Il Paradiso che ci attende

3 Giugno 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Se ogni sport ha la sua Classicissima, la Nba ha una Doyenne con la carta d’identità truccata, ma che appare con una regolarità (anche in epoca di salary cap) rassicurante. Celtics-Lakers è la lanterna magica bergmaniana degli appassionati, lo divenne di prepotenza negli Ottanta quando la rivalità si rinnovò con nuovi eroi e tematiche diverse.
Prima, nei Sessanta, riusciva difficile immaginarla così: la banda Auerbach, nei panni di Zorro, e i Lacustri di Baylor e West nel ruolo dei vessati alla sergente Garcia, sempre e comunque. Le sfide di quindici anni dopo invece irruppero con la prepotenza del boom economico; furono proprio quei duelli, il braccio di ferro tra Larry e Magic, con il piccolo aiuto del Doc, a imporre Sternville (che cominciò proprio nell’anno di Orwell…) nel mondo. La battaglia cestistica tra due pianeti diametralmente opposti: i californiani, alle prese con l’utopia vincente dello Showtime, e la Gang Green, prosecutori di una mistica che ricostruì le fondamenta del basket pro. Nemici per la pelle già nelle apparenze delle rispettive arene: il Forum di LA così glam, chic e colorato, il Boston Garden tana minacciosa della tradizione dei C’s. Furono tre guerre epocali che regalarono lo scenario di una pallacanestro bellissima, perchè a metà del guado; figlia ancora di un concetto collettivo del gioco ma già legata allo stardom luccicante dei suoi protagonisti.
L’input al duello fu dato, nell’estate 1979, dall’entrata simultanea nella lega dei due attori principali del decennio: Earvin Johnson e Larry Joe Bird, due giocatori che rivoluzionarono l’idea stessa del basket moderno. Gemelli spaiati nella creazione delle loro magie, presero un prototipo a testa (Big O per Buck, Mitraglia Barry per Larry Legend) e lo stravolsero esasperandone le caratteristiche. Osservare quel playmaker ipertrofico di 2 e 07 fu come guardare il futuro anteriore di questo sport; parlando il linguaggio pop dell’epoca, parve di vedere la sequenza di “Ritorno al futuro” nella quale Michael J. Fox suona rock similhendrixiano di fronte a una platea sbigottita degli anni cinquanta. Il biondo, prodotto inarrivabile dello Stato (l’Indiana) con l’atteggiamento più religioso verso i 28 per 15, fu semplicemente l’apogeo della perfezione tecnica; come tutti i modelli unici, malgrado i volenterosi raffronti, rimase un’eccezione maestosa nell’evoluzione (?) della specie.
Caratteristica curiosa dei primi due showdown fu il risultato: si impose sempre la squadra sfavorita, che riuscì a ribaltare l’inferiorità picchiando scientificamente sul difetto principale degli avversari. Il 1984 ebbe un prologo abbastanza rassicurante per Tinseltown, la staffetta quattro per cento schiantò subito i Verdi: quella gara1 fu la conferma della maggiore brillantezza dei Lacustri e dello strapotere della transizione gialloviola. Fu l’ultima serie giocata con la formula classica (2-2-1-1-1) e la programmazione televisiva (già allora imperante..) ebbe un peso decisivo nell’andamento schizofrenico degli incontri: i Lakers buttarono nell’Atlantico il 2-0 con un paio di errori madornali; avanti di due a diciotto secondi dalla sirena, James Worthy si fece scippare la gonfia da uno svelto Gerald Henderson che impattò la partita. Come non bastasse, nell’azione seguente Magic dimenticò il tempo a disposizione e sprecò l’ultimo possesso senza tirare; nel supplementare El Ei, dopo quel disastro, si sciolse di fronte al killer instinct di Bird. Incredibile ma vero, le Finals più mitizzate del decennio avrebbero potuto concludersi molto velocemente; non dimenticheremo mai la perfezione esecutiva del contropiede rileyano in gara3: i 21 assist in un quarto e gli ottanta punti nel secondo tempo furono la conseguenza della più incredibile macchina da canestri di quella era.
