La strada di Gamba

10 Giugno 2011 di Stefano Olivari

di Oscar Eleni
La culla dell’Olimpia, l’imbeccata toscana, la competenza di Proli, gli scarti di Siena, i titoli di Scariolo, Peterson in famiglia, il pericolo della Rai, l’orgasmo per l’apparenza, la finale scritta e il miracolo senza ghiaccio di Cantù.

Oscar Eleni da Milano, sulla strada antica che fu culla dell’Olimpia. Dalla via Washington dove al numero 25 nacque Sandro Gamba, dal deposito munizioni che divenne il primo campo del Borletti e ora sta per diventare la casa del bridge. Presentano Sergio Scariolo l’hidalgo diventato grande in Spagna, dopo aver ricevuto gelati al veleno italiani, portano all’Armani un allenatore di prima fascia finalmente, uno che non ha venduto fumo, uno che ha fatto grandi risultati e che guida pure la nazionale spagnola detentrice del titolo europeo. Non ci sono obiezioni sulla scelta, si può eccepire sulle stile della comunicazione alla città e agli orbi che seguono la storia della squadra.
Non ci lamentiamo del buco, gloria a Repubblica e Gasport, supergloria al Corsport se davvero è arrivata dalla Toscana la grande imbeccata, ma l’impressione è che ci sia stata una forma di rappresaglia verso chi ha sempre sostenuto l’incompetenza tecnica di chi ha avuto da Giorgio Armani il tesoretto per risanare l’Olimpia. Come vedete parliamo chiaramente, cari contestatori che fate fatica a capire certi passaggi come noi facciamo fatica a capire perché i più bravi stanno fuori e i peggiori diano lezioni.
Insomma, possiamo apprezzare l’amministratore delegato Livio Proli, ma non la sua scarsa umiltà nell’avvicinarsi ad un mondo sportivo che non conosceva neppure da vicino: non parliamo di basket, ma di sport in generale. E’ entrato in una società dove avevano cavalcato il Corbelli e l’Iggino Natali. Ci hanno detto i proliani di fede che c’era molto da risanare. Corbelli e Iggino negano. Comunque sia abbiamo capito subito come sarebbe avvenuta la purificazione, mandando al patibolo chi aveva combattuto tutte le battaglie per una società che amava. Scelte aziendali. Ne siamo consapevoli, ma dire che ora i trenta al lavoro fanno tutto meglio dei pochi che c’erano prima ci sembra esagerato, come sfidare Siena andando a prendere i suoi scarti.
E adesso si parla di McIntyre, che non scoppia proprio di salute. Eravamo contro la scelta di certi giocatori, tipo il rientro di Hawkins, eravamo perplessi su Pecherov anche se la Gazza lo presentava come un super perché aveva bevuto il succo della NBA. Ci sembrava che non potesse reggere mentalmente la pressione il Jaaber convertito che era saltato per aria a Roma. Non vedevamo un costruttore di gioco. Temevamo che dovendo attaccare difese schierate l’Armani potesse crollare se i primi tiri di Hawkins e Mancinelli fossero andati dentro. Se ne accorse Bucchi che aveva costruito quella squadra. Lo ha verificato Peterson anche se ha difeso il falco fino alla fine. Tornando all’origine diciamo che non poteva essere da furbi portare a Milano chi dall’Olimpia le aveva sempre prese, chi dal metodo di via Caltanisetta aveva imparato il mestiere.
Da quel giorno siamo saliti sulla collina dei sospettosi e anche adesso che hanno preso Scariolo rimaniamo sulla stessa montagna perché prima vogliamo vedere chi porteranno in una squadra dove al momento non c’è nessuno con la caratteristiche chieste da don Sergio nella presentazione quando non voleva venderci fumo: ”Personalità, senso della squadra che viene prima di ogni altra cosa, voglia di lottare sempre facendo errori, correggendosi con il lavoro perché soltanto la fatica sul campo può far diventare migliori”. Scariolo e i tempi giusti per dimenticare che Proli, al primo incontro tre anni fa, non si sentiva pronto per avere un allenatore di tale personalità e con tanti titoli alle spalle.
Lo ha detto il presidente presentando il nuovo tecnico e mettendo zucchero nel decaffeinato di Peterson salutato con affetto e tenuto in famiglia, famiglia?, per il marketing e la comunicazione. Adesso capiamo tutto. Altro che passi indietro. Adesso comprendiamo il Din Don Dan dell’ultimo periodo nell’isola della felicità. Si sentiva al caldo adottato dall’Olimpia a 75 anni, tenuto nella massima considerazione da SportItalia che è la sua vera terra benedetta anche se ogni tanto si inciampa nel fazzoletto da tasca del Bagatta. Meglio per lui. Ma non raccontateci altre frottole. Adesso aspettiamo Pascucci all’esame di laurea: bisogna rifare una squadra e farla bene, perdere altro tempo all’inizio del triennio potrebbe diventare pericoloso per le passioni di chi paga e abbiamo visto che nulla resiste per troppo tempo come direbbero a Cremona dopo l’annuncio choccante di Triboldi che offre gratuitamente le sue quote, come del resto hanno fatto i Benetton.
