Kraft, ragionamenti buoni dal mondo

18 Marzo 2009 di Stefano Olivari

di Roberto Gotta

Il sistema dello sport professionistico americano presenta qualche difettuccio, ma nel suo complesso è perfetto, se si ama lo sport in sé e non si è solo tifosi. Come noto, tutto è strutturato in modo che ci sia uguaglianza competitiva e di mezzi tra le squadre, lasciando che siano gli uomini con le loro decisioni, non i soldi, a fare la differenza (il baseball è messo un pochino peggio, ma la filosofia di base è quella). Ovvero, se hai dirigenti capaci crei grandi squadre, altrimenti diventi patetico, come lo sono da anni alcuni club. Ci si deve mettere alla prova, come del resto è naturale in una nazione in cui esistono furbi, delinquenti (vedi Bernie Madoff) e raccomandati, ma in una misura anche inferiore rispetto ad altre. Il calcio europeo è invece sempre stato libero, ingiusto, non competitivo: da un giorno all’altro arriva lo sceicco (caso Manchester City) o un suo simile e può spendere 200 milioni di euro, perché non esiste un tetto salariale né alle spese. Una situazione da Vecchio Continente, senza regole, senza rispetto per lo spirito dello sport. E qualcuno comincia non solo ad accorgersene, ma anche a prendere decisioni di conseguenza: durante una curiosa conferenza sullo sport e business al MIT, il Msssachusetts Institute of Technology, è emerso che Jonathan Kraft, figlio di Robert e dunque esponente della famiglia che dopo avere acquisito i New England Patriots li ha amministrati benissimo conquistando tre Super Bowl, si era interessato all’acquisto di una squadra di calcio europea, ma ha lasciato perdere dopo avere studiato bene la situazione. Ed avere compreso che non è possibile gestire bene un club quando non sai mai esattamente quali saranno le spese e le entrate. Troppo rischioso sfidare “gli oligarchi russi”, così li ha definiti, se non puoi gestire la tua società in maniera sensata, con un budget definito e ragionato. Nello sport europeo, invece, succede questo: uno spende, spende, spende fin che ne ha, magari vince un trofeo o due nel disprezzo dello spirito sportivo, poi scopre di non potercela più fare e si defila. Uno spettacolo triste, e rituale.
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Vecchio23)
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