Il tennis del ricambio impossibile

14 Gennaio 2014 di Simone Basso

Le cosiddette Atp Finals londinesi, quelle che una volta chiamavamo Masters, paiono finite l’altroieri e già si ricomincia con lo Slam australiano. Sono dinamiche spossanti, calcistiche quindi inquietanti, che però piacciono tanto ai padroni del vapore: l’ultima ideuzza, rilanciata pure dal vecchio fusto John Newcombe, è di un quinto major cinese, tanto per omaggiare i nuovi mercati. Per tornare al tennis, o a ciò che ne rimane, eccoci dunque a Melbourne, dopo una vernice di esibizioni (che in molti casi l’Atp beatifica come tornei..) assolutamente in linea con l’inerzia di fine 2013. Novak Djokovic, che ha inaugurato l’anno con la boutade di Boris Becker “allenatore”, ci sembra – con un giro di vantaggio sulla concorrenza – il grande favorito della festa. Alla ricerca del quinto successo down under, e sarebbe primato nell’era Open, il Djoker ha l’arsenale perfetto, tecnico e agonistico, per compiere la missione. Il plexicushion, superficie dura e medio-lenta, esalta da più di un lustro le doti del belgradese: un buon servizio, la migliore risposta di tutto il circuito e una regolarità stupefacente. Che significa produrre punti comunque, difendendosi grazie a un atletismo straordinario, oppure attaccando da fondo campo per piazzare il vincente in avvicinamento alla rete…

I rivali, per adesso, sono a debita distanza: del paziente elvetico (sic) tratteremo nell’epilogo del pezzo, Murray rientra dopo un complicato intervento alla schiena, gli altri (i soliti) recitano i ruoli assegnati dal copione. Più che Tsonga, finalista proprio nel 2008 del primo trionfo di Nole, o Ferrer, attendiamo Del Potro e Wawrinka. Perchè i due hanno le armi per mettere in difficoltà l’aristocrazia robotennistica; vorremmo capire se avranno la continuità necessaria per realizzare il putsch. Stan, reduce dal prologo vittorioso di Chennai, deve all’Australia dell’anno scorso – al fenomenale e sfortunato ottavo opposto a Djokovic – il quid, la convinzione mentale, di oggi. E’ la vera speranza svizzera, dopo eoni di certezze inscalfibili di nome Roger…

La velocizzazione del manto, agognata da molti ma non realizzata dagli organizzatori (lo sponsor principale ha un target da far rispettare..), presumiamo che non ci negherà l’ennesima puntata del reality Nadal-Djokovic. Il Rafa arabo, pur se al sessantunesimo scalpo della carriera, non era da corsa: troppi errori di diritto, colpi corti o non (ancora) perforanti. Quello degli Aussie Open, con più chilometri nelle gambe, magari col cemento colla delle sessioni serali, sarà la minaccia numero uno al poker serbo. Al maiorchino basterà evitare i tranelli della prima settimana, ovvero il momento più delicato nella messa a punto della formidabile macchina da guerra iberica. Difatti il suo sorteggio è interessante (…): l’apertura con l’eterna promessa Tomic (già archiviato) e i quarti virtuali (…) opposto a Del Po. Un tabellone impegnativo, diverso da quello di RoboNole che, fino all’inevitabile (?) Wawrinka, avrà un approccio molto più agevole.

La parte che prevede, in teoria, un quarto Murray-Federer, prima eventualmente del baobab Nadal, ci introduce al capitolo Rogi. Il clone del campionissimo visto a Brisbane è un atleta al crepuscolo. La finale Polvere di Stelle con Hewitt, antica vittima generazionale del nostro, spiega meglio di mille ciance la situazione. Fine secondo parziale e inizio del terzo è stata roba da Senior Tour, col vecchio Isterix – in bambola – che aveva consegnato a Roger le chiavi dell’incontro. L’atteggiamento passivo, il racchettone, le stecche in serie, rivelano il malessere di un Federer confuso e infelice. E’ evidente che la testa influisca sui piedi, perchè gioca contratto, privo di fluidità. Unica base incoraggiante, per risorgere, la ritrovata affidabilità della battuta, varia e potente. Il resto, ahinoi, è isteria mediatica indotta dalla fama: pretendere ciò che non è più possibile da un tennista di quasi trentatre anni, usurato da mille battaglie, ha qualcosa di infantile. Siamo in zona Fausto Coppi 1958, quando correva solo per star lontano dalla Dama Bianca, o Muhammad Ali 1980, già malato e preso a schiaffi da un impietosito Larry Holmes…

E non comprendiamo i peana per la collaborazione con il grande Edberg: c’è bisogno di Stefanello per fargli notare che il ricorso (ossessivo) alla risposta in back è – nell’anno di grazia 2014 – un particolare tecnico che lo mette in difficoltà contro chiunque? Il punto è che si chiama Roger Federer e quel nome lo riconduciamo, citando Andy Roddick, a una mostruosità storica. Dieci anni fa a Melbourne, battendo Safin in finale, cominciò ufficialmente il Federerismo; un’arte zen che ha stravolto, con gesti neoclassici e violenza cyberpunk, l’estetica e gli ideali di un gioco. Il problema, non per il manager Godsick che conta i denari o per chi propone paragoni insensati a ogni sconfitta (o a ogni vittoria) del Mago Merlino, è di visione complessiva. Questo sport avrebbe un bisogno disperato di rinnovarsi, riscrivendo regole che permettano a nuovi Sampras e Federer – sempre che ci siano… – di imporsi: il marketing, che consente tanti guadagni a breve termine, alla lunga porta all’eutanasia di un rituale.

(per gentile concessione dell’autore, pubblicato su ‘Il Giornale del Popolo’)

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