La ciucca di Rio

16 Novembre 2015 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dal Corcovado, il gobbo magico al centro di Rio. Preferiamo anticipare Azzurra ed Ettore Messina che, in una bella intervista a Paolo Brusorio sulla Stampa, fa cadere dalla sedia i Pianigian contrari, le vedove del piccolo principe, affermando che “Andare a Rio non è così difficile”. Come, Ettorre? Ma sì, conferma e spiega, con la voce rauca interstellare del prescelto da monsignor Petrucci, nel collegamento che ha reso più bello, più interessante il Dai e Vai di Dembinski e Michelini sulla Rai dopo la danza in laguna dove la Reyer ha scoperto che usando a piccole dosi i mangiapalloni in nero, sfruttando il furore di giovani italiani dal pelo lucido si potrebbe andare più lontano. Con Ruzzier il maghetto qualcosa si crea anche senza egoismo. Con Stefano Tonut pure, perchè l’uomo che ama essere “comunque” si è reso conto che per stare ad un piano più alto bisogna anche capire come ci si arriva e non è sempre detto che te lo lascino fare usando le armi che sai usare meglio. Serve imparare, ascoltare, essere umili. Stefano Tonut che infilza i difensori del povero Menetti, strangolato da gente che proprio non capisce dove ha trovato fortunatamente rifugio spirituale e anche tecnico, ha scelto un percorso di fatica che ci ha fatto amare subito questo mulo così diverso dal talentuoso padre Alberto, in ogni senso. Preferiamo già lui oggi anche se il Lulù di ieri ha fatto cose importanti e non soltanto nella Livorno di mastro Bucci che, finalmente, festeggia il Bechi salvato dagli insipienti di Repesa a Torino quando stava già per essere portato sulla Mole e poi liberato senza paracadute. Speriamo che al Tonutino non facciano già fare un libro sulla vita: poche pagine, ma se hai gli sponsor giusti sembrano anche importanti. Pazienza se, come disse D’Antoni, all’uscita del volumetto su Danilo Gallinari, ci sarà poco da leggere perché le storie dei campioni si scrivono a fine corsa, non durante, per titillare chi ci guadagna e gli sponsor che se lo tirano di nascosto. Lo capirete quando finalmente il direttore di Indiscreto presenterà, se mai lo farà, “Gli anni di Drazen Petrovic”, pallacanestro e vita. Senza sbrodolamenti da divisione SKY dove hanno cercato di farci credere che la partita vinta da Torino su Milano sia stata davvero un grande spettacolo.

Va bene. Hanno ragione loro. Nel basket italiano che è tornato ad essere vassallo del cielo più blu tutti impomatati appena si avvicinano i capoccia, quando il granatiere Colnago fa il cavaliere Jedi con il suo microfono buono per ogni tipo di stagione. Cara gente, questi del popolo fantasma che dovrebbe far tremare il calcio e fa tanto ridere Viperignu Costa sul Carlino, ancora in attesa di una risposta legaiola dal presidente sulle famose dieci milioni di baionette a spicchi, non si aspettavano il colpo di genio legaiolo per la partita delle false stelle a Trento: cara gente vi porteranno in panchina Bianchini e Peterson, con Menetti e Buscaglia come assistenti. Certo fra i migliori di sempre e per sempre nella nostra storia, ma, accidenti, c’è un limite a tutto, anche volendo far del bene a chi ti ha arricchito. Dite che saranno a Trento per raccontare alla nuova generazione il basket che loro hanno illuminato e che oggi dovrebbero accendere ancora se avessero il ruolo giusto, come dice il Werterone giustamente indignato, più che giustamente imbufalito. Non fategli fare i giullari, non basterà sentire una parabola dell’evangelista di Torre Pallavicina o un “cari amici sportivi” del nano ghiacciato di Evanston. No. Devono stare al centro della festa trentina dove fra poco avremo la fine dellla presidenza del collega Longhi e speriamo di non doverlo rimpiangere quando al suo posto vedremo quelli che al momento danno energia, anche se nel currculum non c’è niente di sportivo.

Continua il grande equivoco. Ma come, bofonchiano fra caviale e aranciate, se uno dirige grandi aziende, se ha i baiocchi, volete che non sappia governare una società sportiva. Se lo chiedessero a noi risponderemmo come il venerabile Joda di guerre stellari: nel mistero agonistico dello sport non arrivi a capire se prima non hai liberato la mente dagli atteggiamenti ganassa, quelli che ti permettono di far tremare i precari in azienda, poveri figli nostri, ma che non ti faranno mai capire la frase di Vincenzino Esposito che ha preso le distanze giuste dal diavolo del campo, dal suo passato, dai tanti che gli stavano vicino e pensavano di lasciarselo alle spalle molto presto: “Quello che hanno fatto i miei giocatori a Pistoia, il loro cuore, coraggio, non si può comprare”.

