In provincia di Mondonico

30 Marzo 2018 di Stefano Olivari

Poche persone come Emiliano Mondonico si prestano alla retorica sul calcio di provincia che non c’è più, il mitico calcio pane e salame (anche senza metafore, visto che Mondonico spesso di salami ne regalava) che viene rimpianto soprattutto da chi non lo ha mai visto e lo conosce soltanto attraverso lo storytelling (traduzione: copiare articoli del passato e riempirli di citazioni alla cazzo per dimostrare di aver frequentato il liceo) imperante. Adesso che purtroppo è morto, a 71 anni e dopo una lunga battaglia con il cancro, si può dire che Mondonico è stato un ottimo allenatore, che si è scelto la dimensione giusta per il suo calcio e che non ha mai avuto ambizioni più alte nemmeno quando per età e per moda era considerato emergente. Lui stesso ha sempre spiegato di non avere rimpianti, di fare il traghettatore per una grande in crisi si è sempre rifiutato e proposte di livello più alto non gliene hanno mai fatte.

Quasi mezzo secolo di carriera, fra gli anni da giocatore e quelli da allenatore, vissuti fra il Torino e soprattutto la Lombardia profonda, con il finale di Novara e le eccezioni non a caso dai risultati negativi di Napoli e Cosenza più la buona annata alla Fiorentina, di cui si era sempre dichiarato simpatizzante, conclusa con la promozione in A e un esonero qualche mese dopo. Significativo che Mondonico abbia allenato tutte le squadre in cui ha giocato, tranne il Monza, a riprova di un attaccamento alle proprie radici che nel mondo di oggi, ancora in più che in quello in cui è cresciuto Mondonico, è una ricchezza.

Al di là dei mille aneddoti risaputi (la fuga per i Rolling Stones, la sedia di Amsterdam, eccetera), riteniamo obbligatorio ricordare le tre migliori stagioni di Mondonico.La prima è quella 1983-84, quando la Cremonese ottenne una storica promozione in serie A dopo averla sfiorata l’anno prima. La squadra presieduta da Luzzara metteva in campo un giovane Vialli, ma anche giocatori oggi dimenticati: in porta Drago, in difesa Paolinelli, Garzilli e Montorfano, a centrocampo Bencina, Bonomi e Finardi, in attacco Nicoletti che aveva preso il posto di Sauro Frutti, monumento all’attaccante di categoria. Mondonico aveva preso in mano la squadra due anni prima, quando dal settore giovanile fu chiamato da Luzzara a sostituire Guido Vincenzi, l’allenatore della promozione in B. E subito ottenne la salvezza, seguita da una quasi promozione (memorabili gli spareggi con Catania e Como, mezzo tiro in porta in tre partite: da mostrare e rimostrare agli storyteller) e appunto dalla promozione in A. Poi Vialli fu ceduto alla Sampdoria e la squadra fu rinforzata da Chiorri (che oggi giocherebbe in Nazionale), Juary, Borin, Pancheri e dai resti di Zmuda: la retrocessione fu quasi inevitabile.

La seconda squadra del cuore di Mondonico è l’Atalanta 1987-88, squadra di B che riuscì nell’impresa di arrivare alla semfinale di Coppa della Coppe: Piotti, Progna, Carmine Gentile, Bonacina, Fortunato, Nicolini, Cantarutti (il gol di Lisbona è culto), Garlini, con Stromberg come stella. Il cammino si interruppe contro i belgi del Mechelen, all’epoca molto forti e più conosciuti con il nome francese di Malines, dove giocavano Preud’homme e il padre di Kim Clijsters. La terza squadra del cuore è il Torino 1991-92, con presidente l’indimenticato Borsano e direttore sportivo Luciano Moggi (…), con un’ottima area hospitality per gli arbitri, che arrivò terzo in campionato e in finale di Coppa UEFA contro l’Ajax di Bergkamp. Di certo la miglior squadra mai allenata da Mondonico fra Marchegiani, Pasquale Bruno, Mussi, Benedetti, Annoni, Cravero, Fusi, Sordo, Venturin, Martin Vazquez, Scifo, Casagrande, Bresciani, Lentini.

La sfortuna di Mondonico è quella di essere stato emergente nel momento in cui in cui gli allenatori cosiddetti ‘italianisti’ venivano sottovalutati, ben prima dell’arrivo di Sacchi al Milan che avrebbe portato questa ideologia giornalistica al suo estremo, con effetti che durano ancora oggi. In termini moderni si può dire che giocasse con il 3-5-2 o il 3-4-1-2, anche se ha cambiato tanti moduli e soprattutto era bravo nell’adattarsi alle situazioni anche a partita in corso. Di certo anche come opinionista televisivo non ha mai amato i teorizzatori, quelli che giustificano le sconfitte parlando di ‘progetto’. Lui si poneva sull’estremo opposto, in parte anche per posa studiata: il suo era il calcio dei giocatori coscienti dei propri limiti e non a caso sosteneva spesso che il Mondonico giocatore, ala di talento ma abbastanza presuntuosa, con lui non avrebbe mai trovato spazio. Il termine ‘provinciale’ viene spesso usato in maniera stupidamente dispregiativa, ma il ‘provinciale’ era per Mondonico una precisa scelta di vita e di calcio che andava oltre la tattica. Se il presente e il futuro sono un magma indistinto di allenatori, stadi, squadre, tifosi che senza le sovraimpressioni in tivù potrebbero sembrare indifferentemente di Dortmund o di Napoli, di Liverpool o di Siviglia, il tutto a beneficio di spettatori-turisti-clienti lobotomizzati che strapagano magliette disegnate da pazzoidi, allora meglio la provincia di Mondonico.

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