Il vero scudetto di Mancini

18 Novembre 2008 di Stefano Olivari

Se davvero come tecnico è così scarso, adesso che si dedica solo ai corsi di inglese non si capisce perché il solo nome di Roberto Mancini faccia andare fuori di testa molti milanisti, juventini e da un po’ di tempo anche interisti (soprattutto il loro presidente) schiavi della mediaticità di Mourinho al pari di giornalisti masochisti e di altri ignoranti che si esaltano perché già in luglio ‘si lavora con la palla’. Però ai suoi colleghi non deve essere sembrato così raccomandato, presuntuoso, fortunato, se con i loro voti gli hanno dato la Panchina d’Oro per il 2007-2008. In qualche caso un premio per esonerati, visto che il riconoscimento per la B è andato a Iachini giubilato dal Chievo e ricordando l’incredibile esonero morattiano (con comunicazione telefonica da parte di Mazzola) di Gigi Simoni nel 1998 il giorno stesso dell’assegnazione, però sempre un premio che tiene conto non solo di chi vince ma anche di chi costruisce qualcosa. E al di là degli scudetti, che si possono vincere in molti modi, Mancini all’Inter ha ricostruito un ambiente non grazie alla sua sapienza tattica (un allenatore di Eccellenza sa disegnare schemi quanto lui e Ancelotti) ma perché al contrario dei suoi predecessori ha saputo scegliere dividendo i buoni dai meno buoni e valorizzando il prodotto medio, resistendo nel contempo alle follie di una società che ha bruciato allenatori anche più esperti. Che venti giocatori su venticinque lo odiassero è la classica giustificazione dell’incapacità e dell’invidia morattiana per chi brilla di luce propria, giustificazione scritta di solito sotto dettatura o per ottuso tifo: il condizionabile (ma non dal suo vero procuratore Moggi, che pur detestando Mancini ne riconosce i meriti) Ibrahimovic, che però cambia idea da un minuto all’altro su tutto, il dannoso Materazzi, il livorosetto Toldo, lo pseudodirigente Figo, chi altri? Le acrobazie verbali per mascherare il ritorno al 4-4-2 manciniano sono uno spettacolo e come gli allenatori votanti sanno bene le vittorie non spiegano tutto. Il vero successo di Mancini non sono gli scudetti, che con una rosa forte e qualche arma di ricatto in mano possono vincere tutti (gli ultimi vent’anni di calcio italiano, Inter compresa, lo dimostrano), ma è l’avere domato un ambiente impossibile ben conoscendo le furbizie del ‘nemico’ che Mourinho può cogliere solo ad un primo livello di lettura: non perché sia ingenuo, ma solo perché è fresco di Italia. Il bravo, anzi bravissimo, allenatore di Setubal forse sta meditando sul fatto che a parità di locale, di orario, di compagnia e di sballo Ronaldinho per lo stesso quotidiano sportivo fosse in permesso e Adriano un puttaniere debosciato. Avendo già meditato su questi temi ai tempi di una Sampdoria spesso derubata (nonostante un presidente con uno zerbino sullo stomaco), Mancini risolveva i problemi spedendo Adriano in un altro emisfero. E’ solo un esempio, ma può rendere l’idea più del passaggio dal 4-4-2 al 4-3-3.

Stefano Olivari

stefano@indiscreto.it

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