Andatelo a raccontare a quelli dell’Emporio Armani, a tutti, dirigenti, tecnici, giocatori. La cosa tragica è che alla fine faranno forse più strada loro di questa squadra che ruota intorno al capitano Kirk, al furibondo Serna Ariel Filloy, il vero guevarista, un tipo alla Forray di Trento: trattati sempre per pochi spiccioli, tenuti sulla corda prima di essere riconosciuti come leader affettivi, quello che devi cercare quando costruisci le squadre. Certo il talento, ma cosa serve se la tua stella è sempre imbronciata, non aiuta nessuno, scuote il testone se gli altri sbagliano? Si sta male insieme e tutte le recite per convincere del contrario sono posticci, come quando le “voci non tanto bianche” dei telecronisti straparlano di spaziature, vedono altruismo in passaggi che nascondono il massimo dell’egoismo: hanno visto il cielo oscurato, la statistica ha bisogno di voci positive: teh barbun, prendi sto straccio e fanne qualcosa. Tiro sbagliato, furore generale, bava alla bocca. Disastri e poi, magari i coccodrili piagnucolano pure. Ai tempi in cui Rubini vinceva tanto le avversarie preferite erano quelle con la stella da venerare, proteggere sempre. Chiedete alla Virtus del grandissimo, ma grandissimo davvero, Dado Lombardi. Zero tituli e non sempre stragioni finite in amicizia fra compagni di squadra. Ora che la stagione ci ha regalato la meraviglia di Pistoia, leggetevi le interviste al capitano Kirk, accetteremo anche il resto, magari che al potere tornino quelli che hanno più soldi e più potere. Milano? Be’, prima di tutto. Come? Cambiando come sempre, cercando quello che serve per far sorridere il re e la corte, nella speranza che altri, come l’anno scorso, non facciano prima.

Torniamo a Rio. Ci piacerebbe poter prendere con Messina la ciucca che quasi ci impose Julio Velasco nel 1990 alla fine del mondiale di pallavolo vinto per la prima volta dall’Italia. Voleva la purificazione mentale per tutti, il grande genio argentino, anche per i giornalisti: bere molto, dimenticare, perché davanti c’era da prendere una medaglia olimpica che purtroppo non fu mai d’oro, anche meritandola, ma facendo ancora più fatica. Ci piacerebbe trovare il Lucchetta del basket capace di vendere come stimmati sacre ad un poliziotto irritato quello che era uscito dalla gola del Bernardi fenomeno abbattuto dalla prima casciassa dopo troppe caipirinas. Potrebbe essere l’ultima sbronza, come avrebbe promesso George Best, che era tutto ed era niente anche se a Londra lo venerammo mentre la sigora Rose cercava, con scarso successo, come direbbero quelli che a tavola parlano soltanto inglese fra italiani, come tanti allenatori dell’okei esemplificativo di sta cippa, di farci imparare l’inglese con le cantilene sulle posate.

Aspettiamo fiduciosi e ci piacerebbe sapere dove si potrebbe collocare il quasi splendido Awudu Abass della Cantù in via di russificazione, campione d’Europa under con Sacripanti, se Messina ha già deciso di confermare gli uomini dell’Azzurra del Pianigiani che potrebbe arrivare davvero a Milano, tanto per chiudere il famoso cerchio magico, quello delle imitazioni cinesi sul sistema di Siena che sarà stato anche avariato nel pagamento dei compensi per gente che non amava certo le fatture, ma di sicuro ha indicato una strada per scegliere uomini da far andare in campo, da mettere in panchina.

In attesa che immagini e informazioni dettagliate arrivino sul computer di Messina in volo nei cieli d’America sull’astronave degli Spurs di San Antonio, noi andiamo a distribuire voti senza aspettare la crudeltà di Virtus-Sassari, perché comunque vada chi uscirà sconfitto sarà davvero nei guai. Tutti cercati, sia chiaro. Tutti prevedibili anche se il tempo chiarirà, medicherà e Sacchetti, come sappiamo, ha un credito illimitato alla banca della speranza: l’anno scorso dicevano che Sardara lo volesse cucinato allo spiedo. Hanno vinto il triplete. Per Valli e la Virtus discorso diverso. Sono nei guai e questi infortunati eccellenti che provano, provano e non giocano mai potrbebero diventare un palla al piede che affoga e rende davvero poco visibili quelli che pensavano di meritarsi la ribalta perché pagano. Non è proprio così.

10 Al MESSINA che fa di tutto per evitare al presidente riconoscente, al movimento che lo considera mastore ad ogni effetto, l’angosciosa attesa del preolimpico. Dovremmo essergli grati, ma poi si leggono certe cose, Vanetti che va da Belinelli a Sacramento per il Curierun, e allora torna la paura, anche perché del Mago si perdono le tracce, e non è detto che ci sarà tempo per far davvero riposare un Gentile e persino un Cinciarini.

