Il pallone da spiaggia

16 Giugno 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Argentina, Brasile e adesso Spagna: tre indizi che provano l’assurdità dello Jabulani, mostro Adidas che non ha aumentato il numero dei gol pur aumentando i problemi ai portieri scarsi. Non solo: ha peggiorato la qualità dei calci di punizione, quella dei tiri dalla media distanza (tutti più alti del voluto) e soprattutto quella dei fraseggi corti di centrocampo. Che sembrano a volte fatti con un pallone da spiaggia, anche quando i piedi sono cinque stelle extralusso come quelli di Iniesta e Xavi. L’enfasi sui portieri che si lamentano e sul numero dei gol fa dimenticare la qualità generale di una partita, seriamente minacciata da un attrezzo del mestiere che per il momento ha peggiorato il mestiere.
Nessun tennista direbbe che i materiali e la distribuzione del peso della sua racchetta sono un particolare secondario, non si vede quindi perché i calciatori debbano prendere e portare a casa qualsiasi invenzione: ci sono gli ingegneri bravi e quelli scarsi, forse i progettisti del Jabulani andrebbero destinati all’edilizia (ma come manovali). Leggeremo mai sui giornali sportivi che l’Adidas ha sbagliato? In una storia che abbraccia tanti decenni puo’ capitare. Di sicuro la Fifa non lo dirà mai, visto che dal 1974 (Havelange che prende il posto di Stanley Rous) ci sono grandi elettori ma soprattutto un grandissimo elettore. Poi c’è il risultato, vero dio di noi profeti del giorno dopo.
Mentre i talenti argentini e brasiliani hanno vinto, direbbero quelli della bacheca (magari con ragnatele), quelli spagnoli hanno perso. A chi importa se la Svizzera ha una cilindrata diversa da Nigeria e Nord Corea? Parlando della partita del giorno, va detto che l’amichevole pre-mondiale con la Polonia era appunto un’amichevole, ma la Spagna del possesso palla e dei tocchi di prima è stata ancora una volta un bel vedere anche con lo Jabulani. Al di là della difesa a quattro, è come al solito difficile individuare un modulo tattico preciso in un contesto in cui chiunque abbia il pallone fra i piedi si sente responsabilizzato. Questo non significa creare troppe occasioni, soprattutto contro la Svizzera difensiva di Hitzfeld: nel primo tempo i ragazzi di Del Bosque sono stati davvero pericolosi solo in una occasione, con palla filtrante di Iniesta per Piqué che in area si è inventato un numero simile a quello che aveva portato al gol contro l’Inter al Camp Nou. La Svizzera nel primo tempo non è stata mai in affanno, ma non è nemmeno quasi mai riuscita a salire: in questo senso la mancanza di Frei si è sentita, quei due secondi di gioco di gambe e palla difesa sono decisivi per tutte le squadre con poca creatività.
A inizio ripresa clamoroso al Cibali di Durban: Nkufo è bravo nel vedere l’inserimento di Derdiyok, poi travolto da Piqué in area. Gelson Fernandes da Capo Verde (ma cresciuto nel Sion) segue l’azione e in sospetto fuorigioco chiude facile. Nei bar di Valladolid e Santander dicono ‘Del Bosque, metti una punta’ e Del Bosque mette una punta. Torres va ad affiancare Villa, Navas entra per sfondare sulla destra. Subito gli effetti si vedono: super-occasioni di Iniesta, Torres, Xabi Alonso (traversa), Navas. Un clamoroso numero di Derdiyok fa andare a niente dal due a zero, il suo esterno destro finisce sul palo. Trascurando quel piccolo dettaglio che si chiama risultato, onore alla Svizzera (clamorosa la partita di Huggel) ma la Spagna avrebbe meritato come minimo il pareggio. Peggiori in campo Villa e Silva, Iniesta è sembrato tonico e anche Torres ha fatto intravedere qualcosa di Torres. 
Del Bosque si fa venire qualche brutto pensiero, visto che poche ore prima il Cile di Bielsa era stato brillante in una partita con l’Honduras che a tratti è parsa un allenamento. Poca intensità e dominio quasi totale dei cileni: il tridente Sanchez-Valdivia-Beausejour ha creato tanto, la difesa sofferto poco. Il modulo cileno, con difesa a tre, avrà ben altre sollecitazioni contro la Spagna, ma per il momento ha portato tre punti grazie al golletto di Beausejour su assist di Isla. Vista l’importanza della differenza reti, il Cile rischia di rimpiangere le tante occasioni buttate, ma intanto si gode la statistica: non vinceva al Mondiale dal 1962. Quindi dal…Cile, finale per il terzo posto con la Jugoslavia. Non è la solita statistica buttata lì alla cazzo ma ha un valore, perchè il Cile da quell’epoca ha partecipato ad altre fasi finali: 1966, 1974, 1982 e 1998. Al Mondiale raramente si vede grande calcio, però si fa la storia.
In serata il Sudafrica ha confermato la modestia tecnica evidenziata all’esordio contro il Messico, non più mascherata dall’entusiasmo. La squadra di Parreira è stata triturata da un Uruguay che Tabarez ha stavolta schierato con il tridente: scelta che ha pagato, nonostante l’imprecisione di Cavani (almeno due gol mangiati) e Suarez che però si sono mossi benissimo. Chirurgico Forlan, eccezionali i tre centrocampisti (Diego Perez ha conquistato duemila palloni, di puro senso dell’anticipo), la difesa ha scherzato con Mphela, mentre Thshabalala e Modise hanno chiuso in pareggio (ma con un voto negativo) la loro solita sfida interna. Se nemmeno Pienaar ha dato segnali di vita, cosa avrebbe potuto fare Parreira? Niente. I tre gol presi lasciano poche speranze anche ai matematici, al di là del fatto che l’ultima partita sia con la Francia. Il primo paese organizzatore a non superare il primo turno con la sua nazionale, un record triste ma di sicuro giustificato dalle differenze tecniche. 
stefanolivari@gmail.com
(in esclusiva per Indiscreto, appuntamento a poco dopo Francia-Messico)

Share this article