Il Super Tele e i gattoni

9 Giugno 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Se non ve ne siete accorti, in questi giorni di giugno con il favore del sole pieno cominciano le Blatteriadi. Roba che non vi permette di distrarvi nemmeno per un attimo: l’onnipresenza mediatica dell’avvenimento è talmente straripante da inseguirvi come in un telefilm distopico, tipicamente inglese (“Hanging on in quiet desperation is the English way” cantò un gruppo di milionari capelluti nei seventies). Ci sono infatti momenti della giornata nei quali vi sentite nel mondo perfetto di “The Prisoner”, con un numero sei inciso su una spilletta della giacca e una gran voglia di fuggire da quell’incubo colorato.
Scordatevi le cronache del dopo bomba o i “Martyrs” cattolici, l’inferno dell’al di qua è un villaggio turistico replicato in serie. E’ semplicemente una dimostrazione muscolare della globalizzazione: McDonald’s cominciò per far consumare un pasto decente agli squattrinati dell’America più profonda, oggi è il simbolo dell’idiocrazia meno biodegradabile. Il calcio ha assunto la funzione rassicurante di alfabeto universale, un esperanto di successo con chiari compiti sociali; prevale un effetto placebo consolatorio che ne ha annullato qualsiasi pretesa sportiva di contorno. E’ dunque un veicolo potentissimo, il mezzo ideale per approfondire il concetto di macchinario integrato; nutrito da entità che nulla hanno da spartire con l’umano. Sigle di corporazioni che diventano consuetudini subliminali per centinaia di milioni di (tele) spettatori.
Ma per funzionare, considerando ormai superfluo il personale agonistico (perchè intercambiabile come i commessi sottopagati di una catena multinazionale), c’è ancora bisogno di un’oligarchia pensante: in attesa della gloria eterna di una macchina che sviluppi il pensiero artificiale, ma la cibernetica di Pierre de Latil la confondiamo con Goldrake, riepiloghiamo le politiche vincenti della Fifa. Non osiamo avventurarci nell’elusione fiscale creata dagli scienziati macrofinanziari di Joseph Blatter, l’off shore e i paradisi monetari ci interessano solamente quando producono mostri come Patrick Bateman o Paul Casimir Marcinkus, ma vorremmo sottolineare l’aspetto della gestione sanitaria ospedaliera del fenomeno. Il baraccone è oliato da decenni secondo una morale di marketing feroce, i copyrighter procteriani potrebbero elencarvi le loro massime più efficaci: “Quello che cerchiamo non è la verità, è l’effetto prodotto.”; “Più una menzogna è grossa, più passa.”
Sono i motti più efficaci del pubblicitario per antonomasia del Novecento, tale Joseph (..) Goebbels, e si adattano come un vestito di alta moda all’immaginario venduto da Pallonia Inc. Raccontare che in questi anni, nello sport di ambito europeo, la medicalizzazione del football ha sorpassato l’immaginazione più fervida non è consentito. Meglio bisbigliarlo nemmeno fossimo Orsoline di Loudun: la priora Jeanne des Anges potrebbe condannarci all’infamia del rogo. L’uso sistematico dei farmaci è la regola pallonara non scritta per eccellenza, quindi la più rispettata omertosamente dall’ambiente: attorno a questo fatto è intervenuto un immaginario che ha depistato qualsiasi analisi logica degli accadimenti.
Nel 2006 il cardinale Richelieu mostrò tutto il suo potere, se vi ricordate la deflagrazione assistita di Operacion Puerto; di quella lista nera si sussurrarono i cinquantotto nomi portati da Manolo Saiz.
Vieni avanti ciclismo… Ne sono stati puniti sei con lo stop preventivo, e nel caso dell’ultimo (l’unico iberico) con la fermata postuma, ma sul resto della ciurma (centoundici atleti professionisti) si è preferito sorvolare. Quando Jesus Manzano, il Buscetta a pedali, fece capire l’importanza degli innominati, si presentò al cospetto dell’ex Kelme un signore in giacca e cravatta: rappresentante legale di un pool di sette avvocati che avrebbero spiegato gli inconvenienti di quella confessione al Gesù ciclistico. Che decise, folgorato sulla via delle Isole Vergini, di lavarsi le mani come Ponzio Pilato…Una beffa teologica. Abbiamo ancora pensato ai santi in Paradiso quando, il 21 Febbraio scorso, non furono aperti i cancelli ai responsabili antidoping dell’Uefa al campo del Barcellona; il bis (voluto dalla folla plaudente?) ad un altro rifiuto di quel mese è costato poco più di 70000 euro di multa ai blaugrana. Noccioline per le scimmie e la loro produzione di guano profumato.
La visione del “secondino” che sporge l’assegno dalla torretta di controllo è felliniana, starebbe benissimo in “Ginger e Fred” tra un cumulo di spazzatura e un incontro di futbalina catodizzato.
Si vive quindi di spifferi, nell’eterna attesa di un uragano improbabile, ma di altissima qualità; come quella volta, tornando a quattro anni fa, che intervistarono un raggiante Johnny Hallyday in un contenitore nazionalpopolare. Il Celentano francese, alla domanda sulla forma smagliante esibita, rispose che il suo amico Zizou gli aveva consigliato una clinica svizzera miracolosa: se ne esce ripuliti come neonati, con il tagliando rifatto. Silenzio catatonico per qualche secondo di imbarazzo collettivo e poi partì una reclame sulla cellulite. Stavolta nessuno della Gendarmeria mosse un muscolo. Son cose che dovrebbero far riflettere, come l’abolizione per i pallonari della reperibilità nella vita privata per esami ulteriori: siccome ci sono stati sfregaselle controllati in pizzeria (Oscar Pereiro Sio), altri al funerale del figlio (Kevin Van Impe), un po’ di inquietudine ci soccorre sulla strada della giustizia sociale.
