La lettura del Contador

1 Ottobre 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Il miracolo dello sport spagnolo, i tagli di Benitez, verso Inghilterra 2018, la pallottola di Obilalé, il cuore serbo di Cleo, il responsabile marketing del Garforth Town, Sconcerti secondo Wikipedia, la tessera deideologizzata e gli allenatori di Lugaresi.

1. Chi si ricorda dell’esaltazione mediatica delle nuotatrici baffute e dopate (a volte, come si sarebbe scoperto decenni più tardi, anche incinte perchè i loro allenatori sostenevano che nei primi mesi di gravidanza crescessero le forze) della Germania Est degli anni Settanta? Varie generazioni di ragazze pulite sono state sbeffeggiate dalla stampa del proprio paese, salvo poi scoprire che era tutto finto. Senza andare a tante squadre di calcio invincibili e dal grande ritmo (merito delle ‘motivazioni’, ovviamente), il pensiero del giorno va ad Alberto Contador. L’Unione ciclistica internazionale (Uci) ha infatti annunciato di avere sospeso il fuoriclasse spagnolo, risultato positivo al clembuterolo durante un controllo all’ultimo vittorioso Tour del France. La quantità di sostanza trovata è ridicola, ma è ridicola anche la difesa: contaminazione alimentare dovuta a una bistecca, per la precisione un filetto. Un po’ come lo shampoo di Blasi o la pomata vaginale di Borriello (dove la vagina non era ovviamente di Borriello). Ridicola la reputazione del suo principale difensore, che poi sarebbe anche il direttore sportivo della sua nuova squadra: Bjarne Riis. Ridicola la discesa in campo del segretario di stato allo sport spagnolo Jaime Lissavetzky, candidato socialista a sindaco di Madrid, che ha giocato al piccolo chimico giurando sulla pulizia di Contador (che magari è pulito, ma cosa ne sa Lissavetky?). Tutto ridicolo, anche la presunta pulizia di altri sport che il doping nemmeno lo cercano. La fama mondiale di Contador rischia di far passare in secondo piano il fatto che l’Uci abbia bloccato (per altra sostanza) altri due spagnoli: Ezequiel Mosquera e David Garcia Da Pena, positivi allo xydroxyethyl a un controllo il 16 settembre durante la Vuelta. Sì, Mosquera, il grande avversario di Vincenzo Nibali oltre che il classico vecchietto a sorpresa che tanto piace alla stampa specializzata. Inutile dire che pochi altri sport hanno il coraggio e l’onestà di abbattere i propri idoli, anche a dispetto della convenienza di marketing. Fra questi sport duri e puri non c’è di sicuro il calcio, con i suoi giocatori che non possono essere svegliati all’alba per i controlli a sorpresa. E le sue masse di sfaccendati pronte a scendere in piazza. Una manifestazione per Contador non la vedremo mai, così come non l’abbiamo vista per Basso o Di Luca. Diciamo sempre la stessa cosa? Sì, ma anche perchè la situazione è sempre la stessa. 
