Il serbatoio di Nowitzki

11 Giugno 2011 di Simone Basso

di Simone Basso
Le portaerei imperfette, la mancanza di Butler, la difesa di Riley, la sensibilità di Carlisle e Spoelstra, Kidd come Jabbar, i problemi di LeBron James, il soldatino Bosh e l’addio a Mike Mitchell.
1. Un bel diario di bordo, ben oltre la metà della saga finale, è l’occasione per fermare pensieri in semilibertà. Cubani contro Heatles è già adesso un successo per Sternville, l’entità che parifica i canestri segnati alle monetine che scorrono vorticose nelle slot machine: la serie perfetta per gli ascolti televisivi, gli psicodrammi in divenire e il circo a tre piste. Le contese sono infatti serrate, incertissime, e le dinamiche che le regolano (?) paiono inspiegabili, illogiche. Ecco allora l’alternanza democratica tra il ciapanò dell’ultimo quarto di gara4 e la sparatoria ad alto punteggio del primo tempo della quinta, straordinaria, puntata. Avevamo previsto il mistero, il fascino, di questo showdown tra due portaerei (loro malgrado) imperfette: a entrambe, nella corsa verso l’oro, manca qualcosa. Ma è questa provvisorietà la benzina dello spettacolo.
2. I texani con Caron Butler sarebbero quasi perfetti e forse già in parata; così invece non possono che abusare nei minutaggi della grandezza offensiva di Nowitzki e difensiva di Chandler. Sono dunque legati a un filo, ovvero il serbatoio psicofisico di WunderDirk, protagonista di playoffs che tra qualche anno assumeranno contorni mitologici, e la situazione falli di Tyson Poltergeist, il pivot molla che è il vero motivo (l’Mvp ombra) dei successi Mavs.
3. Miami, se proprio volessimo raccontarla tutta, è una probabile dinastia che giunge troppo presto all’appuntamento decisivo: è incompleta nel roster perchè è stata costruita (benissimo) da Riley in pochi mesi. Essendo Pat lo Sun Tzu dell’Nba ci si è affidati a ciò che fa veramente vincere le guerre: la difesa. Ron Rothstein, fedelissimo Heat, è il guru che ideò con Chuck Daly le leggendarie Jordan Rules ai tempi dei Bad Boys. E’ la sua mano che emerge quando si osservano gli incredibili aiuti dei rossi, che in alcune situazioni di pick and roll avversario arrivano in tre (!!) a rompere i giochi. Tutta questa energia, se non viene convertita in punti durante la transizione, li espone a dubbi amletici dall’altra parte. Il quintetto saracinesca, con Anthony sul parquet, è costretto ad attaccare in quattro: la circolazione di palla, molte volte impiccata in uno screen and roll, è quasi inesistente.
4. Tutta questa sarabanda delle due truppe è la scintilla della bipolarità delle partite; Miami è incapace di gestire i vantaggi, mentre Dallas ha una fiducia, un’arroganza nei propri mezzi, che le consente rimonte improbabili. Serie di lusso per gli adeguamenti dalle panche; non è popolare ribadirlo, ma Carlisle e Spoelstra durante i quarantotto minuti leggono meglio l’inerzia dei quarti rispetto ai Jackson e Rivers delle Finals 2010. Gara4 è stata vinta, sorprendendo il nemico, con i tre piccoli (senza Marion) nei cinque e martellando di pick and roll alti la ragnatela degli Heat. Con quella disposizione si innescano meglio le zingarate di Gei Gei Barea e Mitraglia Terry (mai visto passare in maniera così competente…), mentre si lasciano giocoforza troppi spazi sottocanestro al centrometrista (vogliamo il copyright..) di Dominguez High School. La risposta dello staff rileyiano, nella quinta sinfonia, si è concretizzata nel picchiare sul punto debole difensivo di Dallas, ovvero Nowitzki (sic).
Il tedesco è a disagio sui pick and roll, in particolar modo se il bloccante accenna lo screen e taglia, con i tempi giusti, verso il ferro: Haslem è un professore nella specialità, alimentata dal talento extralarge dei due dioscuri in rosso e bianco.