E poi ricordate i centosessanta controlli a sorpresa del Tour 2006 (giustissimi..) e i meno di zero (Bret Easton Ellis uber alles) della Fifa World Cup in Germania?
Pare di vederli, in una corsa a tappe forzata dei nein tra la Baviera e la Ruhr, i medici della Wada: manco fossero venditori di acqua minerale all’Oktoberfest. Ma andiamo nello specifico, avendo constatato una liberalizzazione nei costumi degna dell’Epolandia anni novanta: col sangue si gioca sul sicuro come con il 4-4-2. Il campo, e le disponibilità economiche, permettono una libertà d’azione assoluta; pochi mesi fa, nell’ambito della manipolazione psichica dei media, il profeta Josè Mourinho lanciò un masso nello stagno e nascose la mano, segnata dalle stimmate. La notte di Inter-Chelsea il santone portoghese (che accumula i miracoli con il cash subitaneo, evirando la perdita di tempo della beatificazione) pronunciò una frase sibillina rivolta al suo vecchio entourage: “Sono sicuro che Cech al ritorno ci sarà. Il dottor Needles gli permetterà di giocare.” Poco importa che il portiere non fu poi della partita, ma The Special One ci introdusse nei meandri dei segreti Blues. Bryan English, consulente medico britannico ad Atene 2004, entrò nel club londinese l’anno dopo: introdusse la pratica del “blood spinning”, ovvero la centrifuga sanguigna per il recupero degli infortunati. Trattasi di prelievo ematico al Drogba di turno, trattato e arricchito prima di essere nuovamente iniettato nel corpo del gladiatore: i tempi di guarigione si accorciano di cinque volte e l’efficienza fisica deborda velocissimamente oltre lo standard.
E’ un rituale sperimentato, da tempo, anche nella Selecao (Ronaldo ne ha abusato..) e per i blatteridi è cosa normale e giusta;
anche se alla vigilia di alcuni match si schiera l’undici titolare di acciaccati e corrono tutti come Beep Beep… Al contrario di quel che cantò l’ugola benedetta di Geoff Tate (“The needle lies”), in questo caso gli aghi hanno sempre ragione. Questi scostumati della perfida Albione ne hanno fatto una religione; le tende ipossiche sono state proposte addirittura da Fabio Capello ai suoi giocator

i: allestire una camera ipobarica è un investimento economico quasi modesto.
Trecentoquaranta euro per la struttura, quattromila e cento di generatore; invece l’affitto del kit intero è sui seicentoventi. Il leggendario ormone della crescita è diventato per certi calciatori come la Bibbia sul comodino di un prelato; una presenza rassicurante, ieratica. Pensate alla favola di Messi narrata dal Saviano onnipresente: sostituite al cognome del pedattore il corrispettivo di uno dell’atletica leggera o del ciclismo; immaginate lo sdegno della folla manzoniana di fronte a un tizio imbottito di gh dalla mattina alla sera. Eppure il Palanca argentino fa tanto pop e Cristiano Ronaldo così sexy.
Escludendo, per limiti di trattazione, la Febbre Del Giovedì Sera e i suoi rimedi, John Stravolta è sempre in agguato, sottolineamo l’utilizzo del Dhea, altro preormone, e di un’infinità ambigua di prodotti non inseriti nel bazar proibito.
E’ la fiera dell’antidolorifico corroborante per lo spirito: non sappiamo se la Wada lo metterà finalmente all’indice (per Blatter non ponetevi nemmeno la questione..) ma il tramadolo cloridato per adesso è un bel rimedio. Un oppioide sintetico che fa il suo lavoro onesto e pulito, nella stessa maniera dell’eroico Jiri Dvorak, il boss della commissione medica Fifa. Il disoccupato più pagato del pianeta, in un congresso a Sun City, si è lasciato andare a considerazioni desolanti: “Riteniamo che i controlli individuali sistematici, durante e al di fuori delle competizioni, siano realmente inefficaci.” Il reality vive di percezioni e in quanto tale prospera, se l’antidoping viene vanificato alla fonte il doping non è un problema. Anzi, non esiste proprio.
La Federazione mondiale spende ogni anno trenta milioni di dollari per i test, le positività riscontrate sono infinitesimali: dieci campioni sui trentatremila a stagione (lo 0,03%!!). Fanno mille presidenti spirati a controllo, una vergogna che ha fatto arrossire gli stessi dottori del calcio; che consigliano una dismissione soft dei pisciatoi, vista l’inutilità conclamata. La fotografia, truccata con Photoshop, sembra eloquente; l’autista che guida il pullman verso la Gerusalemme sudafricana ha accanto una didascalia che suona come un avvertimento: “Non disturbate il conducente del bus”. Sarebbe troppo facile smascherare le menzogne che caratterizzano questa edizione. L’ipocrisia di uno stadio a Nelspruit che è significato lo spostamento di un’intera scuola in prefabbricati di acciaio in un sito abbandonato da Dio. Una comunità di ventimila persone, la Joe Slevo Informal Settlement, minacciata di sfratto perchè poco raccomandabile accanto all’autostrada che collega Capetown all’aeroporto. Un portavoce locale, Jimmy Mohlala, ammazzato il gennaio dell’anno scorso per aver fatto notare irregolarità negli appalti. Per tornare al Fellini accennato, ci soccorre un frammento geniale dell’ossianico Toby Dammit in “Tre passi nel delirio”. “Nella vita…Che cosa disprezza di più?”
“Il mio pubblico!”. Parole sacrosante. E se volete comprare un pallone a vostro figlio, acquistate il poetico SuperTele…
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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