Ma l’ingranaggio perfetto trovò un granello che ne interruppe, quasi definitivamente, la fluidità miracolosa: la cravatta delinquenziale con la quale McHale stese Rambis nella quarta puntata fu il punto di svolta della saga. La fisicità e la violenza di quella pallacanestro pro, con l’affaire Kermit Washington a testimoniarla, è oggi (per fortuna) irreplicabile: l’area pitturata, nei momenti decisivi, si trasformava in una tonnara. Tatticamente KC Jones pensò di scombinare le carte vincenti losangeline con due mosse: i suoi si buttarono tutti a rimbalzo, soprattutto offensivo, soffocando le leggendarie ripartenze (..) di Bussland e Dennis Johnson, l’ennesima magata di mercato di Red Auerbach, si incollò a Magic. DJ, uno dei più grandi vincenti di questo giochino, arrivò a Beantown come pacco regalo dei Suns; preceduto dalle feroci polemiche degli ultimi mesi in Arizona (coach John McLeod lo definì “..un cancro all’interno dello spogliatoio”), si prese la sua rivincita evitando accuratamente qualsiasi atteggiamento da All Star. Giocò nella maniera giusta, colmando le carenze fisiche del backcourt biancoverde: spense un Magic fino a quel momento inarrestabile, forzando un numero record di palle perse del trentadue (31), e applicando una saggezza offensiva woodeniana. Applicò il motto “Se sei libero tira/ se ti marcano passala”, fabbricando quattro ventelli consecutivi nelle ultime sparatorie; fu lui la vera chiave di quel ribaltamento inaspettato.
Psicologicamente, dal 103-98 a 56 secondi dal termine della quarta sinfonia, i Lakers crollarono; il resto lo fecero le condizioni impossibili di gara5 al caro vecchio Garden.
Un impianto obsoleto già a fine Settanta, privo di aria condizionata, simulacro di un vantaggio casa minaccioso e byroniano: quel pomeriggio, fotografato perfettamente da Kareem con la maschera d’ossigeno, si raggiunsero all’interno dell’impianto i 36 gradi centigradi! La sauna psicofisica fu l’ennesimo trucco di Red, il Fantasma dell’Opera, massimizzato dal clamoroso 29+21 del profeta di French Lick; la truppa di Riley alla sesta rispose con la classe del sommo Jabbar (l’ennesimo trentello) ma andò incontro al proprio destino nella caliente settima. Il 111-102 finale dei Celtics fu incorniciato da una statistica eloquente: il 52 a 33 sotto alle plance, che rappresentò la pietra tombale dell’incompiuta hollywoodiana.
Nel 1985 le parti erano invertite, la regular esibì il Larry Legend più scintillante di sempre e nell’Olimpo dei Grandi si iscrisse definitivamente Kevin McHale: l’ironia della sorte vuole che oggi l’unico corrispettivo del 32 verde sia Pau Gasol. Stessa varietà infinita nei movimenti in post basso, le braccia della dea Calì in difesa. Le differenze? L’uomo dal Minnesota, soprannominato anche The Black Hole, non ha mai passato la palla come il Gesù catalano; in compenso il fratellone di Marc non avrà giammai la cattiveria agonistica dell’ala grande bostoniana. Un giovanissimo Sam Perkins, ad un antico Edb Camp, definì un autentico rito di iniziazione per i lunghi il trattamento di Kevin: una serie punitiva di spinte, pugnetti, graffi e gomitate direttamente dalla Maurice Lucas School of Basketball…
Ma per carpire al meglio lo spirito di quella rivincita si dovrebbe riammirare gara1, ovvero il Memorial Day Massacre:
lo inaugurarono i 15 punti di Danny Ainge nel primo parziale e fu una carneficina vista di rado; Scott Wedman (il settimo uomo in rotazione, un lusso pazzesco..) fece uno stellare 11 su 11 dal campo con quattro triple nel menu. Quel 27 Maggio sembrò scontato l’esito di quelle Finali, ma Pat Riley (Napoleone Bonaparte in missione) giocò sull’orgoglio del suo capitano: Jabbar, trentottenne, dopo quell’esordio fu distrutto dai media e dipinto come un ex giocatore.
I Lakers invece capirono che proprio il suo mismatch con Robert Parish avrebbe potuto aprire contesti tattici differenti. E così fu. The Chief, malgrado la Hall of Fame, visse sempre della coabitazione fortunata con i due dioscuri in frontline, in particolare con Larry Bird: a fianco del passatore, in situazione statica, più strabiliante della storia molti pivot dell’epoca (due nomi “italiani” per esempio, Tom McMillen e Geibì Carrol) avr

ebbero sfolgorato in quella situazione…
Vantando il più grande di sempre, LA rifornì accuratamente il fu Alcindor e la contesa si modificò: l’ex Bruins (30 punti, 17 rimbalzi, 8 assist e 3 stoppate) distrusse il rivale diretto e cambiò la sceneggiatura della serie. Il nuovo format sperimentato (2-3-2) vide nella terza il prevalere di Tinseltown (Worthy 29) e l’inedita crisi del 33 col trifoglio verde: il 17 su 42 dell’ultimo back to back fu merito anche della marcatura di Michael Cooper, ma nascose un fatto occorso undici dì prima delle Finals. Un cazzotto del biondo all’uscita del bar Chelsea, che stese un certo Mike Harlow durante una rissa, lasciò i segni di una menomazione fastidiosa all’arto e alla manina fatata del Glenn Gould delle ali piccole; il particolare che inalberò i dirigenti bostoniani fu la presenza in quel can can di Nick Harris, amicizia sconsigliata dall’ambiente dei Celtics al buon Larry. Gara4 vide l’ennesima sorpresa, nell’arrivo al photofinish (107-105) prevalsero i Verdi con un jumper sulla sirena del solito DJ.
