La NBA di Chamberlain

6 Marzo 2012 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
I 100 punti di Wilt Chamberlain in una singola partita, rievocati quattro giorni fa in occasione del cinquantenario, pur nella loro incredibilità statistica ci hanno sempre lasciati più freddi dei numeri medi di quel fenomeno: nella stagione 1961-62 50,4 punti e 25,7 rimbalzi… Nella pioggia di celebrazioni abbiamo trovato particolarmente interessante l’intervista di Al Attles a Marc Stein di Espn, in cui l’attuale dirigente degli Warriors con poche pennellate regala un grande affresco della NBA dell’epoca. Attles era in campo in quella famosa serata di Hershey, come compagno di The Stilt proprio negli Warriors (all’epoca a Philadelphia, oggi a Oakland dopo i nove anni a San Francisco) ed è senz’altro più credibile di chi non c’era o non ha visto filmati di quella partita contro i New York Knicks.
Filmati che del resto non esistono, perché le luci dell’Hershey Arena non permettevano con la tecnologia dell’epoca riprese decenti, a riprova che stiamo davvero parlando di un altro mondo. Non necessariamente più facile, perchè una NBA a nove (!) squadre significava giocare sempre contro i migliori del pianeta in formazioni dal talento non diluito, ma senz’altro diverso. Quanto ai testimoni oculari, si tratta di poco più di quattromila persone di cui tre quarti probabilmente decedute. Attles ha sottolineato diversi aspetti non inediti però mai tenuti, secondo lui, nella giusta considerazione.
1) Quella partita fu vinta dagli Warriors, non fu una passeggiata perdente alla ricerca del record;
2) Chamberlain non ci teneva più di tanto, quella sera era stanchissimo e chiese all’allenatore Frank McGuire di uscire quando la vittoria era ormai al sicuro. McGuire non lo accontentò ed ebbe ragione;
3) Non è vero che segnò il 99esimo e il 100esimo punto con tiri liberi, né dopo tre errori (e quindi tre rimbalzi offensivi) di fila, come è scritto in alcuni articoli, ma su alley-oop con assist del panchinaro Joe Ruklick;
4) I Knicks fecero l’impossibile per impedire il record, tenendo palla contro i propri interessi (stavano perdendo, alla fine il punteggio fu 169-147) fino al limite dei 24 secondi e facendo fallo su giocatori diversi da Chamberlain, ma McGuire rispose subito ordinando falli sistematici per bloccare il cronometro. Insomma, i Knicks non solo non collaborarono, ma fecero di tutto per rovinare la festa ad un avversario che a New York viveva (facendo avanti e indietro con Philadelphia dopo allenamenti e partite) e che non era loro troppo simpatico;
5) I canestri della Hershey Arena (esiste ancora, fra l’altro, ma viene usata soprattutto per l’hockey ghiaccio) erano davvero molto morbidi, come si diceva nella NBA dell’epoca, ma comunque il 28 su 32 ai liberi (non la sua specialità) di Chamberlain rimane clamoroso;
6) Il pallone dei 100 punti nessuno sa chi l’abbia preso (ci sono decine di persone che sostengono di averlo), ma di sicuro il più famoso è quello ‘generico’ che Chamberlain fece firmare sull’autobus a tutti i compagni.
E quindi? I 100 punti di Chamberlain non sono record mondiale, ma permettono di capire qualcosa della NBA di mezzo secolo fa e del suo campione più famoso. Che in parte deve il suo record più noto all’allenatore che gli aveva dato il dispiacere più grande: fu McGuire, infatti, da coach di North Carolina, a battere la Kansas di Chamberlain nella finale NCAA del 1957 dopo tre supplementari e con ogni tipo di magata possibile (tipo far saltare alla palla a due il più piccolo della squadra, per innervosire), arrivando a triplicare Chamberlain ad ogni azione. Anche Attles, al quale si devono questi ricordi, è stato un grande allenatore: campione NBA (secondo afro-americano a riuscirci, dopo Bill Russell) con gli Warriors di Rick Barry già marchiati Golden State. Lui è uno che c’era, non soltanto quella sera a Hershey.

Twitter @StefanoOlivari

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