2. Parliamo di Inter, un argomento raramente affrontato da giornali e televisioni. Con il pendolo di Benitez che è senz’altro più leggibile di quello di Foucault, intendendo sia il romanzo di Eco che il delicato strumento con cui il fisico francese tentò a metà Ottocento di dimostrare la rotazione terrestre attarverso la forza di Coriolis (traduzione grezza direttamente dal Bignami: la forza su un corpo all’interno di un sistema rotatorio quando quel corpo fa variare la velocità di rotazione). In sostanza per l’allenatore interista la critica tifosa, pro o contro l’Inter, fa valere la seguente legge: se non vince significa che alla squadra manca la rabbia che le sapeva dare Mourinho, se vince è perchè l’Inter titolare è in pratica la stessa dell’anno scorso. Così un quattro a zero alla squadra terza in Bundesliga, che sarebbe come se il Bayern Monaco battesse quattro a zero il Milan, è stato subito archiviato come routine. Invece va detto che il gioco propositivo di Benitez, anche a parità di uomini con i suoi predecessori (non è il caso della partita con i tedeschi, visto che fra i titolari c’erano Biabiany e Coutinho), è sempre stato più redditizio in Europa. Al primo anno di Champions League con il Valencia arrivò fino ai quarti di finale, eliminato proprio dall’Inter di Cuper (suo predecessore al Valencia), nella stagione seguente trionfò in Coppa Uefa sempre con il Valencia battendo il Marsiglia in finale. Poi le imprese al Liverpool che tutti forse ricordano meglio: dalla leggendaria rimonta di Istanbul 2005 con il Milan a una sconfitta in finale (2007) ancora con il Milan, più due equilibratissime battaglie con il Chelsea (entrambe perse, una in semifinale e una nei quarti) unite a un rendimento deludente in Inghilterra (in sei anni solo una FA Cup e un secondo posto in Premier League). Insomma, l’ottimo Benitez europeo non è nato ieri. Quello da campionato ha fatto invece bene, ad alto livello, solo a Valencia in una squadra ereditata da Cuper e in una situazione storica particolarissima (il Barcellona dell’era Gaspart e il primo Real dei Galacticos, squadre che con la regolarità si potevano battere). Conclusione: il gioco di Benitez, ricco di movimenti senza palla e di tagli (non è un caso che spesso gradisca i destrorsi a sinistra e i mancini a destra) ha bisogno di interpreti tirati a lucido, che alla fine offrono un prodotto di grande qualità. Mentre per gli occhi iniettati di sangue che ti fanno vincere su campacci sfruttando due episodi è meglio rivolgersi altrove.
3. L’Inghilterra sta per scendere in campo seriamente ‘solo’ per il Mondiale 2018, dopo il vago interesse finora manifestato per l’edizione 2022. David Dein, presidente del comitato promotore (ed vicepresidente dell’Arsenal oltre che della FA), ha infatti spiegato che l’Inghilterra si ritirerà dalla corsa per il 2022 se gli Stati Uniti si ritireranno dalla corsa per il 2018. Niente di troppo bizantino: Blatter ha infatti lasciato filtrare (così si dice in giornalistese) che l’edizione 1994 è troppo vicina per poter pretendere un nuovo Mondiale americano nel 2018. Va anche detto che allo stato attuale gli Stati Uniti rimangono ancora candidati sia per il 2018 che per il 2022 e che le corse per le due edizioni sono collegate: infatti il comitato esecutivo della FIFA deciderà su entrambe le assegnazioni il prossimo 2 dicembre a Zurigo. Sullo sfondo varie manovre, più o meno sotterranee: Platini vorrebbe l’edizione 2018 nel suo continente dopo due Mondiali extraeuropei, l’Asia sta organizzandosi per il 2022 (Qatar favoritissimo, poi Sud Corea e Giappone ma questa volta in maniera disgiunta, con la Cina che è la minaccia incombente su tutti) su cui ha qualche mira anche l’Australia. Dopo il 2002 Blatter non è più un grande fan delle candidature congiunte (in piedi ci sono Spagna-Portogallo e Olanda-Belgio), anche se politicamente potrebbero tornargli utili, mentre la Russia ha meno sostenitori in giro per il mondo di quanti ne abbia trovati Dein. Previsione: Inghilterra 2018 e purtroppo Qatar 2022. Di sicuro fra due mesi l’anziano Blatter metterà il suo marchio sul calcio sul calcio del prossimo decennio e forse anche su quello successivo. Il significato politico di un Mondiale in un paese musulmano non sfugge a nessuno, tantomeno a lui. Ma se la Cina ci credesse non avrebbe probabilmente rivali: in due mesi possono succedere ancora tante cose.
