Instant classic

14 Giugno 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Chiamare questa Gara5 pivotal game è offensivo, trattasi di resa dei conti quasi definitiva. Sternville a ventiquattro carati, la contesa stabilisce un’inerzia biancoverde che al termine della terza sfida pareva uno sforzo di immaginazione pura.
Il primo movimento della quinta sinfonia è un andante di pregevole fattura. El Ei sembra rinsavita e vivaddio ribalta il lato come fece nella serie contro Nashville (i primi due episodi), i C’s però hanno l’energia dalla loro parte e corrono in transizione accendendo il Rondo nel motore. Per i Lacustri le disposizioni sono palesi: non far schierare la difesa dei verdi e concludere nei primi secondi del possesso. E’ evidente la difficoltà californiana: una volta esaurita l’ispirazione del Maestro Venerabile Fisher, il sistema aggressivo bostoniano cancella la fluidità altrui. Ron Artest è il fuoriclasse offensivo di Rivers e Thibodeau, l’uomo che trasforma la triangolo di Tex Winter in un parallelepipedo di Kandinsky. L’anti Re Mida di New York non rispetta gli spazi e sbaglia sempre i tagli…
La Verità consegna alla Unit Two il testimone del comando: Tony Allen, Big Baby, ma soprattutto la scienza cestistica dell’inafferrabile Rasheed Wallace.
L’ex Tar Heel domina sotto le plance ed è maestoso nel posizionamento difensivo; in fin dei conti è sempre lo stesso mutante, proveniente da Simon Gratz, che riscaldandosi nella palestra di North Carolina fece esclamare al sommo Dean Smith “All America istantaneo!”.  Il miglior Ray Allen difensivo di sempre, finchè dura, limita il 24 purple and yellow. Il 45-39 all’intervallo è un affare per i Lakers: sono le undici palle perse a fermare la marea Celtica, altrimenti servita a dovere dal cuore (Pierce) e l’anima (Garnett) del combo.
Quest’ultimo, hombre del partido senza alcuna esitazione, è la benzina dell’incendio Made in Beantown. Claro?
L’incipit del terzo quarto è il tipico incubo losangelino: i fantasmi del default di gara4 del 2008 ballano beffardi sul parquet incrociato.
L’armata trifoglio si impossessa definitivamente del territorio, due le scelte tattiche preponderanti: il pick and roll laterale con il Bigliettone coinvolto, la transizione con PP come rimorchio privilegiato, anche e soprattutto in isolamento. Con questo Gasol imbarazzante, afasico, e gli altri dispersi nella vis agonistica dei Celtics, LA isterica crollerebbe se non entrasse in azione Kobe Bryant. Per almeno sei minuti della sfida si svolge un confronto curioso: i C’s al loro meglio (con il sessantanove per cento dal campo!) opposti al più grande solista moderno. Il Mamba tiene in vita una partita che, in condizioni normali, sarebbe almeno sul più venti di scarto; realizza un inverosimile sette su sette eseguendo canestri di una bellezza stordente.
One. Isolato sul lato destro, fade away jumper dai cinque contro Allen e Garnett. Two. In palleggio, viene portato da un eccellente Ray contro il raddoppio di Perkins (altro grande fattore della contesa..) ma esegue dai sei bruciando l’aiuto. Three. Sulla mano sinistra, sfrutta un blocco catalano e mette una tripla beffando Garnett. Four. Finge di usare il pick di Bynum e, verso la parte mancina del campo, fulmina da tre Allen. Five. Riceve in post alto da Fisher, sulla punta, e si separa dal marcatore con un altro tiro cadendo all’indietro. Six. Alzata di Fish per Kobe in backdoor che vola quaranta centimetri sopra il ferro, accompagnando con uno schiaffo la palla a canestro. Seven. Flottano in tre (a dieci metri..) per impedirne l’azione; la gonfia finisce ad Artest che, nella confusione più assoluta, scarica al 24 che la mette da otto metri e mezzo contro Pierce.
E’ l’Adam Jeffson di “The purple cloud”, l’ultimo uomo sopravvissuto all’Armageddon ambientale;
solissimo e folle nella sua grandeur desolata. Segna ventitre punti consecutivi dei gialloviola, caricandosi sulla schiena l’intera franchigia: l’unico ricordo che lo avvicina, nelle Finals, è quello di un Isiah Thomas devastante in una gara6 favolosa al caro vecchio Forum (1988, Bad Boys versus Showtime). Ma custodiremo nei neuroni quelle immagini di Kobe per sempre.
La confusione a Tinseltown è anche nelle azioni dell’imperturbabile Phil Jackson, inspiegabile in alcune scelte tattiche: i dieci minuti del terzo quarto con un Bynum lesso (un rimbalzo a referto) sono decisivi. Basta l’inserimento, tardivo, di Odom per restituire un minimo di spacing all’attacco; nonchè una maggiore dinamicità sulle coperture difensive. Boston non riesce ad ammazzare la partita, spaiata dall’atteggiamento bipolare dello stravagante Rajon Rondo: Dottor Jekyll nelle zingarate, lo stile anfetaminico nelle ripartenze e gli intangibles dovuti a braccia incredibili; Mister Hyde nello scombinare il timing delle uscite dai blocchi e nelle forzature più inspiegabili (sette palle perse totali).
A 39 secondi dal termine, dopo un sanguinoso zero su due dai liberi di Ron Ron, si scrive il manifesto dell’ispirazione biancoverde e della depressione californiana: un’azione da Spring Football con una combinazione quarterback-wide receiver, sull’asse KG-The Truth-Rondo.
Lì finiscono le speranze dei Bryanteers e cominciano quelle della Gang Green; martedì allo Staples, incredibile ma vero, i C’s avranno il primo matchpoint per l’anello.
L’episodio numero cinque entra subito nella storia del gioco, l’intensità e il furore di questi quarantotto minuti ne faranno un Instant Classic per l’eternità.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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