Jasonology

16 Giugno 2011 di Simone Basso

di Simone Basso
Comparve alla nostra attenzione, su un giornale che presentava i prospetti liceali, nell’estate del 1991.
Fu quasi un’apparizione mistica: Jason Kidd era al penultimo anno alla St Joseph Notre Dame e aveva l’aspetto ganzo di chi ha il mondo in tasca.
Era diverso da tutti perchè appariva il risultato (esaltante) di un meticciato, mamma irlandese e papà afroamericano, e su un campo da basket l’innesto genetico che avrebbe continuato la nobiltà, in point guard, degli scherzi della natura. Il kid di Alameda era già una leggenda dalle parti della baia, quando sfidava sull’asfalto bollente pro come Brian Shaw e il figlio di Mister Mean, ovvero Gary Payton.
O devianti di talento del livello di Hook Mitchell e Isiah Rider. Dovette giocoforza anche far finta di studiare all’università, per ben due anni, prima dell’approdo naturale a Sternville. Scelse California at Berkeley (…) e vi risparmiamo i retroscena dell’ingaggio, la staffetta di allenatori (da Campanelli a Bozeman) e il particolare decisivo che il fenomeno fosse dislessico.
Sul parquet invece si materializzò un portento, il terzo playmaker della stirpe dei superuomini dopo Oscar Robertson e Magic Johnson. Jason aveva il corpo di una big guard ma giocava in posizione di point, i piedi e le gambe di uno sprinter prestato ai 28 per 12, il fluido nelle mani di un passatore da fantascienza. Un contropiede in carne e ossa che a metà campo, in post, schienava brutalmente gli avversari, poveri normodotati. Il Culto di Jasonology si inaugurò ufficialmente a Dallas, il 5 Novembre 1994, nella vernice della stagione 1995 contro New Jersey: finì con il proprietario Don Carter commosso e l’idea che quella versione cyberpunk di Bob Cousy avrebbe edificato una dinastia. Non fu così, malgrado le ventitre vittorie in più rispetto all’anno precedente, cortesia soprattutto del (co) Rookie of the Year, e un nucleo che apparve futuribile e vincente. Quei Mavericks furono affondati dai vizi del solito sospetto, l’ineffabile Roy Tarpley che si ribaltò strafatto di cocaina col Suv, e da uno spogliatoio parecchio instabile. Si disse che le tre J (Jim Jackson e Jamal Mashburn, i due compari del nostro) fossero state sciolte da Toni Braxton: ai posteri l’ardua sentenza.
Noi comunque conserviamo ancora una videocassetta di un Golden State-Dallas…”Tripla di un compagno di squadra dall’angolo, Jason è sul lato debole ed è dietro al tagliafuori, competente, del marcatore. La palla colpisce il ferro e schizza verso i due, Kidd (controtempo) allunga il braccio destro e schiaffeggia lo Spalding. Che arriva, comodo, nelle mani di uno dei suoi per un lay-up indisturbato”.
A new kid in a new town, Phoenix nell’Arizona. Il jumper di Giasone era l’altra faccia della medaglia; discontinuo e afasico, illogico in quanto più a suo agio con i tiri difficili (anche nei finali punto a punto) piuttosto che con il frontale classico, il polso spezzato e le gambe coordinate. Una nemesi, quasi un ribaltamento delle prospettive di uno che sembrava troppo forte per essere vero. “Genio: Talento inventivo e creativo nelle sue manifestazioni più alte”.  Continuava a coltivarlo e a mostrarlo a un pubblico incredulo. Abita l’attimo che pare infinito ma dura un nanosecondo ed è impercettibile.
Una pallacanestro visionaria, cinematografica; quella di un regista autistico che conosce ogni frammento della pellicola e lo anticipa nei movimenti. Un po’ Paradjanov, un po’ Malick. Una concezione del tempo e degli spazi tutta sua. Il passaggio più difficile, a un metro di distanza nel traffico; quello da perfetto studente del gioco, in transizione, arrestandosi dalla linea del tiro libero.
Un quarterback che disprezza la tiritera del palleggio: ecco allora gli alley-oop e i lanci, gherminelle o fucilate, verso i wide receiver. Negli anni è cresciuta a dismisura la schiera dei fortunati che gli dovrebbero una percentuale sui contratti milionari. Toto McDyess (il preferito), Cliff Robinson, Marion, Rogers, Martin, Jefferson, Aaron Williams, etc. Con Jason sul parquet l’illusione diventa realtà: chiunque, almeno un paio di volte a partita, potrebbe fare canestro nella En Bi Ei.
Sposò Joumana, una fata presenzialista, con la quale ebbe un rapporto degno di “Desperate housewives”; ciò che conta è che una lite domestica nel deserto modificò la storia di due franchigie.