4. Di Blatter fuori dalla Svizzera si parla quasi solo in negativo, complice il fatto che non possa influenzare le carriere dei giornalisti al contrario di quanto possono invece fare i dirigentelli locali. In positivo si può però dire che è lodevole l’aiuto economico (anche se non sono soldi suoi) promesso al portiere Togo Kodjovi Obilalé: ancora convalescente, il ventiseienne che a Germania 2006 era l’unico dei 23 del Togo a giocare in patria avrà un sostegno di 18.500 euro. Una cifra che a Lomé, ma anche in Italia, fa la differenza. Da ricordare l’episodio, peraltro stranoto, a beneficio di chi viaggia con security e albergo prenotati: la nazionale del Togo venne attaccata lo scorso gennaio da terrori
sti della provincia di Cabinda mentre entrava in pullman in Angola in occasione della Coppa d’Africa, nell’attacco persero la vita due elementi dello staff (oltre all’autista del pullman), mentre altri nove rimasero feriti. Fra questi Obilalé, all’epoca tesserato per i dilettanti francesi del Pontivy, e il difensore Serge Akakpo. Il portiere (colpito da una pallottola alla schiena) ha svolto la rieducazione a Lorient, in Francia, ma non è ancora in grado di camminare senza zoppicare: tornerà ad una vita normale, ma di sicuro non ad un Mondiale. La federazione del Togo si è disinteressata del caso, così come quella africana, così Obilalè tira avanti grazie alla generosità di amici che finanziariamente hanno svoltato: su tutti Emmanuel Adebayor, che fra un litigio con Mancini e una fascetta nuova da mettersi fra i capelli non dimentica mai di aiutare il compagno in maniera concreta. E silenziosa, visto che dei suoi bonifici si è saputo solo perché ne ha parlato il portiere. 
5. Le nazionali, ultimo rifugio di un calcio basato sull’appartenenza invece che sulla convenienza, stanno rapidamente diventando una barzelletta. Ultimo caso la Serbia che ha settimana scorsa naturalizzato Gabriel Cleverson Cordova, detto Cleo, attaccante brasiliano del Partizan di Belgrado. Nessun antenato tarocco, nessun matrimonio di comodo: la decisione è stata presa direttamente dal governo serbo, dal ministro degli Interni Ivica Dacic. Il venticinquenne Cleo risiede in Serbia fin da quando era bambino, potrebbe pensare qualcuno. Invece ci è arrivato solo nel 2008, dopo una carriera in patria (dove la patria è il Brasile) trascurabile e la grande occasione capitatagli prima alla Stella Rossa Belgrado e poi al Partizan: primo giocatore dopo un ventennio a effettuare questo passaggio (l’ultimo era stato il centrocampista Goran Milojevic nel 1988). Va detto però che a meno di certificati di residenza falsificati Cleo non potrà giocare contro l’Italia, perché le regole FIFA impongono cinque anni di residenza prima di poter rispondere alle convocazioni della ‘nuova’ nazionale.
6. Il responsabile marketing del Garforth Town non è un nostro amico e possiamo quindi affermare in tutta onestà che si tratta di un genio. E se il genio non è lui allora è Simon Clifford, dal 2003 proprietario del club militante nella Division One North della Northern Premier League (l’ottavo gradino, partendo dall’alto, del calcio inglese: la prima categoria italiana, insomma). Questa oscura squadra dello Yorkshire riesce infatti a conquistare articoli sui giornali di tutto il mondo grazie a colpi ai confini della realtà ma non totalmente inventati. Dall’ingaggio a gettone di Socrates (un mese come player-manager) a quello di Careca passando per Lee Sharpe e altri dal buon passato, per arrivare adesso alla firma con Paul Gascoigne come improbabile allenatore. L’esperienza precedente in panchina di Gazza, cinque anni fa al Kettering, era durata poco più di un mese e terminata con un esonero per ubriachezza (così l’aveva giustificato il presidente di allora) molesta, questa sembra iniziare sotto auspici migliori ma non scommetteremmo comunque sul buon esito finale. Meglio giocarsi la vita sul campo che chiusi in casa, quindi calcisticamente ammettiamo il tifo per un ragazzo di 43 anni come Gascoigne: per certi versi uno degli ultimi campioni puri di animo, per altri un marito e un padre da disprezzare. Colpa dell’alcol, ma soprattutto di chi se o mette in corpo: a meno che le botte del calciatore siano socialmente più giustificabili (qualche editorialista bolso che parla di ‘genio maledetto’ lo si troverà sempre) di quelle del commerciante o dell’operaio.
