In fuga dal quattro piccolo

3 Maggio 2011 di Simone Basso

di Simone Basso
La visione di Lionel Hollins, la baraonda dei Grizzlies, il tocco di Randolph, l’unica lacuna dei Thunder, LeBron alla Magic, la pressione di Chicago, i Mavs senza domani, la serie A da non esporre e il problema del male.

Lo sapete che non amiamo il tempo presente e che non ci piace commentarlo senza la distanza dovuta.
Allora ci affidiamo alla concezione spazio-temporale di Tralfamadore per riscattarci: salteremo senza problemi da una dimensione all’altra, consapevoli che il nostro futuro sarà il passato di altri…
1. Due ciance tattiche sui playoffs Nba, al solito un gran bel spettacolo.
La squadra “jump on the wagon” dell’anno sono i Memphis Grizzlies: ci hanno sempre convinti ma non pensavamo potessero migliorare senza l’apporto del loro esterno più talentuoso, ovvero Rudy Gay. Lionel Hollins è stata una delle prime (tele) visioni del basket che fu; lo ricordiamo, da giocatore, come un luogotenente di valore, tutt’altro che baciato dagli dei in quanto a talento. Per farla breve ci fece capire che non tutti, dall’altra parte della pozza, erano Bill Walton o Julius Erving. Eppure, proprio nell’anno del pensionamento del Maestro Venerabile Jerry Sloan, assistiamo alla genesi di una truppa di giovinastri (il nucleo, tranne Shane Battier, è tutto sotto i trent’anni) che sviluppano un basket che disconosce le mode del decennio precedente. Tirano poco da tre, utilizzano l’alto-basso con frequenza e (contrariamente ai Jazz che furono) non vivono e muoiono di pick and roll. Una meraviglia per i nostri occhi stanchi del quattro piccolo e dei lunghi alla Bargnani da due rimbalzi a partita.
2. L’abbiamo sempre pensato ed ecco la materializzazione a Memphis: avere due interni veri, con gli atleti giusti come corollario, è sempre un vantaggio. L’hanno dimostrato a domicilio di una dinastia che cominciò la propria era con le Torri Gemelle Robinson e Duncan: size matters. Poi si deve disporre di fisicacci del livello di Tony Allen, Conley, Young, Mayo per organizzare la baraonda difensiva; cambiano e raddoppiano che è un piacere, distruggendo la fluidità offensiva con una regolarità impressionante. La metà campo più aggressiva porta benzina pulita alla contesa e consente punti gratis (o quasi) nella fase di attacco. Il cuore dei Grizzlies è l’improbabile coppia Randolph-Gasol: si trovano a occhi chiusi e promuovono l’idea (parecchio Ottanta) del fuoriclasse orizzontale.
3. Zaccaria è il miglior post dell’Nba; ha finalmente compreso l’importanza del passaggio (e della sua tempistica) per punire i raddoppi altrui. La mano sinistra è incantevole, il rilascio veloce ha un tocco morbidissimo che permette al pallone la gherminella per i due punti. E’ il più bravo di Sternville, dai tempi del leggendario Moses Malone, a correggere in tap-in il proprio errore e vanta un repertorio inesauribile di finte e di bump che mandano all’inferno il marcatore diretto. Troviamo ridicolo che Zaccaria sia stato evitato dalla lega come un appestato: le origini Jailblazers, “cresciuto” dall’esempio di intellettuali quali Rasheed Wallace e Bonzi Wells, non dovrebbero impedire il suo inserimento nel quintetto dell’anno. Cicciobello è addirittura irresistibile (inconsapevolmente) in alcune dichiarazioni a caldo, all’inizio della stagione (davanti al gelato di un’intervistatrice perplessa) si esibì in una chicca degna di Chris Rock: “We just finished the whole game. We played the whole 42 minutes!”.  L’altro gemello diverso ha il quoziente intellettivo per vivere di rendita a fianco di Zach: il sapere tecnico del catalano sopperisce alla mancanza di dinamismo. Osservandolo nella tonnara, molto più a suo agio del fratello Pau, avanziamo una profezia olimpica: la Spagna, se Scariolo ha compreso la tiritera, potrebbe far saltare il banco londinese. Con l’aiuto degli States, se non capiranno l’importanza di avere almeno tre uomini d’area autentici nella battaglia.
4. La serie tra Tuono e Orsi è un inno alla gioventù; quelli del Tennessee paiono cuciti dal sarto per evidenziare i difetti del combo più futuribile della En Bi Ei.
La Banda Brooks, atleticamente spaventosa, ha come unica deficienza la discontinuità: fattore che talvolta le impedisce di uccidere le partite. Quindi, malgrado i Westbrook e gli Ibaka, si affida troppo all’Hero Basketball, viziati dal privilegio di possedere una delle armi offensive più devastanti della storia del gioco (Durantola, of course). Manca un playmaker, ovvero un facilitatore che regoli i ritmi della partita: trattasi di un equivoco curioso lo scambiare la point, quella che comincia l’azione, per il regista, l’ispiratore, del collettivo.
5. In gara1 tra Heatles e Gang Green, per esempio, si è visto quale portento sia il Lebron James versione Magic Johnson.
La box and elbow di Rivers, con tanto di lungo in blitz, è stata neutralizzata dalle letture del Prescelto che ha innescato D-Wade, jordanesco più che mai. Con un Jones così, e un Rondo confuso e infelice, la guerra orientale avrebbe poca suspence: ma confidiamo, leggendo le viscere dell’ultimo quarto, in una bella (..) riproposizione di una scazzottata stile New York-Miami anni novanta per (ri) mescolare le carte.
6. Chicago come Boston mette pressione sui singoli giocatori, utilizzando il dinamismo di Noah (il Garnett biancorosso) per distruggere gli schemi nemici. Rodmaniano per intensità e capacità di entrare sottopelle al personale, il figlio di Yannick (che se avesse avuto la metà della voglia di vincere del pargolo…) è una delle tre ragioni che rendono tremenda la linea Thibodeau. L’applicazione simbiotica dei Bulls (se poi non ci fosse Boozer..) e il duo Deng-Gibson le altre: il buon Luol è l’ala più sottovalutata dell’Nba, bidimensionale e assassina, mentre Taj è un bipede simile, almeno nell’allontanarsi dal pitturato e pressare, a Horace Grant. GaraUno contro gli Hawks è andata male, merito anche di un clamoroso Joe Johnson, ma se la caviglia di Rose tiene c’è tutto per recuperare.  
7. C’è anche il confronto tra vegliardi nel bill occidentale. Una sfida senza domani tra Cubani e Kobisti. I gialloviola, dopo l’infortunio a Butler, hanno troppa sostanza in post per Dallas; che dovrà chiedere un miracolo a Tyson Chandler opposto alle taglie forti di El Ei. Sfruttare al massimo l’unico mismatch favorevole rappresentato da Nowitzki contro chiunque (..) e sperare nella percentuale dal campo dei vari Kidd e Terry. Per i Mavs il motto è semplice: ribaltare la storia o chiudere un ciclo decennale. Il primo atto gli ha detto bene.
8. Domenica, zapping all’ora di pranzo. Incappiamo in Cantù-Pesaro e, al colmo della nostra estetica perversa, ne rimaniamo affascinati.
Il terzo quarto è un ciapanò di proporzioni galattiche, dopo sei minuti siamo sull’uno pari, ‘na roba agghiacciante. Hackett junior spariglia il festival delle mattonate con un paio di penetrazioni: finirà accumulando la metà dei punti dei suoi, manco fosse Petrovic o Chamberlain. Ah, il parziale si conclude con un desolante 8-7 marchigiano. Lo abbiamo paragonato alla meraviglia di Cuneo-Macerata terzo atto, la genialità di Grbic e le cannonate di Omrcen, capendo che il piccolo mondo antico del volley, a dispetto delle contraddizioni, è stato più capace di valorizzare ciò che offre. Perchè il plus valore, senza usare giri di parole, è comunque l’esposizione continuata e martellante della mercanzia. Quindi, con i metodi consolidati, si può vendere tutto. Ahinoi.
9. ” …Mi ha sempre preoccupato il problema del male, quando fin da bambino mi mettevo vicino a un formicaio con un martello in mano e cominciavo a uccidere le bestioline a casaccio.
Il panico si impadroniva delle superstiti, che correvano da tutte le parti. Poi le innaffiavo con una canna di gomma. Immaginavo la scena al suo interno, i lavori di emergenza, le corse, gli ordini e contrordini per salvare i depositi degli alimenti, le uova, la sicurezza della regina. Alla fine, con una pala smuovevo tutto, aprivo gr