Pivotal game assoluto, il quinto movimento ebbe bisogno di un Jabbar gigantesco: fu Kareem ad occuparsi di un McHale fino a quel momento incontenibile; dall’altra parte del campo Mister Gancio Cielo ne vergò 36.
La maledizione delle otto finali perse contro i Celtics cadde in gara6, malgrado gli spettri del parquet incrociato e di un McHale ancora da antologia.
Il sesto fallo di Kevin, a cinque minuti dalla fine, sancì la resa del Garden: Kareem (29) mortificò gli avversari con uno sky hook in corsa dopo un coast to coast dal suo canestro, Magic scrisse la tripla doppia che mandò i titoli di coda del blockbuster. Fu la prima volta, e finora l’ultima, che i C’s persero sul proprio campo una finale Nba. Due anni dopo, nel 1987, il rendez vous non fu così shakespeariano: i Celts si salvarono contro i Pistons con una giocata improbabile del bomber di Indiana State e arrivarono stanchissimi all’appuntamento decisivo. Bill Walton, prezioso nella campagna trionfale del 1986, era ormai al caffè e amaro; McHale giocò a dispetto di una frattura da stress alla caviglia; la panchina, inaffidabile e troppo corta, non permise ai titolari di recuperare le fatiche omeriche della stagione. I trentadue punti di scarto complessivi dei primi due incontri non furono una sorpresa: anche perchè dall’altra parte i Lakers furono chirurgici nell’esporre le lacune dei rivali. Era, quella El Ei, una nuova combinazione chimica: i quarant’anni del Maestro Venerabile KAJ convinsero Riley a forzare la natura altruista di Magic. La squadra divenne definitivamente del ragazzo di Lansing, che si assunse anche maggiori responsabilità offensive nei momenti topici delle contese. Con Johnson a condurre il balletto e i vari Worthy, Scott, Cooper a riempire le corsie il leit motiv delle finali fu quasi scontato. Ad accrescere il potenziale nucleare della portaerei, dietro Jabbar (come back up de luxe) Mychal Thompson: LA aggiunse così la quarta (!) primissima scelta assoluta nel suo roster… Boston si difese a casa, in gara3, con la ferocia consueta malgrado un Magic intoccabile (32 punti); Greg Kite, la riserva di Parish, mise il corpaccione da scaricatore di porto contro Jabbar e, blasfemia pura, ribaltò la dell’incontro.
Gara4 fu uno degli apici estetici di quegli anni dorati: nonostante una banda Bird eroica, i Lakers riuscirono a rimontare da meno sedici. Gli ultimi trenta secondi divennero leggendari, concretizzando l’ideale orgasmico di quello spettacolo: il comando della partita cambiò tre volte, la seconda con un incredibile tiro da tre del 33 biancoverde a 12 secondi dalla fine (106-104). Dopo un 1 su 2 di Kareem dalla lunetta e una disputa a rimbalzo sulla palla vagante, Magic Johnson consegnò ai posteri uno dei canestri più memorabili della storia dell’Nba. Sul 105-106, e sette secondi sul tabellone, rompendo istintivamente un gioco creato per il Big Fella con i goggleroni, l’all around del Michigan (dopo una finta) eseguì un dolcissimo baby hook che beffò l’intervento difensivo di Parish e McHale.
107-106, il referto di un match che parve un capolavoro diretto da Hitchcock.
Se i Verdi non consentirono la festa dell’anello agli arcirivali in gara5, il ritorno al Forum per molti fu quasi una formalità. Invece, nel primo tempo, i campioni in carica sorpresero una Tinseltown arrugginita: i 18 di Kareem nei primi 24 minuti fermarono l’emorragia sul 56-51 per la Gang Green. La ripresa, con l’eterno Dennis Johnson ultimo ad arrendersi (33), vide lo straripare della marea gialloviola: il 106-93 chiuse un’era straordinaria di confronti; l’intoccabile Jabbar (32, roba da etilometro paragonare Cicciobello Shaq al pivot della Power Memorial..) e la pantera Worthy (22) furono gli strumentisti preferiti del direttore d’orchestra col sorriso. Che fece registrare nella serie statistiche apocalittiche: 26.2 punti ad alzata, 8.0 rimbalzi, 13.0 assist, 2.3 recuperi; con il 54 per cento dal campo e il 96 ai tiri liberi.
