Il mito di Draghi e Baggio

15 Ottobre 2011 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Mario Draghi è un po’ come Roberto Baggio: della gente che parla poco si pensa sempre che abbia in realtà molto da dire e da dare, con il silenzio e la riservatezza che diventano sinonimo di profondità di pensiero.
Così può diventare credibile che il primo sia considerato il possibile uomo della provvidenza per salvare l’Italia, dopo anni in cui da governatore della Banca d’Italia non è stato capace di imporre alla banche di sostenere l’economia reale invece della finanza peggiore e dei costruttori di città fantasma, e che al secondo si possa pensare come uomo della ricostruzione dell’Inter dopo sette anni da pensionato del calcio e un corso da allenatore dove il patentino non si nega a nessuno (il presidente del settore tecnico della Figc è lui, fra l’altro). Ma ci sarà tempo per parlare di Baggio, Moratti sta lavorando per lui, mentre il folle sabato di un paese di merda ha prodotto, insieme ai consueti processi dopo che è stata devastata mezza Roma, anche la sintesi perfetta della distanza della finanza (preveniamo l’intervento di Italo Muti ricordando il passato di Draghi a Goldman Sachs) non dalla piazza, che da sempre è strumento più o meno consapevole di movimenti elettorali (un carabiniere morto carbonizzato nella camionetta avrebbe regalato le prossime elezioni al centro-destra) e di repressione in senso più ampio di qualche manganellata, ma dalla classe media. Quella classe media che dell’economia è la base e che sta venendo spazzata non da sciagure naturali ma, per dirla semplicemente, da gente che è disposta a fare gli stessi lavori guadagnando di meno. Quella classe media che in qualche modo ha vilmente accettato il giochino della globalizzazione per la manodopera (Tanto i miei figli li faccio studiare, da ingegneri guideranno gli operai extracomunitari: questo il pensiero dell’illuminato di qualche anno fa), ma che adesso ha scoperto sulla sua pelle che l’onda è arrivata anche per i lavori cosiddetti intellettuali. Intellettuali, insomma. Quasi nessuno di noi ha una creatività insostituibile, solo che fino agli anni Novanta siamo stati protetti non dalla nostra bravura ma dal protezionismo (cosa c’è di più protettivo del protezionismo? Solo il protezionismo può trovare un ruolo e uno stipendio agli indignati laureati in scienze della comunicazione) unito a una spesa pubblica criminosa che generava benessere diffuso: la voragine del debito pubblico è stata infatti creata dal 1980 al 1994 dai rimpianti partiti di massa di una volta. Non da Berlusconi, non da Prodi. Un’economia viva è stata così uccisa. Per dirla alla Draghi, è stato davvero un gran peccato.

Twitter @StefanoOlivari

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