La cultura di Gudmundsson

7 Settembre 2015 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dal bar degli Sturlunghi di Reykjavik, Islanda, terra del ghiaccio, dopo essere stato esiliato dalla povertà, senza dinero nein Berliner, spinto dalla curiosità per un paese che abbiamo mitizzato fin da piccoli e che in questo settembre ci ha fatto capire che sei hai fierezza, se lavori sul poco che serve, magari fai bella figura. La nazionale di calcio, addirittura, ha messo nei guai l’Olanda, qualificandosi molto prima dell’Italia; quella di basket delle betulle nane ha reso infernale la “partita del riscatto” per Azzurra tornata tenera.

Dall’Islanda senza furore, spinto lontano come il vichingo Naddoddr che cercava altre cose e ha trovato i geyser. Meglio così, anche perché abbiamo potuto visitare la casa che fu di Albert Sigurdur Gudmundsson, giocatore del Milan che nel 1948 frequentò spesso casa Eleni. Sostenuto, lui così tecnico ma così fragile, dal cumenda David: la sua famiglia vera era quella rossonera, come dice una pergamena regalata al dirigente accompagnatore degli anni difficili e del primo scudetto nel dopoguerra. La magia dell’Islanda raccontata da lui in francese, veniva da una stagione con il Nancy. Racconto breve. Quattrodici partite, due gol. Ma era un tipo diverso da tanti altri: aveva stile, cultura, lo capiva persino un bambinetto di quattro anni. Infatti quando tornò a casa sua, deluso dalla professione e dall’amore, sfruttò la laurea e divenne ministro dell’industria nel paese dove, era il 1980, per la prima volta una donna in Europa, diventava capo del governo.

Non vogliamo stancarvi o distrarvi. Né facciamo finta che l’eurobasket sia ancora tutto da giocare. Dovremmo. Ce lo dicono i sapientoni e i venditori di fumo con memorie rivisitate. Insomma, nel debole inizio della Nazionale, guidata con mano non troppo ferma dal lupetto Pianigiani, almeno in questo dovranno ammettere che paragonandolo a Tanjevic si farebbe fatica a trovare similitudini che favoriscano il principino senese, in questo inizio, dicevamo, hanno trovato la stessa “family” che aiutò la Nazionale del 1999 a dimenticare la sconfitta iniziale con la Croazia, rimediando, alla fine, dopo elaborazione dati su chi avrebbe dovuto aiutare davvero il gruppo, contro la Bosnia il biglietto per andare avanti, magari inciampando ancora, come a Le Mans, contro la Lituania, cura del freddo che servì per vincere il titolo.

Ci auguriamo che sia proprio così. Lo dicono i cantori del cielo, urlatori a prescindere, gli stessi che ti fanno credere di essere un privilegiato teleutente davanti all’evento del secolo. Be’, la pensano così, devono vendere il prodotto. Perché discutere, abbiamo saputo dal capo cantore che la grande novità televisiva è arrivata dal nuovo linguaggio: vuoi mettere il valore di un gol, di un canestro, se scandisci bene nome e cognome dell’autore. Ce lo raccontavano al bar degli Sturlunghi i nipoti degli islandesi scappati dagli Stati Uniti quando hanno capito che in giro c’era gente capace di vendere piscio di bisonte spacciandolo per medicina contro ogni tipo di male. Non vogliamo avventurarci nell’Europeo che speriamo possa essere ancora lungo per l’Italia. Qualche ora e sapremo tutto.

Al momento preferriamo fare come il Romeo Sacchetti che manda a quel paese chi gli chiede di leggere nel cuore della nuova Sassari dopo qualche partita a ranghi incompleti. Non ha senso anche se il nuovo basket, quello più televisto dai tempi del bianco e nero, cerca di avvicinarsi pericolosamente alle scimmiette del calcio sparandone a tutto volume per fare abbonamenti. Giusto. Hanno ragione loro, ha ragione il signor Ecclestone quando gli hanno messo una mano sul cuore per salvare il gran premio automobilistico di Monza: “Ma quale storia, contano i quattrini”. Bisogna adeguarsi, leggi le strategie dei signori che combattono la guerra catodica e ti vengono i brividi.

