Il sacro ponte di un paese ridicolo

10 Gennaio 2011 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Da inviare per posta prioritaria alla rubrica ‘Chi se ne frega’ c’è la notizia che ogni sabato mattina con un gruppo di amici giochiamo a basket presso una gloriosa palestra milanese, quella Forza e Coraggio dove è nata la versione italiana del minibasket (che ha origine spagnola, oltre che ovviamente americana) e dove hanno giocato e si sono allenate squadre di serie A.

L’abbonamento già pagato non vale solo in occasione delle festività, qui già ci sarebbe da discutere: perchè se i dilettanti non giocano nei giorni di festa quando mai dovrebbero giocare? Ma lasciamo perdere e arriviamo a sabato 8 gennaio 2011, quando con altri infelici ci presentiamo al campo. Per scoprire, senza che nessuno ci avesse avvertito prima, che anche l’8 gennaio in Italia è considerato un giorno di festa. Palestra chiusa fino al giorno 9 compreso, come evidenziato (si fa per dire) da un microcartello. Insomma, tutto regolare.

Forse siamo traviati dal fatto che senza essere Marchionne riteniamo normale (oltre che auspicabile: i pranzi di famiglia sono uno spot per l’arruolamento nella Legione Straniera) lavorare il sabato e la domenica, ma non è possibile che chi straparla di crisi non noti che da quasi un mese in Italia è chiuso quasi tutto. Più che in altri anni, complice l’Epifania di giovedì che ha permesso a quelli del ponte di esibirsi nel numero del doppio ponte. Addirittura i mitici ‘giovani’, quelli che vengono idolatrati da anziani ex simpatizzanti di regimi totalitari, hanno interrotto la loro virulenta protesta contro la Gelmini non perché la Gelmini abbia cambiato il decreto ma solo perchè sono iniziate le vacanze. Magari c’è stata qualche manifestazione a Madonna di Campiglio o a Sharm, ma ci è sfuggita.

Tornando alla miseria della nostra palestra di periferia, abbiamo notato che poi tanto chiusa non era. Sul campo da basket, dove si dovrebbe giocare a basket, c’era una quarantina di invasati che stavano facendo aikido o qualcosa di simile: nella terra dei cachi la legge si interpreta, per gli amici (paganti?). Dove vogliamo arrivare? A dire che si può fare a meno del basket, la nostra vicenda personale è una piccola cosa anche se è emblematica di un certo modo di gestire gli impianti pubblici, ma non si può fare a meno del lavoro. Che non è solo quello delle cassiere dell’Esselunga o dei poliziotti, gente obbligata al ciclo continuo. Anche il 90 per 100 dei presunti imprenditori che conosciamo (anche gente che sviluppa applicazioni,  Zuckerberg de’ noartri) già a a inizio dicembre ci dava appuntamento a metà gennaio. Da oggi li sentiremo dire che le loro vacanze sono state stressanti, mentre sul loro iPad leggono un pesante editoriale del genere ‘Qual è il segreto dell’economia cinese?’. Senza fare i talebani del fordismo, forse una settimana di vacanza sarebbe sufficiente.


Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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