Siamo quindi al secondo serial in tre anni della Rivalry per eccellenza: il 2008, con i Big Three in missione e i Lacustri palesemente immaturi, fu un 4-2 larghissimo. Ma stavolta i temi agonistici e tecnici proposti da questa serie sono di raro interesse: i Celtics, con questo personale, sono forse all’ultimo giro (o al massimo al penultimo..); i Lakers, che vivono le contraddizioni di una soap opera in divenire, potrebbero subire l’abbandono del loro ammiraglio capo. E’ evidente che Sternville, a breve, sarà colpita da un sisma di proporzioni bibliche: il 2011 è a rischio serrata, vista l’inconciliabilità di opinioni tra proprietari e Sindacato Giocatori sull’avvento dell’hard cap. I Verdi, pur conservando intatto il nucleo del combo, rispetto al diciassettesimo titolo non vantano più la profondità di pino di quella stagione: James Posey, spesso Horrybile per la concorrenza, non è stato sostituito; Powe e House, due fattori che scardinarono l’assetto gialloviola, hanno repliche meno qualitative in Glen Davis e Nate Robinson.
Non esiste però una squadra migliore per “attaccare” la triangolo, il sistema difensivo di Tom Thibodeau (un altro dato in partenza..) è infatti basato sull’occupazione dinamica degli spazi offensivi altrui: lo stile jacksoniano può essere messo in difficoltà solamente con quel tipo di aggressività. A comandare il flusso sul campo dei pretoriani, Kevin Garnett: il segreto di Pulcinella della rinascita bostoniana, reincarnazione pippeniana a 2 e 10, deve trasformare l’energia difensiva in palle perse losangeline. E’ vitale per nutrire la transizione della Gang Green ed innescare le gambe alla nitroglicerina di Rajon Rondo: migliore point (?) della lega in velocità, cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, gioca benissimo gli ultimi due-tre metri del parquet avverso. Proprio il settore presidiato meglio difensivamente da LA, che è uterina nei cambiamenti di umore ma irresistibile in ogni specialità nei cinque minuti di ispirazione: essendo a rischio la partecipazione di Bynum, Coach Zen utilizzerà più spesso il talento multiforme del grande Lamar Odom, vero collante dell’ensamble yellow and purple. Prevediamo il battesimo reiterato, a metà campo schierata, di Rondo e Perkins: se l’ex Kentucky colmerà la sua insufficienza più clamorosa (cioè l’assistenza con il timing desiderato al tiratore che esce dai blocchi), si annunciano problemi gravi per seguire le tracce dei due frombolieri Celtici, Ray Allen e Paul Pierce. Quest’ultimo, che al contrario dell’incantevole bombardiere di UConn ha anche la dimensione selvaggia dell’uno contro uno creativo, avrà di fronte l’imprevedibile Ron Artest: trattasi di uno dei mismatch che decideranno le contese; l’altro (KG contro Pau Gasol) sarà essenzialmente il momento clou delle Finals, lo scontro tra i lunghi più completi della En Bi Ei contemporanea.
Pensiamo che Phil Jax martellerà il proprio attacco sulla punta della linea Maginot dei C’s: la marcatura di Rondo è l’unica debolezza difensiva dei Verdi
e sarà compi
to del navigato Derek Fisher, l’uomo giusto al posto giusto, segnare i canestri più difficili della competizione, quelli con la visuale aperta ma il pallone di granito per la pressione addosso. Poi c’è, al di là del bene e del male, la creatura nietzschiana chiamata Kobe: nessun closer, in una Finale di Conference, ha mai esibito l’onnipotenza tecnica del Mamba opposto ai Suns. I Celtics conoscono perfettamente il loro compito: separare il 24 dal resto della squadra è essenziale per innalzare l’ennesimo bandierone a Ottobre nel TD Garden. Sanno che dovranno subire momenti nei quali Bryant polverizzerà, col napalm, il canestro avversario; sta a un players’ coach come Rivers (che è ancora giocatore nell’anima) guidare le testoline dei suoi fuori dall’uragano. Dall’altra parte della trincea, il lamarometro stabilirà le tonalità del cielo sopra Santa Monica. Concludendo, da italiani veri, riteniamo decisivo il metro arbitrale dei grigi: la fisicità difensiva necessaria ai C’s sarà permessa a seconda dell’interpretazione dei ref coinvolti… Il Paradiso di Sternville, l’ennesimo Celtics-Lakers, ci attende.
Simone Basso 
(In esclusiva per Indiscreto). 

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