9 A Nik Alberobello MELLI per averci dimostrato che certi giocatori vanno giudicati non per quello che gli altri vogliono farti vedere, mettendoli nella posizione sbagliata, non parliamo di ruolo, ma di utilità nel gruppo dove spesso i perfidi comandano, ma si devono valutare quando hanno la fortuna di trovare un allenatore che vede chiaro nel potenziale e non accetterebbe il ragazzo sponda di Milano. Quindi 9 anche a TRINCHIERI? Eh no, quello è già un Melies da lune magiche, se gli dici che apprezzi lo spingi alle faccione del falso modesto e allora ti arrabbi.

8 A Cesare PANCOTTO che non si è fatto prendere dal panico per un inizio dove avrebbe potuto essere tranquillamente sottobraccio a Pistoia. Bravo il Vanoli, brava la società. Per fortuna almeno su questo non avevamo sbagliato, saranno fra le otto a metà stagione e anche alla fine.

7 Al PALADOZZA inteso come chiesa, a BONICIOLLI e PILLASTRINI, generali nella nuova Fortitudo e nella nuova Treviso, per aver santificato la domenica dei 4648 che volevano fare un viaggio nel passato, nella storia, guardando giovani virgulti. Nella giornata cestistica è stata questa partita di A2 a portare il maggior numero di spettaori in tribuna. Eppure c’era la diretta su SKY con Trigari al mcrofono. Pensiamoci adesso prima che anche nel basso impero di questi canestri arrivi l’idea che sta lacerando il baloncesto spagnolo dove le potenze chiedono meno partite nazionali per godersi lo sfarzo e i quattrini della supercoppa. Ridurre la massima serie vuol dire pensare in grande per le categorie che stanno sotto e hanno un loro mondo, un loro pubblico. A proposito quelli, in Spagna hanno sponsorizzato anche gli spazzoloni per asciugare il parquet, qui faranno presto lo stesso. Non palazzi e idee nuove, spazzole più grandi.

6 A Steph CURRY per come interpreta il ruolo di vera stella dello sport mondiale del basket NBA. Meglio essere Cyrano che Maciste.

5 Al GRICCIOLI intrappolato nell’inizio troppo buono di una squadra che ha pagato subito appena ci sono stati infortuni importanti. Speriamo lo lascino in pace a difendere una salvezza che è sempre difficile.

4 Ad Artiglio CAJA perché avendo finalmente vinto una partita con la Rometta di Toti ci farà venire il rimorso di aver sottovalutato questa sua nuova avventura. Certo lo preferivamo dove meritava, insomma in serie A. Comunque sia, cerchi  un posto al sole anche fra le macerie.

3 Ai PAGELLARI come noi che hanno dato l’insufficienza al diciassettenne STRAUTINS, una delle nuove rivelazioni di Reggio Emilia, salvando chi ha davvero negato i due finali di partita a Menetti e ai suoi Grissini. Colpire chi ha protezioni forti sembra pericoloso: comandano, minacciano, meglio prendersela con uno che sarà qualcuno.

2 A RUZZIER e TONUT perché se continueranno così i loro ricchi mori dovranno chiedere, prima o poi, il perché del minutaggio ridotto. Magari andasse sempre così, vorrebbe dire spezzare catene che ci siamo messi da soli. Ora che la gente ha capito, li ha pesati, valutati, dimostrino, sempre, di essere all’altezza.

1 A PETERSON e BIANCHINI se accetteranno di essere soltanto invitati eccellenti alla presunta festa delle presunte stelle. Ci piace rivederli alla ribalta, ascoltare di nuovo quello che hanno da dire, ma non per uno spot pubblicitario in un mondo che ha bisogno di loro, ammesso che loro abbiano tempo e idee da regalare con modica spesa al basket dove sono stati re e ora non possono diventare soltanto caratteristi di scena.

0 A Jasmin REPESA perché sta diventando indifendibile con questa storia dei pochi allenamenti. Lui sapeva che tipo di squadra e di gruppo avrebbe dovuto fare per costruire una squadra intorno al re designato Alessandro Gentile. Lui doveva garantire mercenari fedeli al nostro Cavaliere delle bande biancorosse. Sono le teste che non vanno e le gomme sembrano sgonfie perché la testa è confusa, non perché Danesi non ci lavori bene sopra. Si faccia dare da SKY il filmato delle “strepitose” partite che trasmette e legga negli occhi di tutti, non soltanto di quelli che sanno già di essere i capri espiatori per chi ama queste mattanze psicologiche, con astuzia dirigenziale degna del castello costruito.

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