La guerra di una Corea

14 Maggio 2008 di Stefano Olivari

Forse siamo poco attenti, ma ci sembra che l’opera di pacificazione fra le due Coree sia di solito unilaterale: nel senso che la buona volontà ce la metta soprattutto la Corea del Sud. Una prova ulteriore, rimanendo nell’orticello sportivo, è l’ultimo numero di Pyongyang, che ha chiesto alla FIFA di giocare il ritorno della partita di qualificazione mondiale, prevista per il 22 giugno, non a Seul ma in campo neutro. L’antefatto è che la gara di andata, di cui abbiamo visto solo un nebuloso servizio (è finita zero a zero) in streaming, era stata giocata a marzo in campo neutro (Shangai)per il rifiuto della Corea del Nord di issare la bandiera e suonare l’inno di quella del Sud nello stadio di Pyongyang. La FIFA aveva quindi deciso lo spostamento (il regolamento è chiaro: in nessuna competizione FIFA possono esserci limitazioni per i segni distintivi della squadra ospite), ma la colpa era della Corea del Nord. Dal canto suo Chung Mong-Joon, presidente della federazione sudcoreana (ma anche vicepresidente della FIFA e soprattutto signor Hyunday), ha ricordato che non ci sarebbe nessun problema per bandiera ed inno nordocoreani nello stadio di Seul. In ogni caso la Corea del Sud sembra meno condiscendente del solito, visto che non ha niente da rimproverarsi. Insomma, per Blatter una supergrana, visto anche che si tratta di due paesi che sul piano formale sono ancora in guerra dopo l’armistizio del 1953: la sfortuna ha voluto che si incrociassero per la prima volta sulla strada del Mondiale.

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