La Serie A fallita delle plusvalenze

28 Agosto 2019 di Indiscreto

La Serie A è tornata quella di inizio millennio. Non nel senso dei campioni, nel fiore degli anni e non bolliti scaricati da Premier League e Liga, che la popolavano, ma in quello delle plusvalenze gonfiate che sistemano i bilanci sul piano formale e permettono di iscriversi ai campionati (e alle Champions League…), ma ovviamente non possono creare soldi: e infatti i debiti complessivi della Serie A ammontano a 2,2 miliardi di euro al netto dei crediti, il doppio degli incassi da diritti tivù domestici.

 

Questo ed altro nell’inchiesta di Marco Iaria letta sulla Gazzetta dello Sport di oggi, interessante perché al di là del meccanismo straconosciuto e che ormai diamo tristemente per scontato ci sono anche le cifre puntuali delle cinque stagioni fra il 2013 e il 2018, per singola squadra. Inutile copiarle, consigliamo sempre di leggere l’originale.

 

Bisogna specificare che fra i 2,7 miliardi di plusvalenze fra il 2013 e il 2018 ci sono anche le plusvalenze reali, cioè realizzate totalmente o in gran parte con vendita di giocatori per soldi (esempi: Pogba dalla Juventus al Manchester United, Salah dalla Roma al Liverpool), ma si tratta chiaramente di una minoranza. La realtà è fatta di mezze figure (anzi, meno di mezze figure perché le mezze hanno un ingaggio vero e sono invendibili, come si sta notando) ipervalutate allo scopo di scambiarle con altre mezze figure.
 
I continui e spesso inspiegabili scambi di giocatori non fanno che potenziare questo meccanismo, ormai decisamente tossico. Nessun allarmismo, soprattutto per i presunti ‘too big to fail’, ma in concreto sul piano sportivo stanno tornando le vecchie situazioni viste con Lazio, Parma, Fiorentina, Napoli e Torino. Del resto nel calcio siamo arrivati a considerare genialità finanziaria, almeno ad uso dei canottierati, l’emissione di un bond, cioè di ulteriore debito.

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