiana, a vedere quel mulo di gran talento con la maglia rossa come il fuoco, vedendoci traballare per il vento troppo forte, ci sgridò perché quello che ribaltava tutto, secondo lei, era soltanto il borin.

Salutare Luisella, ricordando quei giorni, nella speranza che a Tbilisi nasca davvero l’Italia che sogna Petrucci e non quella che, secondo Phil Jackson, ohibò se lo dice il mago dei tanti anelli NBA, ha messo al centro del sistema il Bargnani che, secondo lui, è uno scansafatiche facendo diventare viola il Cuzzolin che la pensa in modo diverso. Vedremo chi avrà ragione. Non mancheranno le prove.

Oscar Eleni per Indiscreto (quando Indiscreto era online, prima del bug di WordPress)

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