In Brasile non ci sono più giovani

2 Luglio 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Impossibile non amare il Mondiale finché ci saranno quarti di finale come Olanda-Brasile, l’instant-classic che tutti aspettavamo perchè per entrare nella leggenda tutti devono avere nomi da leggenda. E’ la crudele legge del marchio: Brasile-Cile e Olanda-Slovacchia saranno sempre un’altra cosa. Partita di una intensità clamorosa, quella di Port Elizabeth, su cui è possibile dire tutto ed il suo contrario. Non può essere smentito chi afferma che la squadra di Dunga abbia dominato in ogni settore due terzi del match, costruendo poche occasioni per il raddoppio ma rimanendo in controllo costante di un’Olanda dove Sneijder sembrava infortunato e l’entrata obbligata di Ooijer aveva fatto traballare un difesa fin lì perfetta. Non può essere smentito chi afferma che l’Olanda nemmeno nei momenti più duri ha rinunciato al suo sistema di gioco, pareggiando in maniera fortunosa grazie alla coppia Julio Cesar-Felipe Melo ma poi sull’uno a uno prendendo in mano la partita con una delle più belle mezzore della sua storia che pure di belle mezzore ne ha avute tante.
Non ci piacciono i giornali fintamente equilibrati, con il fondino ‘Perché sì’ e quello ‘perchè no’, quindi ci schieriamo con il secondo partito. Il Brasile tranquillo del primo tempo ha fatto girare a vuoto l’Olanda, facendo partire molto dietro il gioco dei suoi uomini chiave (Sneijder e soprattutto Robben), ma anche creato poche occasioni vere: Lui Fabiano e Kakà hanno creato spazi, ma in questa squadra i finalizzatori sarebbero loro, mentre sembrava potesse essere una giiornata di grande ispirazione per un Robinho che si è fatto invece prendere dal nervosismo ben prima che la partita diventasse una battaglia. L’infortunio di Mathjsen nel riscaldamento è stata la causa diretta del vantaggio brasiliano: Heitinga si è fatto risucchiare dal movimento di Luis Fabiano e il taglio centrale di Robinho è stato servito con puntualità da Felipe Melo con Ooijer troppo fedele alle consegne e quindi in ritardo. Van Marwijk è stato bravo a resistere alla tentazione di cambiare assetto, perchè pur subendo gli arancioni erano molto equilibrati. Equilibrati ma sacrificati: per un tempo Kuyt ha fatto il marcatore di Maicon, con successo limitato perchè Maicon era straripante, mentre l’intelligente De Jong e l’irritante Van Bommel (un argentino nato per caso nel Limburgo) stando bassissimi almeno limitavano inserimenti e danni.
Ma tutte le lavagne tattiche dell’universo sarebbero rimaste in soffitta se Julio Cesar-Zenga e Felipe Melo-Ferri non avessero inventato una versione con autogol del famoso gol di Caniggia a Italia Novanta. Un cross dalla tre quarti di Sneijder-Olarticoechea, ben fatto ma nulla di più, è stato in contemporanea mancato dal portiere dell’Inter e toccato dal centrocampista della Juve. Uno a uno e autorete, anche se dopo i buoi scappati con Ronaldo contro il Costa Rica non ci sarebbe da stupirsi nel vederlo assegnato dalla Fifa a Sneijder. Da lì è comunque partita la battaglia, puro contorno al Robben-show: catalizzatore di attenzioni, gioco e falli, la stella del Bayern Monaco ha messo la sua firma sulla partita mentre il due a uno è stato ufficializzato da un eroico (zoppicava già dalla fine del primo tempo, impressionante il giro di campo finale con il neo-amico Van Persie) Sneijder di testa sfruttando il tocco di Kuyt.
Scriviamo a caldo, senza controllare nomi né azioni, ma partite come questa lasciano dentro così tanto che fra due ore sarebbe troppo tardi. Dicevamo dei falli catalizzati da Robben, che hanno mandato fuori di testa i brasiliani dalle sue parti: il fuori ruolo Michel Bastos (nel Lione fa il centrocampista, spesso anche sull’altra fascia) prima, l’inspiegabile Gilberto (proprio quello dell’Inter ronaldiana, che in Brasile e in parte all’Hertha Berlino è stato un buon giocatore ma che a 34 anni ha già dato tutto) poi, passando per la prodezza di Felipe Melo che dopo averlo steso gli ha dato anche un calcio alla coscia meritandosi il rosso. Cartellino agitato dal giapponese Nishimura, che in almeno una decina di stuazioni ha fatto scelte da arbitro di grande personalità. Lo si era già notato in Uruguay-Francia, quando aveva buttato fuori il talentino della Celeste Lodeiro ed aveva tenuto in pugno una partita difficile: di Rosetti e Ayroldi si può fare a meno.
Il tempo del bilancio per l’Olanda non è ancora arrivato, ma per il Brasile sì. Dunga ha costruito un’ottima squadra, in cui giustamente credeva molto: al punto di non volere attaccanti credibili come alternative a Luis Fabiano (Nilmar e Grafite), di lasciare a casa mostri sacri ma bolsi (Adriano, Ronaldo, Ronaldinho) e giovani spinti giornalisticamente (Pato e Marcelo su tutti). Fondamentale sarebbe stata la crescita di Kakà, ma l’ex Pallone d’Oro ha continuato a dare segnali di risveglio senza però alla fine svegliarsi. Sull’uno a uno quel tiro dal limite, senza marcatura e con la palla che aveva avuto il rimbalzo giusto, sarebbe diventata un gol con quasi tutti i suoi predecessori nell’indossare il dieci del Brasile. Si vede che ha dato tutto, Kakà, quindi dispiace per il linciaggio mediatico che coinvolgerà lui, Dunga (probabilità di rimanere c.t.: zero), la difesa (dove Juan è stato magnifico), la tattica, eccetera, con Pelé che a seconda del committente distribuirà le colpe. Magari anche in Brasile qualcuno scriverà che ‘non abbiamo più giovani calciatori’. Di sicuro si può preparare bene un Mondiale, giocarlo bene ed essere eliminati ai quarti: a maggior ragione da una squadra forte, che può arrivare dove le generazioni d’oro non sono arrivarte.
stefanolivari@gmail.com

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