La voce del padroncino

31 Maggio 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
La fine di Bettega, i colpevoli juventini, Mourinho a destinazione e la fretta per Prandelli.

1. Con un comunicato freddo, ammesso che possano esistere i comunicati caldi, si è chiusa per sempre la storia fra Roberto Bettega e la Juventus. Dopo sette scudetti da giocatore e cinque da dirigente, più coppe e un attaccamento alla maglia quasi morboso. E non filtrato dall’essere stato un miracolato degli Agnelli: Bettega è sempre stato incasellato nella parte umbertiana di questo mondo, ma solo perchè nel calcio è obbligatorio schierarsi. Allevato da Boniperti del futuro, ha abbattutto il totem di Boniperti ma non ha mai avuto nemmeno un decimo del suo potere. L’abbiamo sempre incrociato in contesti calcistici, fra Lega e mercato, quindi non conosciamo il famoso ‘uomo’. In situazioni semi-pubbliche è il classico personaggio che amiamo odiare (a seconda del tifo Mourinho, Ambrosini, Totti, Materazzi, eccetera), con un’arroganza che qualcuno spiega con l’aver fatto parte della Juve dominatrice degli anni Settanta e di metà degli Ottanta. Però vincevano anche Zoff, Scirea, Cabrini, eccetera.
2. Di sicuro è l’unico dirigente bianconero ad essere uscito immacolato da Calciopoli, perchè il ‘non poteva noin sapere’ vale per tutti ma l’avere materialmente telefonato-minacciato-organizzato è cosa diversa dal non averlo fatto. Come leggere quindi questa svolta semi-annunciata? Quasi certamente nel quadro della nuova linea, dettata da Andrea Agnelli, ‘Ne’ con Moggi né contro i dodici anni della Juve di Moggi’. Via tutti quelli che hanno fallito nel post Calciopoli, con stizza padronale in certi casi mal direzionata (di alcuni partenti mai avete letto il nome sui giornali, tanto poco contavano), nessun moggiano ufficiale per non sconfessare la grigia gestione Elkann, nessun personaggio che abbia cercato di barcamenarsi fra le due epoche e giocato su più tavoli venendo poi punito dai risultati: parliamo di Alessio Secco (per i risultati) e ovviamente di Bettega (per i tavoli, visto che il disastro di questa stagione non è figlio suo), con l’ex attaccante ai primi posti nella lista nera di Moggi. Pensiero stupendo: e se l’unico a tornare veramente fosse Giraudo?
3. Vista in versione integrale la conferenza stampa di Mourinho a Madrid, una presentazione ufficiale che per i canoni Real Madrid è stata un po’ spenta. Nonostante i sorrisi di Florentino Perez, la stretta di mano di un Di Stefano purtroppo non in gran forma e la cortesia affettata di un Valdano che palesemente non può soffrire il nuovo arrivato. Al punto che prima che parlasse Mourinho è stato il direttore generale del Real a prendere il microfono e spiagere che fra lui e l’allenatore già tre anni fa c’era stato un chiarimento. Antefatto sintetizzabile così: in uno dei suoi libri e in varie interviste Valdano aveva spiegato che Mourinho non gli piaceva né come personaggio né come tecnico. Presentazione spenta, dicevamo, nonostante l’arrivo in Ferrari e l’emozione per essere arrivato a destinazione. Più del Real Madrid non c’è, al massimo per la pensione può andare bene la panchina del Portogallo. Fasi di studio, insomma. Rispetto a molti suoi predecessori su quella panchina si ha la sensazione che Mourinho spingerà molto sul tasto dell’anti-barcellonismo: il Real globale, il Real di tutti, contro quei provinciali livorosi. E così si parlerà meno della posizione di Higuain o dell’esclusione di Raul, un film già visto. Di sicuro non chiederà nè tantomeno avrà un mercato stellare del genere Kakà-Cristiano Ronaldo, probabile che Valdano fra un ‘com’era poetico il calcio di una volta’ e l’altro debba trovargli solo un attaccante esterno (Di Maria) e un negro (non di pelle, ma come funzione) di centrocampo.
4. L’operazione Prandelli-Nazionale era andata finora fin troppo liscia, nell’assenza assoluta di un dibattito. Come se l’importante fosse liberarsi di Lippi e della sue mezze promesse (alla Figc, alla Juve, al Milan), presentandosi per la prima volta nella storia ad un Mondiale con un c.t. ufficialmente in uscita. Ha finto di non prenderla bene la Fiorentina, criticando blandamente la ‘metodologia comunicativa’ di Abete. In realtà Della Valle aveva ritenuto finito da tempo finito il ciclo di un allenatore che gode di buona stampa e che per questo fa a volte saltare i nervi di chi lo paga o di chi gli fa il mercato.

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