La caserma di Al Tarabulsi

25 Aprile 2008 di Stefano Olivari

Modestissimo ricordo personale: la prima volta (su due totali…) in cui vedemmo dal vivo Parreira fu a Kuwait City, a pochi mesi dal Mondiale spagnolo, durante una parata di dignitari locali (si festeggiava il compleanno di non sappiamo quale esponente della famiglia Al Sabah: di sicuro un parente del mitico Fahad Al-Ahmed Al-Jaber, quello dell’invasione di campo contro la Francia, poi morto da eroe durante la prima guerra del Golfo) nella caserma costruita (anche) da nostro padre e dove in teoria avrebbe dovuto essere di stanza il capitano Al Tarabulsi, portiere palestinese naturalizzato kuwaitiano, piccolo ma scattante come una molla. Inutile dire che tutti pendevamo dalle labbra di Parreira, che si esprimeva in inglese, fra considerazioni tattiche e ricordi del Brasile 1970 che facevano venire la pelle d’oca anche se, con gli occhi di oggi, non erano poi molto diversi dal fascicolo Mexico 1970 del nostro settimanale preferito. In Kuwait Parreira c’era arrivato nel 1976, chiamato dall’allora c.t.: ovviamente il suo maestro Mario Zagallo, che di lì a due anni gli avrebbe mollato panchina ed ingaggio per andarsene al Botafogo. Ci colpì l’entusiasmo con cui Parreira parlasse di calcio con totali incompetenti o comunque con ragazzini come noi (che più che parlare annuivamo), per questo abbiamo pensato che i motivi per cui ha lasciato il Sudafrica debbano essere molto seri.

stefano@indiscreto.it

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