La doppia alzata di Hayward

28 Febbraio 2012 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Cosa resterà di questo All Star Game 2012? Ci vorrebbe il Raf dei bei tempi per descrivere la malinconia che prende dopo tre notti insonni a osservare i migliori del mondo che giocano fra di loro, con una bassa percentuale di basket ma mettendo anche insieme molte altre cose: divertimento, senso dello spettacolo, consapevolezza di far parte di un club esclusivo, sincero amore per il trash (il ballo delle mascotte in versione gonfiabile e il finto draft fra i finti gm Shaq e Barkley i momenti di culto). Insomma, chi guarda l’All Star Game con gli stessi schemi mentali di chi osserva Obradovic rispondere alle mosse di Maljkovic è un compagno che sbaglia.
La seconda volta dell’All Star Game Nba ad Orlando, vent’anni dopo l’edizione 1992 (quella di Magic Johnson fresco di sieropositività, giocata all’Orlando Arena mentre adesso lo si è fatto ovviamente all’Amway Center), ha mostrato una netta differenza fra l’evento clou, cioè l’East-West della domenica sera, e tutto il contorno. Nella partita delle stelle propriamente detta, quella dove esserci è una medaglia da appuntarsi sul petto per tutta la carriera, per almeno due quarti si è giocato sul serio complice la poco sottile antipatia fra Kobe e LeBron e il fatto che le due stelle dei Thunder abbiano sentito (ricambiati) la sfida con quelle degli Heat: si parla della quasi sicura finale di giugno, quindi i messaggi andavano mandati. Durant e James quasi al loro meglio, sia pure con cifre rinforzate dalla metà partita soft, con il pasticcio finale che rafforza la fama di choker di LBJ e assegna il premio di MVP a KD. Un’intensità ben diversa da quella di tanti East-West del passato in cui si giocava negli ultimi minuti e solo se il punteggio era vicino. Di uguale al passato c’è stato il resto, nonostante la riforma che ha trasformato la sfida fra rookie e sophomore in una mista fra due finte franchigie con Shaquille O’Neal e Charles Barkley come dirigenti. L’enorme quantità di talento in campo non ha ancora la spinta della rivalità livorosa, quindi tutto è stato ben oltre i confini dell’esibizione per la gioia di chi già prende come un’esibizione le partite normali, tipo John Wall. Esposto come una madonna pellegrina del sogno americano Jeremy Lin, troppo intelligente e dentro al gioco per esaltarsi al festival dell’alley-oop. In linea con il clima di festa anche il secondo giorno, con le competizioni più vicine allo spirito dell’All Star Game. La nostra preferita è la Skills Challenge, un misto di palleggi, passaggi e tiri in solitaria, vinta da Tony Parker con gli altri cinque partecipanti che erano Rondo, Deron Williams, Wall, Westbrook e Kyrie Irving. Emozionante la gara di tiro da tre punti, con ultimo duello vinto da Kevin Love su Kevin Durant, modesta nei nomi quella delle schiacciate con il voto popolare via (anche) Twitter che è paradossalmente stato più ‘tecnico’ di quelli degli esperti del passato. La schiacciata più bella delle tre del vincitore, Jeremy Evans, è stata non solo un prodigio atletico (l’ala dei Jazz salta tanto, ma come altri nella lega) ma anche di coordinazione: sia sua, nel raccogliere e schiacciare due palloni, sia della spalla Gordon Hayward che da purissimo ragazzo dell’Indiana ha alzato quei due palloni con due mani diverse nello stesso momento e con due altezze diverse: roba di una difficoltà clamorosa. Concludendo? La festa funziona sempre, ma bisogna trovare qualche idea per dare un senso alla partita dei giovani. Magari sperimentando su di loro uno schema che potrebbe rivitalizzare anche il classico East-West: mettere americani contro International players, cioé tutti quelli che americani non sono (ammesso di trovarne almeno dieci fra primo e secondo anno), potrebbe tirar fuori un po’ di sangue.


Twitter @StefanoOlivari

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