Tutto in divenire, ma attenti alle ripetizioni della magna cazzata di gruppo come quella televisiva perché nel fervore di Laurito e del campionato di A2 dove hanno fatto cose che voi disumani della A1 neppure immaginate per tenere insieme il gruppo. Abbiamo visto che servono regie competenti per essere credibili. Così come serve competenza nel dirigere, allenare, nel giocare. Scariolo giura che con internet, con i telefonini si può pilotare una squadra, non è preoccupato dal doppio incarico Nazionale-club perché il principale antagonista vive la stessa situazione, non teme il freddo di un Palalido che nessuno vede ricrescere se ci lavorano due operai alla volta, non ha paura di sbagliare qui perché se sei passato al Real hai provato tutto.
Siamo felici del matrimonio con uno che sa vestire, certo la Gazza degli orgasmi che ancora se la prende con la giacchetta di cammello del Peterson parismonioso che una volta voleva farsi pagare dallo sponsor per la pubblicità in diretta di scarpe di gomma, tipo quelle che indossavano i suoi assistenti nella serie contro Cantù, perché avendo dimenticato a casa quelle di cuoio, quelle giuste della divisa Olimpia, aveva ricevuto il permesso della trasgressione che per lui divenne anche un permesso implicito per andare ancora a caccia di soldi, una cosa che lo incatena da sempre ad una colonna dove si trovano bene soltanto quelli che fingono di amare gli altri. Peterson non veste bene, ma neppure malissimo, meglio se lo vestono altri, ma adesso non diteci che Scariolo merita più considerazione perché indossa bene i suoi abiti, non veniteci a raccontare che si comincia dal capello supercarico a giudicare un buon allenatore. No. Ma vi capiamo. Voi andate ovunque, con molti mezzi, ma riuscite sempre a far sembrare uguale un campo in Texas e uno in Toscana, uno a New York e uno in Italia, e per questo non sentendo il profumo di nessuna foglia di limone vi basate sull’apparire, sulla lavagna e i suoi derivati. Pazienza. Generazioni che non possono più confrontarsi come direbbero i pazienti del reparto geriatria dove andiamo spesso dovendo assistere parenti più anziani di noi che pure siamo già così avanti da non riuscire a difenderci.
Saltando in mezzo alla strada per schivare l’autobus e i rimorsi per non aver letto ancora tutto sulla festa di Willy, su quel ragazzino prodigio che con una gamba sola fa meraviglie sul campo di calcio come ci dice il Lorenzo Sani che non è davvero parente con quelli che oggi imbrattano le pagine sportive di certi giornali, mettendo la prua verso Radicofani e la tana dell’orso, senza pensare al pettegolezzo dei blob senesi su figli e figliastri, ci siamo messi a pensare alla finale scudetto senza sentire l’entuasiasmo dell
e prime volte in cui Siena sfidava tutti e ci lasciava senza fiato. Bandolero stanco per un campionato che se ne va e davanti ad una finale che sembra scontata. Una partita Cantù la può vincere, una serie di sette sembra impossibile.
Con questo peso sulla valigia, mentre puntiamo verso Fontebranda abbiamo cercato il sonno guardando un film in televisione. Davano Miracle. La storia della squadra statunitense di hockey su ghiaccio che battè la grande URSS di Tretjak e Mikhailov alle Olimpiadi di Lake Placid nel 1980 in piena guerra fredda e con boicottaggio alle porte con giovani universitari. Il film parla di Herb Brooks: un grandissimo allenatore, scomparso in un incidente stradale, interpretato da Kurt Von Vogel Russell, il mitico Jena Plissken di Fuga da New York. La storia è proprio quella che vivono tutte le squadre sfavorite dal pronostico. La Bennet lo è. La vicenda non porta al sonno, bensì all’eccitazione. Film da far vedere negli spogliatoi più degli schemi di un’avversaria che può permettersi di lasciare in tribuna due giocatori a turno che sarebbero titolari ovunque perché Zizis, Moss, Jaric o Rakovic sono lusso e forza. Storia da tenere a mente proprio adesso che le certezze esterne di una grande società sembrano disturbate da elementi imprevedibili come crisi aziendale, offerte da sballo per cambiare, pettegolezzi incrinanti. Prestiamo al Custer Trinchieri la voce di Pannofino che doppia Kurt Russell per questi due concetti che sono alla base della sfida: ”La loro arma principale è l’intimidazione psicologica. Sanno che vinceranno e lo sanno anche i loro avversari…. Potete vincere o perdere, ma giocate da campioni”. Giusto così, per battere la noia del pronostico scontato prima degli avversari che sanno di essere superfavoriti.

Oscar Eleni

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