La mano di Capello e quella de Dios

12 Giugno 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Aaaahhh, la mano dell’allenatore. Quella di Capello si vedrà forse nei momenti decisivi, dagli ottavi in poi, perchè contro gli Stati Uniti la sua Inghilterra ha mostrato brillantezza fisica ma anche il solito 4-4-2, con centrali di centrocampo che si inseriscono e ribaltano l’azione ma che pur essendo campioni (Gerrard più di Lampard) costruiscono poco.
Tante le situazioni create, soprattutto dalla destra dove Lennon ha messo in mezzo una quantità di cross rasoterra che non hanno mai trovato il movimento giusto di Heskey e Rooney. Poca sofferenza a difesa schierata, perchè il pareggio di Dempsey è venuto da un errore di Green e il legno di Altidore con le squadre allungatissime: gli Usa dai centrocampisti intercambiabili, nel senso della posizione, hanno annunciato con i fatti che la seconda squadra del girone come valore sono loro. In prospettiva dovrà sbloccarsi Rooney, nel presente Capello può essere moderatamente soddisfatto anche se gli uomini di valore sono contati: si sapeva che King era ad alto rischio fisico, ma quando è entrato Carragher non ci sono stati cali di tensione, bene il resto della difesa. Il riconfermato e furbo c.t. ha due soli veri problemi. Il primo è la fascia sinistra del centrocampo, che viste le condizioni di Milner e la mollezza di Wright-Phillips non è fantacalcio prevedere assegnata in futuro a Joe Cole. Il secondo è chi affiancare a Rooney: Heskey si batte bene, ma forse Crouch potrebbe aprire più spazi (e creare più situazioni faccia alla porta) alla stella del Manchester United. Beckham in giacca e cravatta ci ha fatto venire una stretta al cuore: i suoi cross avrebbero cambiato poco, ma forse spostato in mezzo (esperimento quasi sempre abortito, va detto) in certe partite avrebbe potuto dare all’Inghilterra quel minimo di manovra anche con passaggi scontati alla Giannini. 
Maradona sarà anche un allenatore scarso, ed in effetti finora ha dimostrato di esserlo, ma come leader sa farsi amare: emozionanti gli incoraggiamenti durante la partita e i baci alla fine, roba di sicuro recitata ma non per questo finta. Un’Argentina normale, ma composta da giocatori che remano tutti dalla stessa parte, contro la Nigeria ha rischiato sia di vincere di goleada che di pareggiare (se Uche fosse entrato meno scoordinato sulla palla di Martins, peraltro non facile). Il 4-2-3-1 di prammatica è stato zavorrato da un Veron al minimo e da un Di Maria fuori dal gioco (e quasi anche dal campo, come le alette di una volta) come mai si era visto. Messi ha acceso ogni azione passata dal suo sinistro, ma il portiere nigeriano Enyeama e la scarsa vena di Higuain (comunque mobile, l’unico a non aspettarsi il pallone sul piede, mentre la mobilità di Tevez è stata più da generoso Graziani) hanno reso fondamentale il colpo di testa di Heinze: scommessa vinta da Maradona anche perchè la Nigeria ha creato di più sulla fascia opposta rispetto a quella del difensore del Marsiglia. Lagerback ha avuto buoni guizzi da Obasi, ma la Nigeria più pericolosa si è vista nel finale con Oba Martins ed il confusionario ma vivo Odemwingie: in generale il 4-3-3 degli africani ha aperto autostrade agli avversari in tutte le fasi a basso ritmo, in questo senso il risultato è bugiardo, di sicuro rischiando di beccarsi il triangolo ad ogni azione palla a terra la Nigeria rischierà anche con Grecia e Corea del Sud. In prospettiva il problema dell’Argentina è lo stesso delle qualificazioni, cioè la squadra spezzata in due: dagli ottavi in poi lo si vedrà con più chiarezza, per adesso vince il talento e nessuno in patria farà barricate per Milito.  
Delle cinque partite giocate finora quella più vicina ad un passo da Mexico ’70 è stata Corea del Sud-Grecia, dominata tatticamente dalla squadra di Huh Jung-Moo. Sarà piaciuta ai discepoli di Sacchi, magari non a Sacchi adesso per motivi editoriali ridottosi ad elogiare il calcio di Benitez e le politiche di mercato di Galliani: nè contropiede di cinquanta metri né occupazione degli spazi offensivi con la difesa già schierata, ma ripartenze continue sfruttando la mancanza assoluta di idee dei centrocampisti di Rehhagel e gli errori dei suoi difensori (il centrale di sinistra Vyntra su tutti, autore della dormita sul primo gol, di un fallo da rigore non fischiato e del disimpegno sbagliato che ha dato l’inizio alla meravigliosa azione personale di Park per il raddoppio). Migliore in campo secondo noi il tedesco (oltre a giocare da sempre in Bundesliga è anche figlio del leggendario Cha Bum-Kun) Cha Du-Ri, dominatore della fascia destra. Park ha disputato una partita di grande sacrificio sulla sinistra del centrocampo, in un 4-4-2 quasi speculare a quello degli avversari (almeno fino all’assalto finale) ma con singoli interpreti di qualità migliore. Senza il golletto da calcio piazzato o la situazione da difendere con lo spirito giusto, la Grecia era questa anche al vittorioso Europeo in Portogallo.
Essere anti-italiani è un vezzo di molti italiani che ostentano superiorità rispetto ai propri connazionali, come se la spazzatura bruciata, l’Iva evasa e i paesi di finti disabili fossero una tara genetica e non colpa dell’assenza di sanzioni. Per questo troveremo qualcuno che giustificherà Blatter e Vieira per la vicenda della Coppa consegnata agli organizzatori sudafricani durante l’inguardabile concerto di apertura. Timida la presa di posizione di Abete, come se temesse arbitraggi chirurgici, quando invece l’unica certezza è che questa coppa nel 2006 è stata vinta dall’Italia. Non è necessario essere genii del marketing per intuire che un bis italiano, peraltro improbabile, sarebbe visto dalla redistributrice Fifa come una sciagura: in questo senso il comunicato di spiegazione, in cui penosamente si esaltavano le origini africane di Vieira come giustificazione dello sgarbo, è stata una toppa peggio del buco. Solo due squadre nella storia si sono riconfermate campioni del mondo: il Brasile 1962 lo fece grazie alla scandalosa riqualificazione di Garrincha (espulso in semifinale), l’Italia di Pozzo lo fece contro tutti. Qualcosa vorrà dire.
stefanolivari@gmail.com

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