La NBA di Pitino

12 Aprile 2013 di Stefano Olivari

Il titolo NCAA appena vinto da Rick Pitino con la sua Louisville ci offre il pretesto non per ricordare la carriera di Pitino nelle sue varie incarnazioni (basta Wikipedia), ma per chiederci come mai nella storia ci siano stati così pochi allenatori capaci di fare buone cose sia a livello di college che di NBA. Pitino, unico a vincere un titolo NCAA con due differenti college (Kentucky 1996 e Louisville quest’anno) è uno di questi pochi delle buone cose in entrambi i mondi, visto che in vite passate ha allenato anche i Knicks dal 1987 al 1989 dopo avere portato Providence alle Final Four (playmaker di quella squadra era Billy Donovan, che sarebbe diventato più famoso come coach di Florida) e i Celtics dal 1997 al 2001: molto bene nella sua New York con la squadra di Pat Ewing, molto male a Boston dove era anche general manager, riuscendo nell’impresa di non qualificarsi per i playoff pur avendo i giovani Paul Pierce e Antoine Walker. L’unico ad avere vinto è invece Larry Brown, la NCAA nel 1988 con la Kansas ricordata per Danny Manning, la NBA nel 2004 con i Detroit Pistons di Billups, Hamilton, Prince e dei due Wallace. Ma al di là del nozionismo, perché solo in pochi sono riusciti ad emergere in entrambi i contesti? Prima di tutto bisogna dire che quasi tutti gli addetti ai lavori, tranne i pochi giocatori che sono passati direttamente dal liceo al professionismo (fino a quando è stato possibile farlo), conoscono la realtà del college mentre sono ovviamente molti meno quelli che conoscono la NBA. Da questa ovvietà deriva il fatto che per molti allenatori di college quello nella NBA rappresenta un salto nel buio, sconsigliabile a chi ha paura di rischiare la reputazione. Per essere brutali: per la maggior parte dei grandi coach è meglio fare il santone in una realtà dove ti perdonano anche molte stagioni negative di fila che avere magari più visibilità internazionale (ma non americana) in un campionato che dal punto di vista del marketing e dell’ideologia tattica (leggasi: palla in mano alle stelle, quando conta) è in mano ai giocatori. E’ anche per questo che due anni fa Coach K ha rifiutato i Lakers, nonostante le offerte di Kobe Bryant. Il secondo grande problema è che nella NBA i coach, tranne che in rari casi, possono al massimo dare opinioni sul ‘mercato’ ma in genere si trovano in mano una squadra costruita da altri e secondo logiche tecniche spesso diverse dalle loro. Mike D’Antoni in un college sarebbe un grande allenatore di ‘sistema’ mentre nella NBA funzionano di più i gestori e lui, ad esempio, è stato D’Antoni solo quando per varie congiunzioni astrali i giocatori erano già adatti a lui. Nella NBA viva i gestori, quindi, magari con una propria ideologia tattica forte, alla Phil Jackson o alla Thibodeau, ma con quella flessibilità che consenta di sopravvivere in un campionato in cui si gioca praticamente ogni sera. Non significa che gli allenatori NBA non allenino, anzi (sarebbe come dire che Capello non allena e Sacchi sì), ma solo che sono costretti ad adattarsi ai giocatori. Cosa che nel college non avviene, perché i giocatori forti rimangono un anno e non ha senso stravolgere un programma per loro mentre quelli meno forti non possono imporsi sull’allenatore guru. E’ chiaro che questi due basket, oggi meno di diversi di quanto fossero 20 anni fa e con differenze spesso dettate dalle regole (su tutte i secondi per andare al tiro, i 35 NCAA contro i 24 NBA), hanno al netto del tifo due tipi di pubblico diversi. Da una parte l’identità, tattica e territoriale (difficile ipotizzare una franchigia NBA in Nebraska o nel Montana), dall’altra l’entertainment (che non è una cosa negativa, tranne per chi crede che lo sport debba essere bava alla bocca e livore). Conclusione? Onore a Larry Brown. Ma anche a Pitino, classico nome che tornerà fuori alla prima crisi dei Knicks.

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