La barriera secondo Mwepu

5 Giugno 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Si può arrivare alla fase finale di un Mondiale senza conoscere le regole base del calcio? La risposta è sì, ricordando lo Zaire del 1974. I Leopards rappresentavano all’epoca davvero il meglio del calcio africano, oltre che una nazione che dello sport aveva capito il potenziale propagandistico.
Non è un caso che in quello stesso anno il dittatore Mobutu avrebbe fatto conoscere Kinshasa e lo Zaire (l’odierna Repubblica Democratica del Congo) in tutto il pianeta grazie ai milioni di dollari investiti nell’organizzazione della ‘Rumble in the jungle’, la storica sfida per la corona mondiale dei pesi massimi fra Muhammad Alì e George Foreman. Al contrario della boxe il calcio poteva però contare su campioni di casa che avevano conquistato la qualificazione superando il meglio del continente, dal Camerun al Marocco. Non solo: pochi mesi prima avevano anche conquistato in Egitto la Coppa d’Africa. Insomma, alla vigilia di quel Mondiale tedesco si pensava che nel gruppo 2, insieme a Brasile, Jugolslavia e Scozia, fosse capitata una squadra debole ma perlomeno seria. Westfalenstadion di Dortmund, 14 giugno: onorevole difesa contro una Scozia poco creativa che riesce a passare solo con gol marcati Leeds, di Lorimer e del futuro Squalo milanista Joe Jordan. Per lo Zaire tanti complimenti, qualche inevitabile editoriale sul ‘calcio del futuro’ e la speranza di limitare i danni contro la Jugoslavia. Parkstadion di Gelsenkirchen, 18 giugno: i danni non vengono limitati, perché la squadra trascinata da Bajevic vince nove a zero passeggiando. La differenza di livello è tale che sul tre a zero il portiere Kazadi chiede (accontentato) al suo c.t. Vidinic di essere sostituito. Contro i campioni in carica a questo punto l’unico obbiettivo è non superare quota dieci gol subiti.
Il 22 giugno al Parkstadion va in scena la leggenda: non per il risultato finale (tre a zero per la Selecao), ma per un calcio di punizione di Rivelino. Niente di strano, in un calcio di punizione di Rivelino. Molto di strano nello Zaire che non vuole rispettare i 9 metri e 15 centimetri di distanza della barriera. Alla fine l’arbitro rumeno Rainea si fa valere. Parte il fischio, ma non parte Rivelino. Più veloce di lui è Mwepu Ilunga (conosciuto come Mwepu, in realtà il cognome è Ilunga), che esce dalla barriera e in un attimo percorre nove metri. Nessuno fra i presenti allo stadio crede ai propri occhi, come sempre quando si è di fronte al genio puro. Il difensore carica il destro e con una violenza terrificante calcia il pallone verso la metà campo del Brasile. Rainea non ha mai visto niente di simile, in carriera ha ammonito gente uscita dalla barriera, però mai uno che sia uscito dalla barriera riuscendo a calciare il pallone prima degli avversari. Prende da parte Mwepu e gli chiede spiegazioni che non arrivano. Cartellino giallo, mentre Rivelino ride in faccia ad un avversario che è convinto di non avere meritato la sanzione.
Al di là delle risate e del mito pop, un vero spot contro la credibilità del calcio africano dell’epoca. Con un retroscena che fa decisamente meno ridere di quanto visto in campo. I poliziotti mandati da Mobutu al seguito della squadra avevano infatti minacciato i propri giocatori: se avessero perso con più di tre gol di scarto con il Brasile al ritorno in patria la vita si sarebbe fatta per loro difficile. Molto difficile. Probabile che dietro ci fossero sia ordini di Mobutu che un giro di scommesse, sicuro che tutto questo abbia mandato la squadra in campo in una situazione di enorme tensione. Con gli occhi di oggi quel gesto di Mwepu non fu quindi una barzelletta o un segno di ignoranza, ma il gesto disperato di un ragazzo che sentiva la sua vita in pericolo.
(pubblicato su Guerin Sportivo – Storie)

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