I Suns fecero una boiata pazzesca: scambiarono un moltiplicatore del talento altrui, JKidd, per un coatto egoista, Marbury. Ai Nets, i Clippers orientali, il direttore d’orchestra californiano raggiunse lo zenith della carriera. Portò gli Swampdragons (sic) a due finali e divenne il mammasantissima di quel gruppo, miracolato dai suoi polpastrelli magici. Eccezionale anche a rimbalzo, con le sinapsi giuste, manco fosse un’ala grande, del posizionamento sotto le plance. Difensore hors catégorie, con la stazza e le mani veloci, su almeno tre razze di attaccanti. Un gatto che talvolta, durante l’azione decisiva, ti rende la vita impossibile: ricordate Jasikevicius in Australia? Un lampo, l’ennesimo, nel mentre di un derby del tunnel alla Meadowlands Arena. “Recupera la palla, di fronte ha un avversario che copre un compagno in cherry-pick. Si abbassa con le ginocchia e imprime una traiettoria antioraria all’arancia, lanciandola sulla destra come fosse una boccia. Che quando colpisce il legno, effettata, ricade davanti ai due tagliando fuori inesorabilmente il marcatore”.
I numeri mentono ma alcune volte dicono la verità. In questo caso spiegano la continuità e la cilindrata del soggetto. Ci sono i club speciali, che prevedono l’iscrizione di chi bilancia quantità e qualità attraverso le due categorie statistiche, al di fuori dei punti, che più incidono sul risultato. Rimbalzi e assist. Significa andare, sulle ottantadue partite di una regular season Nba, oltre le sei unità per ogni categoria specifica. Il Club dei Cinquecento, ossia più di 500 assist e 500 rimbalzi in un anno.
LeBron James (2005, 2006, 2008, 2009, 2010, 2011). Jason Kidd, il più anziano ad aver compiuto l’impresa, (1996, 1998, 2003, 2006, 2009); Larry Bird (1984, 1985, 1986, 1987, 1990).
Earvin Johnson (1980, 1987, 1990, 1991). Grant Hill (1996, 1997, 1998); Scottie Pippen (1991, 1992, 1993); Micheal Ray Richardson (1980, 1981, 1982). Lafayette Lever (1989, 1990); Clyde Drexler (1987, 1992); Walt Frazier (1971, 1974); John Havlicek (1970, 1973); Oscar Robertson (1966, 1969).
Boris Diaw (2006); Steve Francis (2001); Gary Payton (2000); Michael Jordan (1990); Norm Van Lier (1971); Lenny Wilkens (1969); Richie Guerin (1961); Guy Rodgers (1961).
Saliamo di livello, innalziamoci ai Seicento. Jason Kidd (2007, 2008); Earvin Johnson (1983, 1989); Lafayette Lever (1987, 1988); John Havlicek (1971, 1972); Oscar Robertson (1961, 1965).
Darrell Walker, culto assoluto, (1990); Michael Jordan (1989); Wilt Chamberlain (1967).
Ci sarebbe anche il valhalla dei Settecento. Earvin Johnson (1982); Wilt Chamberlain (1968); Oscar Robertson (1963, 1964).
E vi riferiamo, in piena apnea, anche di un inenarrabile Ottocento che, per una sola assistenza, non divenne Novecento: occorre aggiungere che appartenne al Big O 1962? 
“..A guy like him only comes around every twenty years”. (Kevin Johnson)
Sembra una beffa ma fu la realtà: durante l’All Star Game 2008, a New Orleans, fu annunciato il suo ritorno ai Mavs per l’ultimo tentativo di vincere l’anello. Saputa la notizia LeBron James, che sponsorizzò inutilmente l’arrivo di Jason a Cleveland, avvicinò Dirk Nowitzki e gli sussurrò: “Bravi, avete preso l’uomo giusto per alzare il banner”. Kidd, a forza di ammazzarsi in palestra, è diventato un tiratore di striscia affidabilissimo che punisce i raddoppi sugli altri. Vecchio ma saggio, col minutaggio consono all’età, permette licenze tattiche impensabili ai comuni mortali: per esempio l’

utilizzo di tre piccoli in contemporanea, visto che difensivamente (a trentotto primavere..) francobolla tipetti come il Prescelto e D-Wade. Averlo visto alzare il Larry O’Brien Trophy è semplicemente un sollievo, ma non cambia la nostra opinione sul ghepardo che dominava le contese di Cal.  Stiamo aspettando l’erede, il quartogenito della famiglia; forse è già tra noi, il lisergico Deron Williams, magari è europeo (Dario Saric?) o semplicemente deve ancora manifestarsi ai nostri occhi. Rimane il fatto che Jason Kidd, l’Houdini delle centodiciotto triple doppie, per vent’anni filati è stato un testimone naturale e inconsapevole della bellezza del gioco.

 
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
Share this article