andi brecce, cercavo i nidi, e distruggevo freneticamente: catastrofe totale. Poi riflettevo sul senso generale dell’esistenza, e pensavo alle nostre inondazioni e terremoti. Andai così elaborando una serie di teorie, perchè l’idea che fossimo governati da un Dio onnipotente, onnisciente e benevolo mi pareva tanto contraddittoria che non credevo la si potesse prendere sul serio. Più avanti nell’età sono andato elaborando le seguenti alternative:
1° Dio non esiste.
2° Dio esiste ed è un mascalzone.
3° Dio esiste, ma ogni tanto dorme: i suoi incubi sono la nostra esistenza.
4° Dio esiste, ma ha degli accessi di follia: quegli accessi sono la nostra esistenza.
5° Dio non è onnipresente, non può essere dappertutto. A volte è assente: In altri mondi? In altre cose?
6° Dio è un povero diavolo, alle prese con un problema troppo complicato per le sue forze. Lotta con la materia come un artista con la propria opera. Qualche volta, in qualche momento, riesce ad essere Goya, ma generalmente è un disastro.
7° Dio è stato sconfitto dal Principe delle Tenebre prima dell’inizio della Storia. Sconfitto, diventato un presunto demone, è doppiamente screditato, visto che gli si attribuisce la paternità di questo rovinoso universo. …”
(da “Sopra eroi e tombe” di Ernesto Sabato, 1960)

Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

Share this article