7. E’ difficile, anche per i suoi antipatizzanti, sostenere che Mario Sconcerti non sia uno dei più autorevoli giornalisti italiani fra quelli che si occupano di calcio. Fra le mille cose: ex vicedirettore della Gazzetta dello Sport, ex direttore del Corriere dello Sport, attuale editorialista del Corriere della Sera e di Sky. Difficile targarlo con una squadra diversa dalla Fiorentina, di cui in passato è stato anche dirigente, al di là del fatto che non sia un esaltatore nemmeno dei Della Valle (e non gli diamo torto). Non è gradito a Moggi, ebbe con Mourinho una memorabile discussione e non ha grande stima di Moratti, è critico sulla Juve forse anche per smarcarsi da Mauro, è abbastanza neutro sul Milan e molto attento alle vicende delle squadre romane non fosse altro che per la collaborazione con Radio Radio (emittente dai toni ben diversi da quelle degli ayatollah pregiudicati). Cosa è successo, insomma? Che la settimana scorsa, dopo lo scadente arbitraggio di Russo che a Brescia aveva penalizzato la Roma, non ha partecipato al linciaggio dell’arbitro come sarebbe accaduto e come sempre accadrà nelle tivù locali più becere. Tutto questo è stato sufficiente per farlo diventare nemico pubblico numero uno di un certo mondo, un mondo piccolo (ma non piccolissimo) che vedremmo meglio a Rebibbia invece che all’Olimpico, e per indurre un minorato mentale ad entrare nel suo profilo su Wikipedia e a chiuderlo con la seguente frase: ”Il 22 settembre 2010 e diventato il nemico pubblico dei tifosi romanisti con dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti di una tifoseria e una città intera il 24 settembre 2010. Speriamo sia licenziato da Sky”. E’ probabile che quando andrete sul ‘Mario Sconcerti’ di Wikipedia qualcuno avra già ripulito il tutto, ma il discorso cambia di poco. Sappiamo che l’encilopedia online monitora alcune decine di nomi a rischio di intervento idiota, da Hitler a Maometto passando per Michael Jackson e Berlusconi, chissà se adesso dovrà iniziare a farlo anche per Sconcerti. Di solito, per quanto riguarda i giornalisti sportivi, su Wikipedia accade il contrario: siccome non li conosce nessuno, sono loro stessi ad aggiornare la voce che li riguarda con curriculum eccezionali e collaborazioni di prestigio (a volte basta avere pagato il canone per autodefinirsi ‘autori Rai’). Per Sconcerti vale il contrario.