Ma è stupido non capire e non adeguarsi. Insomma pensaste a cosa è stato detto sulle prestazioni delle nazionali di calcio e basket in queste giornate. Non avevamo capito l’affinità elettiva fra Conte e Pianigiani che si scambiavano gli auguri prima di entrare nell’arena. Poi tutto è stato chiaro: mettere punti in classifica, chissenefrega di tutto il resto. Nessuna valutazione del gioco, infame, due passaggi riusciti una bambolina, dei calciatori a Firenze, stadio vuoto, Palermo, stadio rimbombante soltanto per insultare il portiere avversario che rinvia il pallone, evoluzione della specie ultras a livello ungherese. Per i tesori del basket che Petrucci custodisce nel suo scrigno segreto nella sala rossa della paranoia che, lo ha detto il presidente stesso, deve esserci in chi ama e dirige omoni, riascoltatevi le televendite da Berlino.

Non si boccia, né si promuove. Ci è piaciuta poco la gestione del personale giocatori, bisogna adeguarsi al linguaggio del marchettamento, ma può essere che tutto sia stato provocato dalla tensione, dall’esagerato carico di responsabilità, avrebbero dovuto immaginarlo i pompadores delle pampas audiovisive. Non è mai facile fare bene dovendo dimostrare davvero di essere quascosa di più di una banda di scorpioni costretti, dalla statura e dalla tecnica, a diventare camaleonti per mascherare debolezze strutturali evidenti ed imputabili alla madre natura, oltre che al poco che si è speso e si spende, per reclutare, cercare, fondare scuole che non siano soltanto di facciata.

Ci riserviamo i commenti per quando tutto sarà più chiaro. Se davvero dovessero vincere il titolo, una medaglia, o, magari, trovare anche soltanto un posto per fare il torneo di qualificazione olimpica saremmo felici, come tutti quelli che non la pensano come gli Ecclestone portati a pontificare nel giardino del basket senza sugo dove servono sedute notturne lunghissime per non capire come si arginano questi cazzo di pick and roll, quasi che tutto fosse complicato come la pizarra benefica che don Scariolo mostra al mondo nei minuti di sospensione della Spagna, un oggetto di culto che non tutti sanno usare, persino gli abati cantori dallo specialissimo cartellino che un giorno vi faranno sapere in cosa consiste la loro personalissima scala di “prodezza da brividi” per evitare che il canestro sputi e gli dei del basket si mostrino crudeli come con il povero Ulisse. Nessun giudizio, anche su chi è andato davvero male all’inizio. Meglio essere pazienti, felici di veder smentite certe sensazioni negative che nascono dal cerone sospetto in ogni dichiarazione, da troppi gesti di cameratismo ad uso del farlocco teleutente. Se davvero sono famiglia lo dirà il campo.

Non entreremo mai sotto la tenda di chi vuol farci vedere donne barbute, gente barbosa. Aspetteremo dal bar degli Sturlunghi, vecchi padroni dell’Islanda che con 300 mila anime manda in tilt quelli del calcio miliardario e fa venire qualche dubbio al basket dei signorotti. A proposito, sulla rosea vulvaris hanno pubblicato gli ingaggi dei vari giocatori. Vedendo certe cifre, certe facce, certi rendimenti non vi viene voglia di mandarli tutti dentro un vulcano a parlare con il magma, soprattutto quando hanno il mal di pancia pilotato dalla banca centrale?

Tornando all’europeo bisogna almeno segnalare che Tony Parker, genio della Francia e per San Antonio, ha raggiunto e superato, come realizzatore, Galis il divino, come lo chiama persino l’Equipe. Il nostro signor Parkèr, attenti a come pronunciate, questi che hanno cambiato il modo di annunciare un canestro e un gol ci tengono moltissimo, anche se magari certe volte insistere sulle Casse spagnole di risparmio abbinate a squadre di basket, ciclismo, persino calcio, facendo capire che si è studiato con la caresse dei potenti, ululando di Caca qui caca là (tu quoque splendido Magrini che con Aiello rendi bellissimo il ciclismo di Eurosport, così lontano dal velluto polveroso di altre emittenti), porta davvero verso pericolose discariche culturali. Non veniteci a dire che senza la corretta citazione avremmo una protesta scritta dagli avvocati degli sponsor. Ma cosa stiamo dicendo. Non riusciamo a capire che Biglia esiste soltanto se lo si pronuncia come a casa sua. Sarà.

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