Il vero allenatore dell’Inter

19 Aprile 2011 di Stefano Olivari

Al termine di un’altra serata infausta per l’Inter, con l’addio definitivo alle speranze di scudetto, il tifoso nerazzurro ha potuto consolarsi con una piccola grande impresa di quello che per sempre rimarrà il suo allenatore del cuore: non Marcello Lippi, non Marco Tardelli e nemmeno il bravo Gianni Ardemagni. Parliamo, forse per la prima volta, di José Mourinho.
L’uno a uno in campionato del Bernabeu con il Barcellona ormai campione di Spagna ha infatti ricordato tantissimo la sconfitta (ma con qualificazione) di un anno fa dell’Inter al Camp Nou nella semifinale di Champions. In inferiorità numerica per quasi metà partita a causa dell’espulsione di Albiol (con l’Inter il 10 contro 11 fu invece per tre quarti di partita, dopo l’assurdo rosso a Thiago Motta), Mourinho ha saputo cambiare le carte in tavola contro un avversario superiore: prima ha messo Ozil per Benzema, imponendo a Cristiano Ronaldo di fare la prima punta, poi a metà secondo tempo si è inventato una magata apparentemente senza senso. Senza senso per noi scarsi ma anche per un grande del passato come José Altafini che del livore contro Mourinho (a un certo punto pensavamo di essere sull’audio tifoso, tipo Suma o Pellegatti) ha ormai fatto una bandiera. Fuori un organizzatore di gioco (ma anche incontrista) come Xabi Alonso e dentro una prima punta come Adebayor, fuori un dribblatore come Di Maria e dentro un difensore come Arbeloa per spostare più in avanti un Marcelo che gli sembrava ispirato. Inutile creare gioco contro chi non ti fa vedere la palla. Risultato: tante situazioni nate dal nulla e il pareggio arrivato da un rigore per fallo di Dani Alves (incredibilmente nemmeno ammonito, sarebbe stato il secondo giallo) proprio su Marcelo. Gli interisti lo avranno rimpianto guardando anche il primo tempo: un’attestazione di umiltà ma anche di intelligenza, due linee compatte a interrompere ogni giocata del Barcellona. Non è un dettaglio che il Real Madrid abbia campioni strapagati, alcuni dei quali arrivati proprio su richiesta di Mourinho, e che un tifoso madridista non abbia poi molto da esultare per un campionato da secondi e per un atteggiamento tattico che può andare bene per il Levante. Però l’interista si accontenta di una Champions ogni 45 anni e in questo Mourinho ha trovato quelle capacità di non arrendersi all’evidenza, all’arbitraggio, alla superiorità evidente degli avversari. Mourinho sa convincere i suoi giocatori che c’è sempre una speranza: facile fare l’esempio del Porto, ma anche i secondi tempi del suo Chelsea non scherzavano. Divino in conferenza stampa, quando non ha fatto il fenomeno contro il blogger precario ma contro l’inviato di AS, uno dei potenti giornali che si erano rifiutati di parlare con il suo vice Karanka durante la conferenza stampa della vigilia: ”Se lei non parla con il mio vice, io rispondo alle domande di AS solo quando me le farà il direttore”. Sublime, come quando rifiutava gli inviti a cena delle sedicenti grandi firme, preferendo regalare confidenze alle ultime ruote del carro: in questo c’è tutto Mourinho, un fenomeno soprattutto nel far andare fuori di testa gli avversari e nel far credere ai suoi giocatori che tutto sia possibile (che non significa vincere, ma credere di poterlo fare). Fra coppa di Spagna e Champions non sappiamo cosa si inventerà per dare fastidio a un Barcellona superiore nettamente come gioco e secondo noi anche come somma di singoli (magari con Kakà al massimo se ne potrebbe riparlare), ma di sicuro non perderà con il sorriso: che poi è l’unica cosa che importa al tifoso, vedere che almeno per finta la tua squadra ci tiene. Rimarrà per l’eternità il nostro allenatore, se non commetterà il tragico errore di tornare.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Guerin Sportivo)

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