8. Il presidente della Figc Giancarlo Abete pensa che si debba de-ideologizzare il il dibattito sulla tessera del tifoso, la stessa cosa pensa la maggioranza delle persone che seguono il calcio. Uscendo dai discorsi sui massimi sistemi, sospesi fra garantismo e diritto alla privacy, l’unica vera domanda alla fine è: questa tessera serve a limitare la prepotenza di delinquenti o aspiranti tali? In teoria dovrebbe impedire l’accesso allo stadio di chi è sottoposto a Daspo o ad altre misure restrittive, in pratica chiunque frequenti gli stadi di serie A può osservare famiglie che si sottopongono alla trafila dei documenti e dei tornelli e masse di tifosi organizzati (che non significa male intenzionati, ma solo che si muovono in branco) che entrano come se fossero una persona sola. Senza mostrare documenti, se non a campione, e senza rispettare il numero di posto scritto sul biglietto. Questa la realtà delle prime giornate di campionato osservata con i nostri occhi, senza bisogno di tirare fuori episodi di cronaca nera e senza arrivare agli estremi di chi viene fatto entrare senza biglietto (l’ultima giornata dello scorso campionato è stata molta istruttiva, con interisti e romanisti in trasferta in una situazione di tensione). Anche de-ideologizzando il discorso la tessera del tifoso è quindi una schedatura delle persone a posto, con buone intenzioni ma di sicuro anche con sviluppi nel marketing mirato. Se tu vuoi regalare a un amico due biglietti per Milan-Auxerre, ma non puoi farlo perchè il cassiere della banca pretende documenti dei due beneficiari e la tessera Cuore Rossonero, c’è qualcosa che non funziona. Rilievo statistico: sarà stata fortuna, ma nelle prime giornate la violenza collegata alle partite è stata a livelli minimi. Le 700mila tessere citate nel bollettino della vittoria di Maroni forse c’entrano qualcosa. Conclusi
one: pur con tutti i buchi nell’applicazione della legge ci sono meno margini di manovra per i violenti. Ma anche meno voglia delle persone normali di andare allo stadio.
9. Le commemorazioni vanno dalla retorica più scontata al macchettismo da Mai Dire Gol, ma quella di Edmeo Lugaresi è stata una vita vera. Finita a 82 anni nella sua Cesena, pochi mesi dopo la morte della moglie Anna. Lugaresi si era fatto da solo: partito come garzone da un barbiere, quando i barbieri e i garzoni esistevano ancora, era emerso nel dopoguerra mettendo in piedi un’attività di import-export di frutta che lo aveva reso un imprenditore di spicco anche a livello internazionale. Nel 1980 assunse la presidenza dell’amato Cesena, ricevendo il testimone dallo zio Dino Manuzzi che pochi anni prima aveva guidato la squadra alla storica qualificazione Uefa. E alla guida della società è rimasto sino fino al 2002 riuscendo a tenere botta in un calcio non più autarchico (proprio nel 1980 erano state riaperte le frontiere) e con distanze fra metropoli e provincia diventate finanziariamente insostenibili per chiunque fosse privo di competenza. Lugaresi alla prima stagione da presidente centrò il ritorno in serie A, in un campionato difficilissimo (per il calcioscomesse erano infatti state retrocesse in B Milan e Lazio) con la squadra che in panchina aveva Osvaldo Bagnoli e in campo la bandiera Ceccarelli, il futuro juventino Massimo Bonini e i futuri interisti Piraccini e Garlini. Oltre a Roccotelli, ovvero la rabona prima della rabona. In A, con G.B. Fabbri in panchina, arrivò come straniero il velocissimo Walter Schachner e la squadra ottenne una sudata salvezza (con Lucchi subentrato a Fabbri). Lugaresi ebbe sempre un occhio straordinario per gli allenatori: in ordine sparso lanciò Sacchi (vincitore dello scudetto Primavera 1981-82), Bolchi (promozione in A), Bigon, Lippi (una salvezza eroica in A, a fine anni Ottanta) e tanti altri. Gli anni Novanta furono quelli dell’obbligatoria discesa in B e anche C1, senza mai però perdere passione e capacità progettuale. Nel 2002 cedette le responsabilità del Cesena al figlio Giorgio e nel 2007 la famiglia chiuse con il pallone cedendo le proprie azioni a Igor Campedelli, che ha riportato la squadra in A. Nel turbocalcio c’è ancora posto per il Cesena e per chiunque abbia idee e voglia di lavorare. Come Edmeo Lugaresi, che non era l’erede di Dante Alighieri ma era Edmeo Lugaresi. Non poco.
Stefano Olivari
(articoli già pubblicati sul Guerin Sportivo)

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