5. Ma per Team South Beach la medicina è una sola: “Abbiamo tirato col 52 percento, loro con il 56. Il problema non era l’attacco” (LeBron James). Appunto, Miami sa vincere solamente in un modo e non può consentire che i Mavs prendano ritmo come nell’ultima sfida; up tempo diventano inarrestabili e hanno le armi giuste per imbastire un bel flipper. Il 13 su 19 nelle triple dell’ultima partita spiega benissimo il concetto. Poi c’è l’uomo di Wurzburg, la tragedia di ogni assistente della difesa, che alterna il magistero in post (il tiro del cigno) con lo slip the pick. E l’inenarrabile Jason Kidd che si applica un po’ su James e un po’ su Wade: straordinario, a trentotto anni, come solo il Budda dei canestri (Kareem Abdul-Jabbar) lo fu a quella età al livello, massimo, delle finali.
6. Quando scrivemmo, alla fine della scorsa estate, “Il secondo più forte” immaginavamo questo scenario: i dubbi amletici del Prescelto rappresentano la cartina tornasole del cosiddetto secondo violino, il ruolo più difficile da gestire all’interno dello squadrone da titolo (il primo Magic, Pip, Manu). Una parte più complessa e affascinante di quella del closer alla D-Wade, le cui condizioni fisiche (l’anca maltrattata dal Cardinale) saranno decisive per il due su due casalingo. Il fuoriclasse di Chicago è un animale rarissimo, tremendo nelle chiusure sotto le sue plance (pare il Batman iracondo di Miller) e intrattabile in uno contro uno. Ha già vinto e lo ricorda a tutti… Al netto del James da tripla doppia e del jordanismo che ci affligge, quali sono i problemi tecnici del numero sei? Attacca poco, in situazione statica, non la mette da tre e (last but not least) non aggredisce girando gli angoli nei pick and roll. Il resto, che è troppo, trattasi di materiale Debordiano dell’ultima (de) generazione: LeBron ha voluto il Mortirolo e adesso pedala…
7. Cosa accadrà stavolta sulla costa est è un bel punto interrogativo, fossimo in Spoelstra proveremmo con meno timidezza il talento da guastatore di Mario Chalmers, uno con la faccia tosta giusta per osare negli attimi che contano. Servirebbe un Bosh meno soldatino (pensate a un Kevin Love in quel contesto…) ma ci rivolgeremmo ancora al dinamico duo: LBJ da quattro, così come Flash più in post.
Al posto di Carlisle invece studieremmo un’unità speciale nei cinque minuti di riposo del biondo: schierare una 5 per 100 con Chandler, Marion e i tre esterni (Kidd, Barea, Terry), tanto per aumentare il voltaggio dei possessi. Male che vada, pensando alla scorticatura pubblica che attende un James perdente, consiglieremmo al supertalento di Akron qualche mese dalle parti di Xilitla in Messico. A ricercare se stesso ne Las Pozas, il luogo magico che creò un suo omonimo, illustre, il poeta Edward.
Tra le piante della foresta e le sculture surreali di una realtà che annichilisce il supermercato che c’è in noi. Dallas Mavericks 463, Miami Heat 459. Match point texano sotto le lune della Florida.
8. La morte di Mike Mitchell ahinoi non ci coglie impreparati. Talvolta l’abbiamo dimenticato, ma quel campione con l’Nba body aveva uno dei jumper più maestosi mai ammirati in Spaghetti League. Sempre sotto controllo, la partenza spalle e fronte a canestro, il palleggio e le finte essenziali per mandare al bar il marcatore diretto. Fece scuola in Italia e prima fu All Star sottovalutato nella lega degli Erving e dei Bird: l’epilogo amaro della vicenda pro, nel baratro della droga, non cancella la meraviglia della favolosa stagione degli Spurs 1983. Con Gervin, Moore e Gilmore, allenati da Stan Albeck, sciorinarono una pallacanestro rapsodica che si concretizzò, opposti ai Lakers, in una delle finali occidentali più belle di sempre. Autentica poesia in movimento. Ricordare uno dei più grandi americani che abbiano giocato in serie A è doveroso, anche nel dì della vergognosa indulgenza da 600.000 euro di Teramo. Tanto per far capire perchè, nel Bel Paese, i fenomeni alla Mit

chell non li rivedremo mai più. 

Simone Basso (in esclusiva per Indiscreto)

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